Adriano Romualdi filosofo

di Rodolfo Sideri
La riflessione fìlosofica di Adriano Romualdi si concentra essenzialmente nelle opere dedicate a Platone, Nietzsche ed Evola. Tre nomi per un itinerario spirituale certo non casuale, legato da un’intima coerenza, ma soprattutto da un elemento che Adriano Romualdi considerò fondamentale per ravvivare e riavviare, in forma moderna, ciò che costituisce l’asse centrale di un’ordinata vita associata: la gerarchia degli spiriti e dei ranghi.
Adriano Romualdi filosofo, infatti, è alla costante ricerca di quegli elementi che fondino il concetto di gerarchia. Per questo egli sceglie come figure paradigmatiche tre spiriti aristocratici e profondamente antidemocratici che in qualche modo lavorano — chi più chi meno scientemente -nella direzione che Romualdi considera compito precipuo di una destra politica: la restaurazione dell’ordine. Come chiarisce nell’introduzione al Platone, non si tratta di difendere questo o quell’ordine politico contingente, “ma l’immutabile gerarchia dei poteri spirituali dell’individuo e dello Stato che vede in alto quelli ascetici, eroici e politici e in basso quelli meramente economici ed amministrativi”. Ci troviamo, dunque, all’interno di quella lotta che le ultime élites politiche hanno combattuto e perduto nel 1945. Platone, Nietzsche, Evola possono costituire agli occhi di Adriano, tre luci orientanti, politicamente ed esistenzialmente, l’uomo nell’età oscura dell’Occidente.
Platone rappresenta “l’aristocratico di sangue divino, l’assertore della dura selezione dei migliori, il profeta delle élites dei sapienti e dei guerrieri”. Ed egli può orientare l’azione nel kali-yuga del mondo moderno, non certo per il modello di costituzione che propugna, legato ai suoi tempi – e Adriano Romualdi sa troppo bene che la Tradizione non è immobilismo o cieco conservatorismo. Il Piatone che Adriano ci trasmette è il filosofo che sa che pensiero e azione sono due diverse modulazioni di una medesima nota, volta a restituire armonia al mondo, secondo il principio greco di kòsmos (ordine). Come scrive lo stesso Platone nella autobiografica VII lettera: “mi vergognavo moltissimo di potere apparire di fronte a me stesso come un uomo capace solo di parole e che mai mette mano di sua volontà ad alcuna opera”. Il concetto di ordine è fondamentale in Platone e perciò Adriano vede il lui “l’assertore del concetto di Stato inteso come ordine dei ranghi e delle dignità spirituali”, ” il pensatore radicalmente antidemocratico che nel suo capolavoro più celebre” organizza, l’educazione, pianifica la procreazione, frena lo sviluppo economico, da norme d’eugenetica, d’urbanistica, d’agricoltura”. In Platone osserviamo, quasi in corpore vili, la struttura dello Stato organico, per di più rivitalizzato in un momento di crisi. Stato organico, Stato tradizionale, quindi, non oppressivo e arbitrario, perché quando l’organismo è ristabilito, ogni parte trova la sua funzione e la sua importanza, libera di muoversi nella sfera di sua competenza. Ognuno al suo posto, ognuno con il suo dovere — prescindendo da quale sia — ma ognuno al suo posto significa anche che “chi è superiore per rango spirituale non deve abbandonare il timone della Città. Nello Stato, come nell’uomo, c’è una parte nobile e una ignobile e giustizia vuole che sia la prima a dirigere”. Proprio questi è la giustizia come la intende Platone, il rispetto del proprio posto di combattimento e il riconoscimento che ciò che è superiore, il principio intellettuale ed eroico, si deve imporre a ciò che è inferiore, la sfera degli istinti e degli appetiti. Così nello Stato, chi incarna un principio metafisico, il filosofo-re, guida lo Stato, coadiuvato dai guerrieri. Filosofi e guerrieri costituiscono un Ordine di tipo cavalleresco-monastico, fatto di vita in comune, di rifiuto dei beni materiali e di ogni elemento individualistico, compresa la famiglia. Gli stessi filosofi non rappresentano certo i professori di filosofia; essi, nella Città platonica, vengono scelti tra i guardiani, forgiati nel fuoco della rinuncia e del coraggio e rudemente addestrati al combattimento. I filosofi, guide dello Stato, sono coloro capaci di cogliere le verità immutabili dell’essere nel divenire delle cose.

