Le virtù del silenzio
E´ forse la stucchevole retorica tutta italiana di associare l´atteggiamento mafioso all´omertà che ha finito per squalificare una considerevole virtù, quella del silenzio. A contribuire nel nefasto esercizio, oltre ovviamente alla squallida glorificazione del pentitismo in sede processuale, gli sgradevoli modelli culturali che le TV ci propinano quotidianamente: si diffondono con sempre più successo i cosiddetti “talk show”, salotti nei quali si sovrappongono le opinioni - spesso in modo talmente disordinato da rendersi incomprensibili, al limite dell´urto doloroso ai timpani - dei più disparati ospiti; sovente privi di autorità e cognizione di causa circa i temi affrontati, vengono questi ultimi genericamente definiti opinionisti.
In questo bailamme, ove a regnare è il caos, emerge ed ha successo non colui che esprime l´argomentazione più efficace, bensì coloro che più d´altri sanno urlare, a prescindere dai contenuti dei loro latrati. E´ dunque consequenziale la ripercussione che tutto ciò provoca sull´opinione pubblica, scaduta oramai ad una condizione di lobotomizzata ricettrice di input da teleschermo: si sostituisce il vero valore comunicativo della parola con il suo surrogato infimo rappresentato dal mero suono altisonante che solo con la prepotenza irrompe nelle nostre orecchie. La parola, bene prezioso caro ad ogni animo sensibile, dovrebbe essere gelosamente custodito e scandito con estrema cura soltanto laddove necessario. Un uso consapevole, adoperato con ponderatezza, badando affinchè un termine mal calibrato non intacchi l´essenziale estetica rappresentata dalla dolce alchimia della lingua italiana. Ottusi vezzi anacronistici, inutile propensione snob da intellettuali; questo è quanto penserebbe senz´altro qualche fautore dei moderni metodi comunicativi, quei criptici linguaggi telematici usati dai giovani e che declassano le parole ad espressioni da ridurre ai minimi termini per comodità abbreviativa. Eppure, questo “vezzo”, da che mondo è mondo, è sinonimo di civiltà, di saper vivere. Per raggiungere un ordine è indispensabile che forma e sostanza siano convergenti, i piatti di un modello di bilancia esigono equilibrio. La chiacchiera fine a se stessa, l´abuso di parole, l´opinione resa senza riflessione, l´abitudine a giudicare sono tutti atteggiamenti che indicano invece uno squilibrio.
Quando il rapporto tra silenzio e parola propende in modo eccessivo dalla parte di quest´ultima, essa è vuota di contenuti, poiché priva di quel necessario retroterra datole dalla meditazione e dallo studio. Quante volte quelli che, a ragion veduta, chiameremmo i famigerati “sentito dire” provocano contrasti altrimenti prevenibili, quante volte al “sembra che…” seguono parole che si prestano ad equivoche interpretazioni. Quante volte, insomma, sarebbe opportuno scegliere di non proferire verbo anziché innescare micce dagli effetti imprevedibili ed assai rischiosi; aprire bocca e darle fiato solo per il gusto di farlo, solo per non correre il rischio, tenendo chiuse le labbra, di dover essere costretti a restar soli con noi stessi ed a riflettere. E´ dunque il silenzio e nient´altro al di fuori da esso ciò che asseconda la meditazione, la ricerca di una disciplina interiore che sappia guidarci con diligenza. Il silenzio appunto, quale virtù da contrapporre fermamente al flusso scomposto delle parole. Riteniamo ancora validissime le sei leggi fondamentali che Corneliu Zelea Codreanu, compianto fondatore e capitano della Guardia di Ferro romena, seppe trasmettere ai suoi legionari attraverso il suo esempio. A tal proposito, va a nostro sostegno la terza legge; la legge del silenzio, appunto: *parla poco. Parla quando occorre. Di´ quanto occorre. La tua oratoria è l´oratoria dell´azione. Tu opera, lascia che siano gli altri a parlare.*
Frasi brevissime, ma assolutamente incisive, non si concedono ad interpretazioni. La loro forza dev´essere da noi assunta e resa manifesta per mezzo del nostro quotidiano agire. Come abbiamo fatto noi ora citando Codreanu, sempre è importante seguire gli esempi positivi, degni di esser ritenuti tali per via di un protocollo di aristocratiche virtù coerentemente tenute salde durante l´arco della propria vita. Quindi spegniamo la TV, crogiolo nefasto di modelli chiassosi ed effimeri, e accendiamo il cervello!
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