Il solitario del ring
28 Febbraio 2010 da Redazione
di Emilio Del Bel Belluz
Aveva dato fondo a tutte le sue risorse, non aveva più un briciolo di forza, era quel che si dice un pugile finito. Uno spettatore lo aveva definito un pugile bollito, senza cervello. Manuel però sentiva che qualcosa ancora poteva dare alla boxe, ma non aveva osato dirlo a nessuno. L’ultimo incontro sul ring del pallido lo aveva visto crollare davanti alla potenza di un pugile Argentino. Doveva andare diversamente eppure qualcosa si era spento nel suo cuore, forse gli era mancata la spinta essenziale quella che ti fa vincere e credere in te stesso. Aveva superato da qualche anno in trent’anni, un età in cui o si sfonda o si è finiti. Ma quella sera davanti al suo pubblico amico aveva fallito il tentativo di ritornare in alto. Aveva subito una di quelle sconfitte che si ricordano, un destro micidiale alla mascella lo aveva fatto cadere al tappeto. Il gigante Argentino non si era curato del suo avversario, aveva solo voluto umiliarlo e ci era riuscito alla grande. Manuel aveva visto le stelle che brillavano in cielo, e non aveva sentito le urla degli spettatori che gli lanciavano insulti pesanti, in quella serata di novembre del lontano 1950. Aveva finito la forza, aveva forse smesso di aver fiducia in se stesso. Negli spogliatoi il suo allenatore non aveva parlato, una cosa era certa anche per lui il suo campione doveva appendere i guanti al chiodo e pensare a trovare un lavoro. Manuel aveva sempre fatto il pugile, non sapeva fare alcun mestiere, e ora cominciava il difficile. La borsa dell’ultimo incontro era davvero poca cosa, non gli sarebbe bastata a tirar avanti per molto tempo. Aveva contratto qualche debituccio e non poteva pensare a darsi alla pazza gioia. Tutto quello che doveva fare era di tornare a casa, radunò le poche cose e svuotò una mezza bottiglia di liquore. Gli piaceva bere e fumare, era inutile tutto quello che gli aveva raccomandato il suo allenatore. Nello stipetto della palestra aveva sempre qualche bottiglia di liquore. Era impossibile resistere alla lontananza dalla bottiglia. Il suo allenatore lo aveva richiamato tante volte, ma non era nulla da fare. Quella sera del dopo match non volle la compagnia di nessuno, non prese la metropolitana per rincasare ma si incamminò. Dopo una mezz’oretta, mentre il dolore dei pugni presi era particolarmente grande, decise di cercare qualcosa da mangiare in una bettola. Le insegne erano accese, anche se era tardi. Al banco pochi avventori che lo osservarono stupiti e lo scambiarono per uno di quei delinquenti e attaccabrighe di prima categoria. Si sedette ad un tavolo e chiese alla donna che era dietro il banco se poteva mettere sotto i denti una bistecca. L’ora era tarda e la cucina chiusa, ma la donna che non doveva avere che trenta anni si dimostrò gentile e poco dopo giunse con una bistecca e della verdura, assieme a del vino rosso.

Socialismo Fascista
La donna fra Tradizione e Rivoluzione



















Tutti i contenuti sono protetti da licenza