Ma soprattutto il Platone di Romualdi è il filosofo che meglio definisce il limite della democrazia, “il regime dell’incompetenza elevata a sistema dove la plebaglia spadroneggia e tutti vivono gaiamente, canagliescamente alla giornata senza proporsi un fine onorevole”. Romualdi non teme di attribuire allo Stato platonico la qualifica di totalitario, in un senso però non moderno, ma letterale, di Stato totale, organismo vivente che gerarchizza le mete e gli obiettivi in vista di un fine spirituale e che pone in basso i valori materiali. Questa gerarchla non è arbitraria, ma naturale, in quanto corrisponde alle varie nature dell’uomo – aurea, argentea e bronzea – dominate da una spiritualità decrescente. Allo Stato totale non può residuare l’arte, cui Platone assegna un ruolo educativo pena l’esclusione dalla Città, e persine l’eugenetica. Alla regola, alla misura, all’unità di stile appartiene anche la soppressione dei minorati e degli inguaribili che Romualdi ammette misure “aspre e incomprensibili” alla mentalità moderna, ma in qualche modo giustifica in nome di quell’ideale classico – che pure è stato definito “umanesimo greco” – che imponeva che alla nobiltà interiore corrispondesse un’immagine di forza e prestanza all’esterno, secondo l’ideale della kalokagathìa, ovvero dell’identità di bello e buono, dove “bello” significa forte e armonioso e “buono” valoroso e leale.

Così, il Platone che recepisce la crisi del modello aristocratico così propriamente e genuinamente greco, che ripropone il modello spartiata di Stato (proibizione della moneta e del vino, eugenetica, ginnastica femminile, pasti in comune), ci appare il combattente contro il suo tempo, “campione di una civiltà in lotta contro la morte”. Il Platone letto da Romualdi è dunque vicino, sebbene distante temporalmente, a quei combattenti della rivoluzione europea che cercarono di incarnare valori eroici, se non sacrali, ripristinando la sovranità della politica sull’economia e una nuova gerarchia dei ranghi. Così com’è loro vicino, è assolutamente lontano dal bolscevismo che, pretendendo di porre come assoluto sociale i valori più bassi dell’economia espressi dal gretto materialismo della falce e martello, si configura come l’esatto rovesciamento dell’ideale platonico. Lo Stato totale disegnato da Platone nella Repubblica, nel Politico e nelle Leggi è molto vicino ai movimenti fascisti europei e strettamente legato a quello nazista. A prescindere, infatti, dai numerosi testi che tra la fine del ’20 e la metà del ’30 in Germania si affrettarono a presentare Platone come Hunter des Lebens (difensore della vita), “precursore”, “nordico” e addirittura Fuhrer, Romualdi riconosce che ben difficilmente Platone si sarebbe scandalizzato dei roghi dei libri “corruttori” e delle leggi per la difesa della razza, mentre si sarebbe compiaciuto di quelle Ordensburgen, le rocche dell’Ordine, nelle quali si selezionava con dure prove fisiche e spirituali l’elite dei futuri capi e che d’altronde derivano dall’influenza platonica sulla dottrina interna delle SS. Non casualmente durante il II conflitto mondiale, molte SS portavano nello zaino la Repubblica di Platone. Un’incontestabile eredità platonica nei movimenti fascisti europei è dunque rivendicata da Romualdi che scrive: “L’identificazione dello Stato con la minoranza eroica che 10 regge, il fervido sentimento comunitario, l’educazione spartana della gioventù, la diffusione delle idee-forza per mezzo del mito, la mobilitazione permanente di tutte le virtù civiche e guerriere, la concezione della vita pubblica come spettacolo nobile e bello cui tutti partecipano: tutto ciò è fascista, nazista e platonico insieme. L’evidenza parla da sola”.

Combattente contro il suo tempo, campione di una civiltà in lotta contro la morte. Già queste definizioni avvicinano il Platone di Romualdi a Nietzsche, del resto più volte citato nel saggio sul filosofo greco. La linea della continuità è già segnata.

Nel 1971, Romualdi scrive Nietzsche e la mitologia egualitaria presentandolo come incipit di un più ampio lavoro che aveva in mente di realizzare e che la morte prematura ha impedito. Nell’introduzione, Adriano lascia emergere i motivi che spingono la sua azione culturale e la rendono militante, affermando che “riproporre Nietzsche è un atto di speranza. E’ volontà di lavorare per la creazione di una Destra meno pateticamente sprovveduta, più consapevole e agguerrita…”, per fare uscire cioè la Destra dal conservatorismo sciocco e dall’insulso qualunquismo perbenistico. E il Nietzsche-dinamite si presta a far saltare quello slittamento della Destra verso la difesa dell’ordine borghese attraverso la riproposizione dura della necessità dell’elite e l’uscita dal nichilismo.

