LA STORIA DI UN TRAGHETTATORE

di Emilio Del Bel Belluz
Ho scritto la storia di un personaggio che visse lungo il fiume Livenza. Era un traghettatore. Si trattava di un gigante dai muscoli possenti. A vederlo faceva una certa impressione, con i suoi due metri di altezza e il fisico possente, fattosi grazie a una vita molto attiva. Ogni giorno doveva traghettare da un lato all’altro dell’argine, le persone che rientravano dal lavoro. Aveva venticinque anni, una moglie e quattro figli. Abitava a poche centinaia di metri dal posto dove lavorava. Paolo era il suo nome. Si riteneva un uomo felice. La moglie Donatella a mezzogiorno gli portava un ricco pranzo. Disponeva le vivande sotto una piccola pergola, dove c’era un tavolo molto grande e funzionale. Durante quella sosta Donatella approfittava per parlare con Paolo. Era una gioia per lui averla accanto in quei momenti di pace e gli sembrava che il fluire della vita fosse più semplice. Dopo aver mangiato abbondantemente si deliziava a fumare la pipa. Usava un tabacco straniero che ogni tanto gli portava un suo paesano che andava in Austria a rifornirsi. Donatella gli parlava dei suoi lavori domestici e dei figli che le davano un grande lavoro. Spesso, anche se erano piccoli, andavano a salutare il padre e lui si sentiva fiero. La gente del paese gli voleva bene, lo ammirava e lo stimava. Era davvero un gigante dalle spalle larghe e dai muscoli possenti che avrebbero sollevato un bue. Ogni tanto, durante il lavoro, si metteva a cantare una canzone piuttosto malinconica che gli piaceva tanto. Si sentiva un uomo felice e specchio di ciò era l’espressione del suo volto, e il suo sorriso. Sapeva gustare i momenti più belli della vita per andare avanti. Lo si vide abbattuto come un ‘albero colpito da un fulmine, quando morì suo padre. Il vecchio,come lo chiamava Paolo, era annegato proprio in quel fiume che lo aveva nutrito e amato durante tutta la sua esistenza di pescatore. Sapeva scandagliarlo alla ricerca di tutte le specie di pesce . Sapeva esser un vecchio pescatore come prima di lui suo padre. Tutta la sua vita era trascorsa ininterrottamente lungo il fiume. E raccontava a suo figlio che conosceva i pesci, con i quali parlava, come se fossero degli umani. Il giorno in cui annegò era ubriaco: aveva alzato troppo il gomito come spesso gli succedeva negli ultimi tempi, dopo la morte della moglie. Anche se sbronzo, aveva preso la barca per andare a gettare le reti e, mentre le calava, una si impigliò nel suo corpo e lo avvolse in un abbraccio mortale. Lo trovarono così prigioniero della rete, la stessa che lui aveva utilizzato per tanti anni. Paolo aveva individuato il luogo dove il padre era annegato, e quel posto non lo dimenticò mai. Ogni tanto, quando traghettava le persone da una sponda all’altra gli sembrava di rivedere la figura di suo padre. Paolo era conosciuto da tutti, e tutti gli volevano bene per il suo bel carattere. Gli era capitato di salvare un uomo caduto nelle acque della Livenza durante un periodo di piena. Anche altri episodi di altruismo si raccontavano di lui, e lo chiamavano l’angelo biondo. Un giorno aveva preso le difese di un vagabondo aggredito ingiustamente da più persone e stava per essere massacrato. Egli intervenne e riuscì a mettere fuori combattimento con i suoi pugni ben cinque persone. La fama della sua forza era giunta all’orecchio di un allenatore di boxe, che un giorno capitò di proposito dalle parti del fiume dove incontrò Paolo. Gli si avvicinò e gli chiese di traghettarlo all’altra riva. Voleva in questo modo vederlo all’opera. L’allenatore fu subito colpito dalle enormi braccia muscolose e dalle larghe spalle. Aveva un gran fiuto per i fisici adatti alla boxe. Questo sport è fatta di stile ma anche di potenza e le braccia di Paolo così potenti erano e potevano diventare delle saette d’acciaio sulla mascella del malcapitato avversario. Mentre Paolo traghettava l’uomo scambiarono qualche parola. Il forestiero rimase colpito dalla gentilezza di quel giovane, una gentilezza che poco ha a che fare con la boxe, ma pensò immediatamente che era possibile plasmarlo e farlo diventare un pugile. In palestra ne aveva visti di uomini forti, e li aveva forgiati con determinazione e costanza. Quando l’allenatore lo congedò non gli rivelò le sue intenzioni, perché gli sembrava che non fosse il momento opportuno. Prese alloggio in una locanda della zona, la stessa che il maciste frequentava la sera prima di rincasare. Paolo aveva l’abitudine di stare con gli amici a bere e raccontava delle persone che traghettava in particolare di quelle che riteneva interessanti. L’allenatore era seduto vicino alla finestra, aveva una caraffa di vino rosso dalla quale si era servito parecchie volte mangiando del formaggio e delle patate stufate con carne. La moglie dell’oste in quel momento gli servì della frutta e scambiò con questo cliente qualche parola. L’allenatore le sorrise con aria compiaciuta, aiutato dal vino generoso che aveva bevuto e continuava a osservare il maciste biondo. Avrebbe voluto avvicinarsi , ma non era proprio il momento. Paolo stava parlando di una pecora caduta nel fiume dalla zattera e recuperata con una corda, ma con molta difficoltà . Il povero animale stava annegando nella maniera più tragica ma tutto andò bene. L’ostessa tornò al suo tavolo per portagli una grappa e gli chiese come era andata la c

