Ricordi di guerra del pilota Karl Semmelrock

29 Novembre 2009 da Redazione

di Emilio Del Bel Belluz

La grande guerra ormai è finita da oltre novanta anni, ma ogni anno si ravviavano i ricordi di quelli che non vogliono dimenticare il sacrificio dei nostri soldati. Onorare i caduti è importante per un popolo che non vuole dimenticare la sua storia, anche per non rinnovare gli orrori che provocano le guerre. Alla fine del conflitto molte madri fecero delle ricerche per trovare dove i loro figli erano stati uccisi e sepolti, molte di loro non ebbero nemmeno una tomba nella quale inchinarsi e piangere i loro figli. Ricordo in un racconto di quelli che un tempo si leggevano a scuola, la figura di una mamma che andò alla ricerca del figlio e, nella narrazione, si descrive il sentimento che unisce la figura del soldato che la accompagna e di quella malinconia che sprigiona dei sentimenti profondi. Nei cimiteri spesso ci imbattiamo a trovare delle foto di soldati caduti in guerra, vicini alla propria madre. Ma spesso si tratta di foto fatte sistemare dal genitore che, morendo, chiede ancora un ricordo per il figlio. Il corpo del soldato spesso si trova ancora nei campi di battaglia o uniti alla terra in un abbraccio totale. Ogni anno mi reco nei piccoli cimiteri a portare un fiore e una poesia. Lo scorso anno nei cimiteri di Rivarotta di Pordenone, Cecchini, Chions, Pasiano e Ghiarano portai un segno e un ricordo scritto.

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Evola racconta Codreanu [In memoriam]

28 Novembre 2009 da Redazione

Brani tratti dall’articolo “Così diceva Codreanu” apparso sul quotidiano Roma il 12 dicembre 1958.

Tratto da www.centrostudilaruna.it

Fra le molte figure di dirigenti di movimenti nazionali da noi conosciute nei nostri viaggi in Europa, poche, per non dire nessuna, ci fecero un’impressione più viva di Cornelio Codreanu, il capo della “Guardia di Ferro” romena. Ricordiamo l’incontro con lui, nel marzo del 1938, nella “Casa Verde”, sede centrale che i legionari stessi si erano costruita con le proprie mani, a Bucarest.

Egli ci si fece incontro: un giovane di alta statura, aitante, con una espressione di nobiltà, di lealtà e di coraggio impressa nel volto dai tratti del puro tipo dacio-romano, ci si mescolava qualcosa di contemplativo, di ispirato. Fra noi due si stabilì subito una spontanea simpatia; in effetti, molte delle nostre idee concordavano, specie quanto all’esigenza di dare ai movimenti di rinnovamento nazionale una autentica base spirituale.

Il livello dell’organizzazione che Codreanu aveva creato e con la quale si proponeva di rinnovare la Romania, era notevolmente alto. Il movimento complessivo aveva un orientamento originale; si affiancava idealmente ai movimenti nazionali affermatisi in Italia e in Germania, ma con una propria, specifica fisionomia. In un colloquio, lo stesso Codreanu ci indicò questa direzione particolare, usando un’immagine. Egli disse: “L’essere umano è composto dal corpo, dall’energia vitale e dall’anima. Così anche ogni nazione, e un moto di rinnovamento, può far leva su uno o sull’altro di tali elementi e investire il resto partendo da esso. Ora il fascismo italiano mi sembra che parta dall’elemento corpo, cioè dall’elemento forma, riprendendo ideale romano dello Stato quale forza formatrice. Il nazionalsocialismo tedesco, col risalto dato a tutto ciò che è razza e sangue parte invece dall’elemento vita. Quanto alla Guardia di Ferro romena, essa per raggiungere lo stesso scopo vorrebbe agire partendo dall’elemento spirituale, dall’anima”.

Nel caso del movimento di Codreanu, quest’ultima espressione assumeva però un significato peculiare. Per Codreanu, più che di una lotta politica per la semplice conquista del potere, si trattava di creare un uomo nuovo. Egli riteneva che la sostanza del popolo romeno fosse così guasta, che senza un rinnovamento dall’interno, dal profondo, nulla di valido avrebbe potuto essere raggiunto. L’opera di formazione doveva realizzarsi a tutta prima in una minoranza, a che essa facesse poi da spina dorsale alla nazione.

