Sono finito al tappeto [Racconto dedicato a Michele Bonaglia]
Capitolo III
Passai così del tempo con il vecchio boxeur, così mi piaceva chiamarlo. Gli avevo fatto sistemare la casa alla meglio, gli avevo comperato un letto e un buon materasso. Regolarmente ogni settimana gli davo una piccola paga. La mia rivincita era stata fissata il prossimo 17 settembre. Si trattava di allenarsi duramente e di non mollare. Il tempo che passavamo assieme era piacevole. Mi raccontava dei suoi viaggi all’estero e dei suoi combattimenti. Nella rivincita sconfissi il mio avversario, facendogli provare l’onta del tappeto, ma non quello che avevo provato io fisicamente e moralmente. Lo aiutai ad alzarsi e lo abbracciai. Con il mio allenatore passai molti anni assieme, e smise di fare il vagabondo. Lo trattai come un padre e lui non mi abbandonò mai. Alla sua morte venne sepolto nel piccolo paese sulle montagne: da là era partito e là voleva tornare. Lo accompagnai con grande sconforto in quel viaggio. Mi accompagnava una donna che più tardi sarebbe diventata mia moglie. Ricordo il piccolo cimitero accanto alla chiesa, il prete vestito di nero aiutato da due chierichetti. La mia presenza avevo richiamato un po’ di gente. Sul giornale del paese il cronista aveva scritto che a quelle esequie avrebbe presenziato il campione europeo dei pesi massimi. L’articolo era corredato dalla foto di quel famoso incontro. Dopo le esequie chiesi di poterlo commemorare con poche parole. Era presente la sua unica sorella e unica parente, alla quale mi rivolsi durante il breve ricordo. Lo amavo come un padre ed ero felice che la gente lo avesse onorato. Era stato lontano dal paese per molto tempo, e un motivo c’era: lo seppi alla fine delle cerimonia, quando un uomo, davanti alla sua bara, gli fece il saluto romano. Il mio amico era stato arruolato nella Repubblica Sociale, aveva combattuto per gli ideali del Duce e gli era rimasto fedele. Questa persona, che poi avvicinai, era pure un camerata, che con il pugile aveva diviso tante battaglie. Gli chiesi di restare con me quella sera per la cena presso la locanda dove ero alloggiato. La sera ci raggiunse anche il vecchio parroco, anch’egli amico del defunto. Tutti in paese sapevano che era stato un pugile giramondo e che aveva combattuto per il duce. Dal suo paese si era allontanato, cercando di dimenticare i ricordi tristi della sua giovinezza legati alla guerra. I partigiani gli avevano ammazzato un fratello per vendetta. Per questo lui aveva desiderato allontanarsi dal suo paese natale. Il prete, sorseggiando l’ennesimo bicchiere di vino, disse che lui non aveva mai dimenticato quello che aveva ucciso il suo giovane fratello. In paese l’esecutore dell’efferato delitto era scomparso subito dopo la fine della guerra e si era tolto la vita per il rimorso. Ma la storia dà sempre delle risposte. Dopo l’abbondante cena, assieme alla donna, mi recai al camposanto per l’ultimo saluto all’amico. All’interno della cassa in mogano , sopra il corpo del defunto, avevo messo la foto di Carnera a lui tanto caro. La mattina seguente andai a salutare il parroco e lo pregai di ricordarlo con qualche messa. Mentre il treno mi riportava a casa, mi sentii di nuovo al tappeto.
Se sei nuovo, iscriviti al Feed RSS. Grazie per la visita!