Merito filologico di Romualdi è quello di demolire la proposizione storiografica degli anni Cinquanta-Sessanta di un Nietzsche araldo del capitale (Lukacs, Mehring e altri) o di un Nietzsche poeta di un’età esausta, da non prendere in fondo troppo sul serio. Il Nietzsche di Adriano è il filosofo dell’Herrenmoral, della denuncia del sovvertimento dei valori operato — complice anche il cristianesimo — dagli strati più bassi della società. E’ il filosofo che denuncia parimenti il liberalismo borghese, conseguenza dell’ideale cristiano dell’uguaglianza, e il socialismo, “tirannia finale dei più piccoli e dei più sciocchi”, congiura “dei superficiali, degli invidiosi, dei commedianti”. Su tutto domina l’eudamonismo che sostituisce i valori eroici e spirituali, incomprensibili alle masse. Un benessere bovino ottunde le coscienze, mentre il veleno dell’eguaglianza penetra anche negli uomini superiori, determinando un senso di colpa verso quelle qualità che li rendono tali. E’ la vittoria dell’ “ultimo uomo” annunciata da Zarathustra, dell’uomo piccolo che tutto rimpicciolisce per renderlo adatto alla propria misura e dimensione. E’ la vittoria del nichilismo il cui avanzamento è merito di Nietzsche aver denunciato per primo in un’epoca in cui il delirio positivista esaltava il progresso e la conquista europea del mondo sembrava non dovesse aver fine.

Adriano non manca di rilanciare la denuncia del nichilismo, oramai trionfante nel XX secolo, che, a suo avviso, si esprime nella sconsacrazione dell’esistenza e nasce “dall’esaurimento delle energie biologiche dell’Occidente e che si manifesta come pacifismo, umanitarismo, nel mito euda-monistico delle civiltà del benessere, democratiche o comuniste”. Il nichilismo come nevrosi della civiltà moderna, frammentaria e dispersiva che opera, dice Adriano, “una contro-selezione riguardo a tutto ciò che è carattere”, impedendo “la concentrazione delle forze per uno scopo, l’addestramento del corpo e dell’animo in vista di una formazione di sé, la stessa capacità di sintesi nella cultura…”. In un momento in cui la Nietzsche-Renaissance presentava un filosofo depotenziato, privato della miccia per la sua dinamite, Adriano non esita ad affermare che Nietzsche è leggibile solo attraverso Hitler, come Marx lo è solo attraverso il bolscevismo e Rousseau attraverso la rivoluzione francese, indipendentemente dal fatto che Nieztsche, come Marx e Rousseau, possa essere stato travisato. E questo perché il richiamo nietzscheano alla nuova aristocrazia, la sua apologià dello Stato greco, la selezione opposta alla domesticazione, il rifiuto di tutto ciò che è Vetflachung, appiattimento, trovano esatta corrispondenza nei principi sullo Stato quali si trovano nelle dichiarazioni rilasciate da un esponente delle SS nella Ordensburg Vogelsang nel 1937. Se è attraverso Hitler che leggiamo Nietzsche è anche attraverso Nietzsche che comprendiamo l’aspetto migliore dell’hitlerismo, ovvero la fondazione della nuova Europa come rimedio alla decadenza della razza bianca. Proprio quell’Europa di cui Nietzsche si dichiarò primo cittadino. Per ultimo, ma non ultimo – neppure in senso cronologico, essendo il libro del 1968 – lo studio critico su Evola -Julius Evola: l’uomo e l’opera — per molto tempo l’unico dedicato al filosofo della Tradizione. Un saggio che Evola ricevette per posta già pubblicato dall’editore Volpe e che quindi non lo vide intervenire nella stesura, come si constata anche dall’assenza di agiografia e dallo sforzo di collocare Evola nel contesto degli interessi di Adriano: una cultura militante per la Destra politica, di cui gli insegnamenti evoliani potrebbero costituire “i contrafforti ideali”. In Evola, Adriano legge un’evoluzione sostanzialmente coerente dalla “disciplina nichilista” del periodo Dada che egli seppe utilizzare come “base per l’affermazione di valori positivi” di contro all’invecchiamento nel ribellismo di Tzara e di tanti seguaci, ai libri filosofici i quali, compiuti a 26 anni, rivelano la “traccia più forte della sua genialità e che smentiscono coloro che vedono in Evola un semplice occultista”, al passaggio, infine, alla Tradizione. E Romualdi ricorda anche ai tanti che hanno frainteso l’opera di Evola che debbono, per questo, solo rimproverare se stessi per non aver colto quanto il filosofo ha detto con chiarezza, associandolo così, di volta in volta, persino a degenerazioni moderne come la droga, mostrando di ignorare “l’ethos severo” sempre sotteso agli insegnamenti evoliani. L’Evola di Adriano è il portatore di una visione antidemocratica, antimarxista e antilluministica. Antidemocratica perché sostenitrice dell’idea aristocratica e qualitativa, oltre che contraria alla democrazia politica; antimarxista perché nega ogni materialismo ed esprime la volontà di affermare il primato della politica affinchè “l’economia non sia più il nostro destino”; antilluministica, infine, per il rifiuto del mito del progresso e per il correlativo riconoscimento che la ragione è incapace di rappresentare quella più vasta e profonda regione che è lo spirito. Alla Destra Adriano riteneva spettasse il compito di fare proprio l’insegnamento di Evola, facendolo assurgere a visione del mondo e della vita, esprimendo, al contempo, però il proprio pessimismo in merito alla capacità del MSI di portare a termine il compito, inclinato ormai su posizioni nostalgiche e patriottarde. Pessimista, Adriano, persino verso quella gioventù che negli anni ’50 aveva dato grandi speranze ad Evola, ma presto ghettizzatasi in “sterili gruppetti” che di fatto contribuivano all’insterilimento del partito, privandolo di un vero dibattito e di una tensione interna.