L’orientamento spirituale, religioso, come controparte di quello militante, si palesava già nella designazione che la prima organizzazione aveva avuto: “Legione dell’Arcangelo Michele”. Quando questa divenne la Guardia di Ferro, vi si mantennero tratti di una specie di ascetismo guerriero, analoghi a quelli di alcuni antichi ordini cavallereschi. Così per gli appartenenti ad uno speciale corpo che si fregiava dei nomi di Moza e Marin (due capi della Guardia caduti nella guerra di Spagna) vigeva la clausola del celibato: nessuna cura mondana e familiare doveva diminuire, in loro, la capacità di consacrarsi assolutamente alla causa. Ci si doveva anche astenere dal frequentare balli e cinematografi, si doveva evitare ogni sfoggio di ricchezza e di lusso. Doveva essere amata una certa tenuta spartana di vita. In più, era contemplata la pratica del digiuno, due volte alla settimana. Codreanu era il primo a sottoporvisi.

Particolare importanza veniva poi attribuita alla preghiera intesa come una vocazione. “La preghiera è un elemento decisivo – diceva Codreanu. Vince chi sa attrarre dall’etere, dai cieli, le forz e misteriose del mondo invisibile e assicurarsene il concorso”. Per lui fra tali forze vi erano le anime degli antenati e dei morti. E nei “nidi” (così venivano chiamati i centri della Guardia) ogni riunione s’iniziava e si terminava con una preghiera invocativa rivolta a coloro che lungo i secoli erano caduti per la difesa della patria e della fede e che si riteneva essere rimasti invisibilmente uniti alla stirpe.

[...] Si sa della tragedia della Guardia di Ferro e della fine di Codreanu. [...] Alla fine Codreanu fu arrestato e processato [...] “si tagliò corto” e si ricorse all’assasinio mascherato.

Quale Male assoluto…

28 Novembre 2009 da Redazione

Forse qualcuno comincia ad aprire gli occhi e a considerare le atroci colpe dei bolscevichi: riconsideriamo il “Male assoluto”?

Polonia: presentata una legge per mettere al bando tutti i simboli del comunismo

Chiunque li utilizza o ne è in possesso potrebbe rischiare fino a 2 anni di carcere

MILANO - Vent’anni fa, dopo la caduta del Muro di Berlino, decisero di buttare giù le statue di Lenin e di Marx e di seguire le democrazie occidentali. Adesso i politici polacchi hanno presentato un breve emendamento che mette al bando qualsiasi simbolo comunista dal paese dell’Est europeo. Il Senato ha infatti approvato una modifica all’articolo 256 del codice penale che dichiara illegali tutti i simboli comunisti. Chiunque li utilizza o ne è in possesso rischia fino a due anni di carcere per aver commesso il reato di «glorificazione del comunismo». Il Presidente della Repubblica Leck Kaczynski lunedì prossimo dovrebbe firmare la legge che probabilmente entrerà in vigore dal prossimo anno. A questo punto anche indossare t-shirt con l’immagine di Che Guevara o solamente canticchiare l’Internazionale nelle strade di Varsavia sarà considerato un crimine in Polonia.

EMENDAMENTO – La nuova legge infatti proibisce espressamente tutte le immagini che inneggiano a sistemi antidemocratici: l’articolo afferma che è vietata «la produzione, la distribuzione, la vendita o il solo possesso di oggetti che richiamano al fascismo, al comunismo o ad altri simboli di totalitarismi». Uno dei principali promotori della norma è Jaroslaw Kaczynski, fratello gemello del Presidente della Repubblica e capo del partito di opposizione «Legge e Giustizia». Secondo Kaczynski questa legge è sacrosanta perché il comunismo è uno dei simboli negativi del ‘900: «Nessuna immagine del comunismo ha diritto di esistere in Polonia - ha spiegato ai media locali il leader dell’opposizione - Il comunismo e il suo sistema genocida deve essere comparato al nazismo». Molti storici polacchi condividono la tesi di Kaczynski: «Quello comunista era un sistema terribile e omicida che ha causato la morte di milioni di vite» ha dichiarato lo storico Wojciech Roszkowski. «Non è sbagliata la comparazione con il nazismo - sottolinea lo studioso polacco - e per questo i due sistemi e i loro simboli devono essere trattati allo stesso modo».