cena e se era stata di suo gradimento. Finita l’abbondante cena, si decise di fare qualche passo all’aperto. Stava scendendo la sera. Vicino alla chiesa un gruppo di persone recitava il rosario assieme al parroco e il forestiero si avvicinò e si unì alle preghiere. Il parroco fu felice di vedere una persona forestiera, e pensò : “una nuova pecora per il pastore”. Finita la preghiera si avvicinò all’uomo per conoscerlo. E si misero a parlare. La conversazione cadde su Paolo, il gigante. Il prete che amava la boxe, gli confidò che spesso aveva spinto questo giovane ad indossare i guantoni, ma non era riuscito a convincerlo. Il giovane aveva sempre risposto che non sentiva dentro il cuore la forza per boxare, che non aveva la cattiveria necessaria. Lui era un giovane tranquillo e non desiderava fare del male fisico a un suo simile. Una domenica, dopo la messa, avevano parlato di Carnera il gigante di Sequals , il più grande campione che l’Italia avesse avuto, il campione in assoluto. A Paolo invece era rimasto nel cuore la sorte di Enrico Bertola , il pugile italiano morto oltre oceano. Questo dramma aveva toccato il cuore del traghettatore. Bertola sperava dopo l’incontro con Lee Oma di poter tornare a casa, ma non fu così. Paolo spesso tirava in ballo questo episodio triste del pugilato, assieme alla morte di Omar Schaaf, altro pugile che aveva lasciato la sua vita sul ring, ad opera del buon Primo. Quella sera, dopo la conversazione col prete, l’allenatore rimase deluso e decise di rivolgersi direttamente a Paolo. L’allenatore, rimasto solo, venne colto da un po’ di nostalgia perche pensava alla sua famiglia. Anche se faceva il giramondo era felice di poter tornare a casa. La mattina seguente fu tra i primi che si presentarono dal traghettatore e Paolo lo riconobbe e lo salutò con cordialità. Allora l’allenatore gli propose quello che aveva in cuore, e mentre gli parlava arrivò Donatella con due figlioletti e gli disse che comprese il contenuto del discorso che i due facevano. Lei si rivolse al marito e lo consigliò di accettare. In questo modo il gigante si convinse a provare. Ad allenarlo sarebbe stato il forestiero. Gli allenamenti sarebbero avvenuti alla sera dopo il lavoro. Per un mese l’allenatore si sarebbe fermato nel paese di Paolo. Avrebbero iniziato subito, con i primi rudimentali esercizi. Un duro allenamento non avrebbe trasformato un pugile in un campione, ma sarebbe stato sufficiente vederlo all’opera, per qualche ripresa. Il gigante Paolo, Black Macigno, come fu soprannominato dai suoi tifosi, esordi al pugilato un mese e mezzo dopo quell’incontro con l’allenatore. In poco tempo giunse alla fama, guadagno delle buone cifre. Dopo la conquista del titolo italiano dei massimi e in prossimità dell’europeo, decise che avrebbe chiuso con la boxe. Gli mancava l’affetto della sua famiglia e gli mancava il suo paese, i posti dove era nato e soprattutto gli mancava Donatella. Nessuna cosa che aveva trovato nel mondo della boxe era più importante dell’amore della sua donna. Fu proprio lei a convincerlo a tentare la sfida europea, l’ultimo incontro, e poi avrebbe chiuso la carriera della boxe. “Black Macigno” vinse a Londra l’incontro più importante della sua vita. Dopo quel trionfo tornò a fare il traghettatore, perché era quella la sua vita, e nessuna altra felicità poteva esserci a questo mondo che avere quattro figli, una donna da amare e il fiume. In quel mondo del pugilato, in quella burrasca d’animi lui si era sentito un pesce fuor d’acqua. Con il gruzzolo di soldi guadagnati si costruì una solida fortuna che gli permise di far studiare i figli. E lui rimase ancorato al suo mondo che era il fiume. Ogni tanto lo si vedeva all’osteria a raccontare della sua avventura pugilistica, una parentesi da non dimenticare perché lo aveva reso ricco e famoso, ma felice di essere ritornato al suo fiume con la sua adorata famiglia.

Se sei nuovo, iscriviti al Feed RSS. Grazie per la visita!