Le solite parole
Usa e Gran Bretagna fingono di preoccuparsi per i palestinesi. Ma le macerie restano là. Come l’oppressione e la fame di libertà del popolo palestinese…NUOVI INSEDIAMENTI - Ma i progetti di Tel Aviv sembrano lontani anni luce e i nuovi insediamenti sorgeranno in un’area, quella di Gerusalemme est, che i palestinesi vorrebbero come capitale del futuro Stato ma che è stata esclusa della moratoria di dieci mesi delle colonie israeliane decisa a novembre su pressione degli Usa. Israele considera infatti l’intera area della Città santa un proprio territorio, ma i numeri parlano da soli: in Cisgiordania e a Gerusalemme est vivono circa 500mila israeliani e 2,7 milioni di palestinesi. Il ministero dell’Edilizia ha dunque invitato gli imprenditori a lanciare le proprie offerte per la costruzione di 198 abitazioni a Pisgat Zeev, 377 a Neve Yaakov e 117 ad Har Homa, tutti insediamenti costruiti durante la guerra del 1967. Un piano che fa parte di un progetto più ampio, che ha messo in cantiere migliaia di nuove abitazioni per i cittadini israeliani.
NETANYAHU OTTIMISTA - Il premier Benjamin Netanyahu ostenta comunque ottimismo e si dice convinto che «le condizioni siano mature» per raggiungere un accordo di pace: «Spero che sia arrivato il momento di rinnovare il processo di pace - ha detto ai diplomatici riuniti al ministero degli Esteri -. Ora è tempo di agire, le scuse che i palestinesi accampavano stanno svanendo». Il presidente dell’Anp, Abu Mazen, la vede diversamente e ha ribadito che le nuove costruzioni nei territori occupati nel ‘67 sono «illegali». «Il governo israeliano dimostra ogni giorno che non è pronto per la pace» ha riferito il portavoce, accusando Tel Aviv di approfittare dell’incapacità degli Stati Uniti e della comunità internazionale di mettere fine alla costruzione di colonie. Saeb Erekat, principale negoziatore palestinese, ha chiesto a Washington di «prendere atto che la politica del governo israeliano punta a rafforzare la colonizzazione invece che a cercare la pace».
50 MILIONI DI STERLINE DA GB - A un anno dall’offensiva militare israeliana contro Gaza si è mobilitato anche il governo britannico, annunciando che stanzierà un fondo di 50 milioni di sterline in favore del popolo palestinese. Gran parte degli aiuti saranno devoluti all’Autorità palestinese a Ramallah, mentre 7 milioni di sterline serviranno a sostenere gli abitanti di Gaza a superare l’inverno e altri 5 milioni serviranno a pagare gli stipendi di 562 insegnanti dell’agenzia dell’Onu Unrwa che opera nel territorio palestinese. L’obiettivo dell’Unrwa è di contrastare la diffusione dell’estremismo tra i 260mila bambini rifugiati offrendo loro un livello migliore di istruzione. «Una buona istruzione, non influenzata dagli estremisti, è la chiave del futuro della regione» ha detto il ministro britannico per lo Sviluppo internazionale Douglas Alexander.
DOCUMENTI USA - Sul fronte del difficile processo di pace, il premier Netanyahu è atteso martedì al Cairo per colloqui con il presidente Hosni Mubarak. E dalla capitale egiziana arrivano indiscrezioni da fonti diplomatiche secondo cui gli Stati Uniti starebbero preparando documenti, destinati ai palestinesi e a Israele, che devono rappresentare la base per il rilancio dei negoziati. L’inviato speciale americano in Medio Oriente George Mitchell starebbe mettendo a punto due bozze di lettera di garanzia, una per Israele e l’altra per l’Anp. «Gli Stati Uniti sperano che queste due lettere rappresentino la base per un rilancio dei negoziati» ha indicato un diplomatico arabo.
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