PASSATO CHE NON PASSA - Sebbene i comunisti non abbiano più alcuna influenza politica, in Polonia sembra che il passato non voglia proprio passare. Nelle scorse settimane la Polonia infatti è stato il Paese che più si è battuto contro la candidatura di Massimo D’Alema a Ministro degli Esteri dell’Ue. L’ambasciatore della Polonia presso la Ue Tombinski definì D’Alema «un problema» per il suo passato comunista e precisò che era più adatto a quest’incarico «una persona la cui autorità non può essere contestata a causa delle sue appartenenze politiche passate». Recentemente l’uscita dell’ultimo film del famoso regista Andrzej Wajda che racconta il massacro di Katyn durante la Seconda Guerra Mondiale ( i sovietici uccisero oltre 20.000 tra civili e soldati polacchi) ha suscitato un rinnovato odio contro gli oppressori russi.

LIBERTA’ D’ESPRESSIONE - Come sottolinea il Times di Londra lo scopo dei politici polacchi è chiaro: «rendere invisibile il comunismo». Il ministro degli Esteri Radoslaw Sikorski ha ribadito che il Palazzo della Cultura e della Scienza, il più alto grattacielo in Polonia, deve essere abbattuto solo perché è un regalo fatto da Stalin ai cittadini di Varsavia. Non importa che, nel corso degli anni, sia diventato una delle strutture simbolo della città: «Se lo abbattessimo, anche la Polonia avrebbe il simbolo della fine del comunismo come la Germania ha i resti del muro di Berlino. Poi in termini ecologici è anche una costruzione molto inquinante». La battaglia contro il comunismo ha comunque il sostegno della popolazione e della stampa: «Il punto centrale è dimostrare che non vi è nulla di romantico o di divertente nel comunismo» dichiara un cronista polacco al Times. «Il comunismo - prosegue il giornalista - non è stato un gioco. E neppure un’ideologia che riscaldava il cuore. Il comunismo invece fermava i cuori, li faceva appassire e li rendeva freddi».

La tua amica banca [veramente]

27 Novembre 2009 da Redazione

Quando i governi non prendono misure contro la crisi, qualcuno tenta di sopperire…Una direttrice di banca come tutti la vorrebbero…

Da direttrice di banca si era trasformata in Robin Hood, “prendeva” soldi dai ricchi per darli ai poveri, questo accadeva in una filiale della Vr Bank in un paese di 1.500 persone alle porte di Bonn. Per questo la direttrice è stata condannata a 22 mesi con la condizionale.

LA STORIA - dal dicembre 2003 al febbraio 2005 la donna 62enne Erika B. ha segretamente trasferito del denaro dai conti più “pesanti” a quelli più “leggeri” l’equivalente di 7,6 milioni di euro. La direttrice andava a rimpinguare quei conti che andavano in rosso per evitare la chiusura per poi successivamente ritrasferire il denaro sui conti “pesanti” qualora i clienti risolvevano i loro problemi monetari, in totale ci sono state 117 operazioni all’appello mancavano però 1.1 milioni. Quello che risulta certo scrive oggi la Bild è che la Robin Hood tedesca non ha intascato neanche un euro per se e adesso ha perso tutto, infatti è stata licenziata in tronco e vive con 1000 euro al mese di pensione e non possiede più nè immobili e nè l’assicurazione sulla vita..


Fonte Corriere.it

Crisi finita? Ahahah

27 Novembre 2009 da Redazione

Lo dicevamo da questa estate, ed eccovi serviti. Tutti i media facevano a gara fino a ieri nel dire che la crisi era finita e tutto era in ripresa ed invece ecco la patata bollente Dubai World che riporta tutti i listini europei ai nastri di partenza. Quelli USA si salvano solo perchè chiusi per la festa del Thanksgiving. Inoltre rimaniamo in attesa della seconda puntata dei sub-prime scatenata negli States dai fondi avvoltoi. Altro che ripresa……… questa è l’alba di una nuova crisi!

Fonte: http://www.trend-online.com/?stran=izbira&p=prp&id=245194

Fiume dannunziana. Tra irredentismo e fantasia [Novita' libraria]

27 Novembre 2009 da Redazione

In questo saggio si colgono le varie sfumature dell’impresa dannunziana, che vanno dall’irredentismo, all’arditismo, passando per i movimenti culturali e arrivando al suo ultimo atto che è la carta del Carnaro. Assieme a d’Annunzio troviamo altri personaggi che diedero vita a quello che può essere definito un esperimento politico-sociale di dirompente novità. Su tutti Guido Keller, - raffigurato nella bella copertina di Tanino Liberatore a fianco del Comandante-, impavido aviatore, guascone, antesignano dell’antipolitica con il suo lancio del pitale su Montecitorio ben prima della mongolfiera di Grillo.

