Il dramma dei cosacchi
“Tombe d’eroi… esse ricordano che chi giace sotto la semplice croce fu uno dei tanti che accorsero e che sacrificarono tutto al richiamo della patria… Essi richiamano alla nostra mente scontri, lotte e battaglie, grandi vittorie e talvolta anche dolorosi ripiegamenti. Là giacciono in lunghe file… Tutti caddero da prodi uniti dalla stessa fede”!
Bruno Kaldor
di Emilio Del Bel Belluz
Il 31 maggio mi recai per la seconda volta in Austria per onorare i Cosacchi morti nel 1945 lungo la Drava. Raggiunto il confine, prima di oltrepassarlo, mi fermai ed entrai in un’osteria, la stessa nella quale la prima volta incontrai l’ostessa, una vecchia signora, che mi servì un caffè bollente con della profumatissima grappa utile per attutire i rigori del freddo. Era quella una giornata molta rigida dell’inverno passato. Mentre consumavo la bevanda, la donna, conosciuto il motivo della mia presenza in quei luoghi, mi raccontò d’aver ritrovato da poco in un bosco seminascoste dalle sterpaglie, vicino al confine, le ossa di un soldato. Quella signora novantenne dimostrava d’aver ottima memoria. Ricordava i soldati austriaci e italiani della grande guerra, che transitavano da quelle parti per raggiungere il fronte lungo il confine. Di fronte all’osteria, alla fine della strada, domina la struttura di un ossario, che custodisce le spoglie dei caduti italiani, austroungarici e germanici della grande guerra. Mentre la signora mi parlava di quel triste incontro, io immaginavo quel soldato da vivo, lo vedevo giovane e aitante forse ventenne e sentii una forte tristezza. Il suo nome lo conosce solamente Iddio. Dormì per oltre ottant’anni protetto dagli alberi e cullato dalle voci del bosco. I resti furono subito raccolti e sepolti nell’ossario, dopo una toccante cerimonia. Là a Timau, c’è un museo che raccoglie i cimeli bellici della prima guerra mondiale. E’ sempre aperto al pubblico affinchè i giovani, visitandolo, possano meditare sugli orrori della guerra. Salutata la signora, raggiunsi a piedi l’ossario. Davanti a questo monumento, riflettei sull’abbraccio con la morte,abbraccio che unì per sempre i corpi di tanti soldati. Caddero nel fiore della loro vita e, malgrado tutto, loro ebbero una tomba con i nomi e la nazionalità, altri invece non ebbero degna sepoltura. Visitando i cimiteri veneti, ho notato e noto, che i caduti delle due ultime guerre, quando vengono riesumati i poveri resti vengono gettati negli ossari comuni. Io, un mese, fa riuscii a salvare da questa fine ignobile un soldato della grande guerra, sepolto a Mansuè un paese del trevigiano. Ripresi il viaggio ed entrai in Austria. Percorrendo la vecchia strada oltre confine, pensai ai soldati cosacchi e alle loro famiglie, che l’avevano percorsa nel lontano maggio del 1945 con tutte le loro masserizie, sperando di potersi mettere in salvo. Erano uomini fieri, con solide tradizioni alle spalle. A essi Hitler aveva promesso una patria. Erano uomini che avevano dovuto abbandonare la Russia durante la rivoluzione d’ottobre del 1917 e nella seconda guerra mondiale. Molti di loro avevano combattuto nelle armate bianche, ma molti avevano scelto di combattere con Hitler, una volta fatti prigionieri. Dicono gli storici che erano quasi tre milioni. Durante la ritirata vennero attaccati dai partigiani italiani. In un libro di storia Cosacca lessi che alcuni vennero uccisi e sepolti di notte lungo il confine, ma i loro resti non vennero mai ritrovati. La primavera di quel 1945 fu piuttosto rigida e la fuga dei Cosacchi procedeva a rilento, volevano consegnarsi agli Inglesi. Mentre continuavo il mio viaggio tra le montagne coperte da una folta vegetazione, raggiunsi il paese di Laas. Mi fermai davanti alla chiesa, dove notai una fontanella e mi dissetai. Visitai l’interno della chiesa e poi anche il cimitero circostante. Qui , sulla destra, vidi la tomba di due fratelli caduti nella seconda guerra mondiale: Albert e Josef Jochum, il primo nato nel 1917 e caduto nel 1944, il secondo nato nel 1918 e caduto nel 1944. Nella lapide erano incise le seguenti parole in tedesco “WER NIE EMPFAND WIRD NIE VERSTEHN DER SCHMERZ EIN KINDNIE WIEDERSEHN. La sepoltura era ben curata e aveva dei fiori freschi. Scattai delle foto per avere i volti di quei due giovani tra i miei ricordi e nel mio cuore. La meta ora era il cimitero cosacco di Peggettz. Dopo un’ ora di macchina vi arrivai. Udii subito il rumore dell’acqua del fiume Drava. In quella gelida acqua parecchi Cosacchi, accortisi di ciò che stava per accadere, vi si gettarono tentando di salvarsi. Era l’uno giugno 1945. Quelli che annegarono furono trascinati dalla forte corrente, e i pochi sopravvissuti riuscirono a raggiungere la sponda opposta e a mettersi in salvo. Parecchi degli annegati furono recuperati, e sepolti lungo le rive di quel fiume. Mi rattristai al pensiero che per anni nessuno parlò mai di questo inganno e di questa conseguente tragedia. Tutti, ufficiali e soldati, erano stati rassicurati con la parola d’onore, che, dopo aver consegnato le armi agli inglesi, non sarebbero finiti prigionieri dei russi. Nel cimitero cosacco si era appena conclusa una cerimonia funebre per ricordare questo