Proprio questi aspetti costituiscono il limite della cultura di Destra, alle cui prospettive Adriano dedica, nel 1965, un appassionato pamphlet — Idee per una cultura di Destra. Il limite dell’azione politica della Destra è la mancanza di una precisione ideologica, di una visione d’insieme della storia e della vita che la controparte possiede e che la orienta in ogni questione: “a Destra non c’è una cultura…perché manca una vera idea della destra, una visione del mondo qualitativa, aristocratica, agonistica, antidemocratica; una visione coerente al di sopra di certi interessi, di certe nostalgie e di certe oleografie politiche”. Affermazioni forti che rimarcano il concetto di Romualdi di una cultura militante, di una cultura al servizio di una visione del mondo. Essere di Destra significa per Adriano, in piena consonanza con gli insegnamenti di Evola, riconoscere il carattere sovvertitore dei movimenti scaturiti dalla rivoluzione francese, ovvero sia il liberismo che la democrazia e il socialismo; significa rifiutare il mito del progresso, della ragione scientista e del materialismo, significa rifiutare quel trionfo della quantità sulla qualità che costituisce, in ogni campo dell’azione umana, il segno della decadenza dell’Occidente e che costituisce il preludio all’avvento della civiltà plebea e anonima delle masse. Essere di Destra significa avere una concezione organica dello Stato, in cui i valori politici predominino sulle strutture economiche. Essere di Destra, infine, significa per Adriano accettare quella spiritualità guerriera e aristocratica che ha improntato di sé la civiltà europea, accettando la lotta contro la decadenza dell’Europa. Tuttavia, se per l’uomo di destra la cultura viene dopo un determinato stile di vita, se per le civiltà tradizionali prima viene lo spirito vivente e poi la parola scritta, è anche vero che se si vuole combattere la decadenza europea bisogna sfidare il nemico sul suo proprio terreno. Non si può rifiutare quindi la sfida culturale, né una formulazione logica, “positiva” della propria visione del mondo. Vanno perciò, ricorda Adriano, coltivati i dominii propri della storia, della filosofia, della saggistica, dell’arte, del cinema, dell’urbanistica dando ad essi una direzione conforme allo spirito della Destra. Interessantissima l’intuizione — siamo nel 1965 come detto – di un’ecologia di destra, alla quale non si è dato nessun seguito: Adriano giudica assurdo consegnare questo tema alle sinistre, quando il significato ultimo della Destra è la conservazione delle differenze e delle peculiarità necessarie alla conservazione spirituale del pianeta e di cui la salvaguardia dell’ambiente naturale è una parte. Tesi che potrebbe costituire, oggi, la base anche per una bioetica di destra che non si limiti ad andare a rimorchio dei principi cattolici.

Degli esempi portati da Adriano sarebbe lungo dire e su alcuni — come l’insistenza sul razzismo biologico – lungo e legittimo discutere, ma resta nelle parole di Adriano, a trent’anni dalla morte, una forza viva e possente: l’invito a lavorare seriamente, ad inquadrare rigorosamente i problemi, a pensare e insegnare a pensare agli altri. Solo se la cultura di Destra, dice Adriano, saprà farsi portatrice dei valori della vita formulandoli con una durezza tanto più rivoluzionaria quanto più duramente si cerca di annientarli, solo allora essa adempirà alla sua funzione storica. Difficile dire oggi, a trent’anni di distanza, che questo compito sia stato adempiuto.

Tratto da: RAIDO, Adriano Romualdi: l’uomo, l’azione, il testimone, €5