Autore: Domenico Rosa
Editore:
Eclettica
Pagine:
148
Anno:
2009
Prezzo:
€ 15

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La plutocrazia egualitaria

26 Novembre 2009 da Redazione

di Luca Lionello Rimbotti

La grande truffa della politica moderna consiste essenzialmente nel rappresentare con paludamenti democratici ed egualitari ciò che invece è, con ogni evidenza, un sistema dominato da un’associazione privata esclusivista, che considera la politica il terreno in cui si difendono i privilegi di casta. L’incredibile trucco funziona, poiché viene fatto in faccia a popoli ormai da molti decenni devitalizzati e progressivamente privati della facoltà di guardare negli occhi il potere e di spogliarlo dei suoi falsi rivestimenti di giustizia. La suddivisione planetaria tra una setta padronale e una moltitudine di chandala, mantenuti estranei ad ogni accesso al decisionismo, è l’ultima parola di ciò che viene definito genericamente col termine di “liberalismo”.

Alle origini della nostra civiltà, ad esempio in Grecia, l’uguaglianza come teorema a-priori dell’indifferenziato, semplicemente non esisteva. Esisteva qualcosa che era il suo contrario: il concetto di democrazia, del tutto opposto a quello di rappresentanza parlamentare di stampo anglosassone quale è prevalso in Occidente. Esso implicava l’idea di eguaglianza di stirpe tra simili, omogenei in cultura, origini, tradizioni, destino. La democrazia diretta, partecipativa ed acclamatoria, puntava non all’eguaglianza come utopia ideale astratta, quindi mai applicabile nella pratica, ma piuttosto alla concreta e reale isonomìa, cioè al mantenimento di quel reticolo di diritti e doveri reciproci che fondavano il legame sociale, la comunità. All’interno della quale, i cittadini si vedevano garantita un’eguale ripartizione di onori e oneri. L’isonomìa è la deposizione nel mezzo della comunità – simbolicamente rappresentato dall’agorà – di ogni individualità, che si deve estinguere nel passaggio alla partecipazione pubblica: si voleva rappresentare, allegoricamente e di fatto, la rinuncia da parte di ogni cittadino del proprio “particolare”, un liberarsi del fardello dell’interesse privato. Questo atto garantiva l’elevazione alla dimensione comunitaria, il luogo dove si celebrava la democrazia vera, il governo del popolo per il popolo.

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Recensione Incontro alla Fondazione della RSI - Istituto Storico

26 Novembre 2009 da Redazione

21 e 22 Novembre - Terranuova Bracciolini (AR)
Con il consueto spirito cameratesco e con il dovere della trasmissione dell’eredità, il 21 e il 22 Novembre decine di persone, provenienti da diverse città, si sono ritrovate all’Istituto Storico della RSI di Terranuova Bracciolini. Due giorni per ricaricare le batterie, liberandosi dalle tentacolari maglie della modernità e per ritrovare vecchi e nuovi collaboratori della Fondazione RSI.

Già da venerdì, infatti, alcuni ragazzi della Delegazione Romana si sono dedicati alle attività di ristrutturazione e manutenzione della sede di Terranuova Bracciolini.

La costante attività volta al miglioramento della sede, rappresenta la volontà  di mantenere in ordine il corpo per ospitare bene lo spirito. Volgendo l’attenzione non solo allo studio e alla riflessione, si mantiene quindi in equilibrio l’esercizio del dovere.

I lavori proseguono, rendendo la sede più adatta a portare avanti il suo obbiettivo di trasmissione e, conforme ad ospitare sempre più partecipanti ai lavori ed ai momenti di convivialità, si riesce sviluppare il progetto di una migliore sistemazione dei locali degli archivi e degli oggetti storici presenti nella sede.

Nella giornata di Sabato, sono arrivati molti amici e collaboratori, si sono impegnati nei lavori di manutenzione della sede e nella normale gestione delle attività permanenti dell’Istituto, ad esempio il coordinamento ed il miglioramento dell’enorme biblioteca di cui è dotato quest’ultimo.

Nella mattinata di domenica ha avuto luogo l’assemblea dei soci, nella quale le delegazioni hanno illustrato le loro attività, la delegazione romana ha brevemente messo al corrente i presenti dello svolgimento dei lavori nella sede e delle ricerche in atto, lasciando poi spazio ai due relatori che hanno approfondito aspetti storici (e non solo) poco noti della Repubblica Sociale: l’Aeronautica repubblicana da un lato, ed il contributo dato dai giovanissimi volontari sardi alla RSI. Numerosi i presenti, che hanno ascoltato e partecipato a tutto il dibattito con attenzione, chiarendo molti punti oscuri su episodi e storie molto spesso occultate e manipolate da una storia troppe volte a senso unico.