dramma. Nell’aria si era diffuso l’odore dolciastro delle candele accese poste sui sepolcri. E’ in questo camposanto che ogni anno si riuniscono i Cosacchi sparsi per il mondo, per onorare la memoria dei loro connazionali. Mi avvicinai al monumento alla cui base notai due corone provenienti dal Canada e dall’Australia. L’inverno scorso quando arrivai per la prima volta, trovai delle corone con la croce tedesca. Mentre il silenzio avvolgeva quel triste luogo a me pareva di udire le grida delle donne dei bambini e dei soldati che là erano caduti. In un articolo comparso sulla stampa del 20 dicembre 1994, lo scrittore Mario Rigoni Stern così descriveva quella tragedia : “Negli ultimi giorni d’aprile e nei primi giorni di maggio i Caucasici, i Cosacchi dopo, partirono dalla Carnia lasciando alle loro spalle una terra desolata e insanguinata. Rimasero alcuni di loro che erano passati alla resistenza. Sotto l’incalzare degli avvenimenti giunsero in Austria sperando di essere accolti dagli alleati, invece furono internati nei lagher nei pressi di Lienz dove rimasero sotto il controllo degli Inglesi. Con uno stratagemma gli ufficiali vennero tradotti nel carcere di Spital per essere consegnati ai Sovietici. I Generali Domanov e Krasnov furono processati e condannati a morte per tradimento. In base agli accordi di Jalta tutti i prigionieri sovietici dovevano essere consegnati all’Urss e quando ai primi di giugno fu loro comunicata questa decisione si produsse panico e tentativo di fuga. Alcuni vennero uccisi dalle sentinelle e altri annegarono nelle acque della Drava.Dove cercarono di darsi alla macchia.”. Questo scrive Mario Rigoni Stern e poi aggiunge” è pura fantasia quello che dopo si scrisse, ossia che si gettarono in massa nel fiume cercando il suicidio piuttosto che ritornare sotto il comunismo”. Io davanti a tutte quelle tombe penso che i morti non furono pochi. Anche certi studiosi hanno confermato questo. Nel cimitero entrò una giovane coppia facendosi il segno della santa croce. Sentìì un brivido. Questa gente neppure dopo la morte, può avere pace, quello che accadde a questo popolo è drammatico, ma nelle scuole ai nostri giovani dei Cosacchi non si parla. Lo storico Carnier in un articolo comparso sul Gazzettino del primo giugno 2003 scrisse: “Commemorazioni saranno tenute oggi nel Tirolo Orientale, nel Sud Carinzia e a Judemburg in Stiria, per ricordare la tragica consegna ai sovietici, nel 1945, dei collaborazionisti russi, Cosacchi e non affiancati ai tedeschi nel corso della seconda guerra mondiale da parte Britannica. Commemorazioni analoghe saranno tenute in Baviera, Cecoslovacchia e Francia. Complessivamente i collaborazionisti consegnati all’Urss, operazione che coinvolse anche gli Americani, furono 2 milioni 232 mila, deportati nei lager penali della Siberia, deceduti nella stragrande maggioranza per fame, malattie ed esecuzioni : un olocausto. Lasciai il Cimitero Cosacco di Pegettz, con l’animo lacerato, ma orgoglioso di sentirmi vicino ai vinti. Osservai ancora lo scorrere tranquillo del fiume, sempre presente. La mia meta dopo questa visita era il paese di Tristach dove si trova il monumento dedicato al generale Prussiano Helmuth von Pannwitz . La sua è una storia molto commovente. Raggiunsi in breve il paese e trovai subito il monumento che sorge in mezzo agli alberi. E’ un grande cippo in roccia, nella quale è incastonata una targa in ottone recante le seguenti parole:
“ZUM GEDENKEN AN
GENERAL
HELMUTH VON PANNWITZ
DEM LETZTEN
OBERSTEN FELDATAMAN ALLER KOSAKENHEERE
DIE OSTERREICHER, DEUTSCHEN UND KOSAKEN
DES OSTERREICHER – KAVALLEIRE KORPS
1942 – 1945
GEFALLEN GEFANGEN AUSGELIEFERT
VERURTEILT- UMGEKOMMEN
Ai piedi c’era una corona di fiori. Il generale comandava il 15° corpo di Cavalleria, era un prussiano. Venne ucciso dai Sovietici, alla fine della guerra, avrebbe potuto salvarsi solo dichiarando la propria nazionalità, ma volle morire con i suoi uomini, condividendo il loro destino. E’ raro trovare uomini così nobili, e che a questi uomini, sia dedicato un monumento, impossibile pensare che questo possa avvenire in Italia. La sua tomba è nel cielo degli eroi. Mi vennero in mente i versi di un poeta che trovai in un libro che ben si adatta a questa figura.:” Sopra le tombe vecchie è passato l’aratro;
Pini e cipressi si abbattono per far legna.
Nei pioppi bianchi cantano venti tristi.
Il lungo mormorio mi spezza il cuore. Voglio tornare a casa, cavalcare
Fino alla porta del villaggio
Voglio tornare indietro- ma non c’è strada
Che mi riporti indietro.” (autore anonimo)
Lasciai questo luogo, e raggiunsi la terza meta: un monumento dedicato al sacrificio di 7000 soldati Caucasici, posto al limite di un bosco accanto a un torrente. Aggiunsi qualche fiore ai fiori. Sulla via del ritorno pensavo, a quanto avevo visto. E mi vennero in mente i centoventisei giovani camerati della Repubblica Sociale Italiana di Oderzo, prelevati dai partigiani dal collegio Brandolini , condotti le rive del Piave e fucilati. A loro non una lapide o una piccola croce per ricordarli. I loro nomi sono scolpiti nella storia e nel cielo degli eroi .
Emilio Del Bel Belluz
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