Quello che più vale, sicuramente è stato il poter ancora una volta essere vicino ai combattenti della RSI, il cui esempio ed il valore inossidabile ogni volta ci arricchisce. Non solo perché in grado di trasmetterci ogni volta la freschezza dei loro vent’anni donati alla patria, ma perché abbiamo nei loro confronti una missione: raccoglierne il testimone…. non domani o tra dieci anni: ma qui ed ora! Loro, come sempre, sono pronti a cederlo: spetta solo e soltanto a noi dimostrargli d’essere in grado di portarlo avanti con lo stesso spirito e carattere da loro dimostrato. ….Il cammino è duro, ma noi lo affronteremo con in vista il loro esempio.

Il proclama di Yukio Mishima [In memoriam]

25 Novembre 2009 da Redazione

Letto dallo scrittore il 25 novembre 1970, pochi istanti prima del seppuku - taglio del ventre- rituale

La nostra Tate-no Kai (1) si è sviluppata grazie al Jieitai (Forze di autodifesa) (2); così possiamo ben dire, il Jieitai è nostro padre e fratello maggiore.

Perchè mai corrispondiamo a tale debito di gratitudine con una azione tanto ingrata?

Guardando al passato abbiamo ricevuto nelle Forze di Autodifesa, io per quattro anni, gli altri membri per tre anni, un trattamento quasi come soldati del Jieitai, e un addestramento completamente disinteressato.

Noi amiamo sinceramente il Jieitai, perchè lì abbiamo imparato a sognare il “vero” Giappone al di fuori delle caserme militari, e proprio lì, abbiamo conosciuto lacrime virili che non avevamo potuto conoscere nel nostro Paese del dopoguerra.

Abbiamo versato quì sudore genuino; abbiamo corso insieme ai camerati per le vallate del monte Fuji, accomunati dallo stesso amore per la Patria Di questo non abbiamo il minimo dubbio.

Per noi il Jieitai è stato la Patria, l’unico luogo in questo Giappone attuale indifferente a tutto, in cui si poteva respirare un’aria di intenso ardimento.

E’ immenso l’affetto che abbiamo ricevuto dagli istruttori Perchè dunque, nonostante ciò, siamo arrivati al punto di intraprendere una simile impresa? Può sembrare una scusa forzata, ma affermo che ciò avvenne per amore del Jieitai.

Abbiamo visto come il Giappone del dopoguerra per seguire l’infatuazione della prosperità economica, abbia dimenticato i grandi fondamenti della nazione; lo abbiamo visto perdere lo spirito nazionale e correre verso il futuro, senza correggere il presente; lo abbiamo visto piombare nell’ipocrisia e precipitare nel vuoto spirituale.

Abbiamo assistito stringendo i denti, al gioco della politica interna a dissimulare le contraddizioni, mentre sprofondava nell’ipocrisia e nella bramosia di potere.

Abbiamo assistito alla difesa dei particolarismi e degli interessi personali.

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Yukio Mishima e il pazzo morire [In memoriam]

25 Novembre 2009 da Redazione

Molti considerano Yukio Mishima un fine letterato, un artista geniale che ha saputo elevare la trasgressione a valore di vita, costoro soffermano la propria attenzione solamente sulla sua vasta produzione letteraria e su alcuni aspetti secondari della sua vita personale. Questa visione riduttiva, in realtà, nuoce alla figura del pensatore giapponese, perché è giusto annoverare Yukio Mishima tra gli scrittori che in questo secolo hanno saputo interpretare e risvegliare la forza dello Spirito.

La sua esperienza, che si trova riflessa nelle sue opere, è un chiaro riferimento ai valori della Tradizione, una scelta di che ha il suo fondamento nelle piccole conquiste quotidiane e nei sacrifici totali. Così da giovane, esasperato per i numerosi complessi fisici e psicologici, è riuscito grazie ad una severa disciplina, a trovare il giusto equilibrio tra corpo e intelletto, reagendo con una eccezionale volontà agli ostacoli che il destino gli ha posto dinanzi. Per questo motivo Mishima rappresenta l’uomo della disciplina e dello stile, un uomo che ha saputo tenere desta la tensione interiore, vivendo la sua scelta guerriera come atto d’amore teso ad un continuo miglioramento e al superamento dell’individualità.

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