Il solitario del ring
di Emilio Del Bel Belluz
Aveva dato fondo a tutte le sue risorse, non aveva più un briciolo di forza, era quel che si dice un pugile finito. Uno spettatore lo aveva definito un pugile bollito, senza cervello. Manuel però sentiva che qualcosa ancora poteva dare alla boxe, ma non aveva osato dirlo a nessuno. L’ultimo incontro sul ring del pallido lo aveva visto crollare davanti alla potenza di un pugile Argentino. Doveva andare diversamente eppure qualcosa si era spento nel suo cuore, forse gli era mancata la spinta essenziale quella che ti fa vincere e credere in te stesso. Aveva superato da qualche anno in trent’anni, un età in cui o si sfonda o si è finiti. Ma quella sera davanti al suo pubblico amico aveva fallito il tentativo di ritornare in alto. Aveva subito una di quelle sconfitte che si ricordano, un destro micidiale alla mascella lo aveva fatto cadere al tappeto. Il gigante Argentino non si era curato del suo avversario, aveva solo voluto umiliarlo e ci era riuscito alla grande. Manuel aveva visto le stelle che brillavano in cielo, e non aveva sentito le urla degli spettatori che gli lanciavano insulti pesanti, in quella serata di novembre del lontano 1950. Aveva finito la forza, aveva forse smesso di aver fiducia in se stesso. Negli spogliatoi il suo allenatore non aveva parlato, una cosa era certa anche per lui il suo campione doveva appendere i guanti al chiodo e pensare a trovare un lavoro. Manuel aveva sempre fatto il pugile, non sapeva fare alcun mestiere, e ora cominciava il difficile. La borsa dell’ultimo incontro era davvero poca cosa, non gli sarebbe bastata a tirar avanti per molto tempo. Aveva contratto qualche debituccio e non poteva pensare a darsi alla pazza gioia. Tutto quello che doveva fare era di tornare a casa, radunò le poche cose e svuotò una mezza bottiglia di liquore. Gli piaceva bere e fumare, era inutile tutto quello che gli aveva raccomandato il suo allenatore. Nello stipetto della palestra aveva sempre qualche bottiglia di liquore. Era impossibile resistere alla lontananza dalla bottiglia. Il suo allenatore lo aveva richiamato tante volte, ma non era nulla da fare. Quella sera del dopo match non volle la compagnia di nessuno, non prese la metropolitana per rincasare ma si incamminò. Dopo una mezz’oretta, mentre il dolore dei pugni presi era particolarmente grande, decise di cercare qualcosa da mangiare in una bettola. Le insegne erano accese, anche se era tardi. Al banco pochi avventori che lo osservarono stupiti e lo scambiarono per uno di quei delinquenti e attaccabrighe di prima categoria. Si sedette ad un tavolo e chiese alla donna che era dietro il banco se poteva mettere sotto i denti una bistecca. L’ora era tarda e la cucina chiusa, ma la donna che non doveva avere che trenta anni si dimostrò gentile e poco dopo giunse con una bistecca e della verdura, assieme a del vino rosso. Quando gli portò il cibo gli sorrise, ma non osò chiedergli cosa avesse fatto sul volto, n occhio era di sicuro tumefatto, e un grumo di sangue aveva gonfiato il sopracciglio. Non era la prima volta che gli capitava di subire un trattamento simile, ma non gli importava. Non gli importava neppure questa moretta gentile che gli si sedette vicino e cercò la sua parola. Anche lui aveva bisogno di sentire una voce lontana dal ring e dal fumo denso della sua vita. Manuel raccontò tra un boccone e l’altro che era un pugile finito e proprio quella sera aveva incassato una brutta sconfitta, in un momento in cui era sicuro che sarebbe riemerso. Ma aveva perso, ora doveva pensare a salvare quello che si può salvare di una vita, dove erano privilegiati solo i pugni, i tanti pugni. La donna gli chiese se era solo, a questa domanda, il pugile come se avesse sentito il martelletto del gong si alzò e volle pagare il conto. Quella sera non gli andava una compagnia femminile, anche se la donna non era proprio male. Ma non riuscì a comprendere quello che aveva dentro. La strada di casa era ancora lontana sicuramente ci sarebbe voluto una buona mezzora per raggiungere quella che si poteva definire una casa, ma meglio di tutto si poteva chiamare una sordida topaia. Le uniche case decenti che aveva avuto erano gli alberghi, dove di solito si fermava nei tanti match che sosteneva. Aveva fatto il giramondo, alcune volte lo accompagnava il suo allenatore, ma spesso era solo, con la sua borsa logora, alla quale era affezionato. La donna si accorse subito che non aveva voglia di compagnia, ma lo pregò di attendere fino alla chiusura, lo avrebbe accompagnato per un pezzetto. Il pugile orso a quelle parole si fermò e si sentì attraversato da una dolcezza di quella donna e gli parve di sentirsi richiamato alla vita. Si incamminarono verso la strada che conduceva alla casa di lei. Si trattava di una modesta abitazione molto ben curata , i mobili antichi davano una parvenza di vissuto. Manuel per un attimo respirò l’aria di una famiglia, si sedette sulla poltrona e si sprofondò sfinito. Mentre la donna cercava un bicchiere di vino lui si assopì. La stanchezza del combattimento, la fatica patita, e il dolore alle ossa lo aiutarono ad addormentarsi. Si risvegliò dopo qualche ora. La donna era lì nel letto che lo osservava, gli fece un sorriso e gli accarezzo il volto. Manuel aveva la testa che gli doleva e lo zigomo destro si era gonfiato. Pensò subito che forse era in un sogno. Rare volte gli era capitato diu risvegliarsi assieme ad una donna. E gli piacque quel sorriso, lo fece sentire forte e allo stesso tempo infelice perché la sera prima aveva perduto l’incontro e questa sottile malinconia lo faceva apparire debole, si vergognava, non era riuscito a trionfare. Manuel si lasciava accarezzare, non ricordava nemmeno se la sera prima si erano amati, ma lo sperava. La donna gli sorrise ancora accarezzandogli i muscoli, questo gesto in quel momento gli fece ritrovare la voglia di vivere. La donna lo abbracciò e lo baciò con passione, e elle sue vene il sangue cominciò a fluttuare. Manuel la avvolse tra le sue braccia e ne ebbe un piacere immenso. Fecero colazione assieme, con del dolce appena sfornato, il cui profumo aveva invaso la casa. Il fuoco della stufa era già acceso e sulla stufa vi stava dell’acqua a bollire. Si mise a mangiare con piacere, e per un attimo pensò all’incontro che aveva perduto, non era la prima volta che gli capitava. Gli venne in mente Primo Carnera, e sorrise. Alcuni mesi prima era diventato campione del mondo di lotta. Aveva assistito a qualche suo incontro, e per lui era il suo mito. A casa aveva una foto assieme al suo campione mentre gli faceva i guanti con lui. In uno scambio di alcuni colpi era stato colpito dal gigante, una botta come un pugno d’acciaio. Manuel non comprese perché in quei momenti gli venisse in mente Carnera. La donna gli chiese a cosa stesse pensando e lui nominò il gigante di Sequals e gli riferì che si era allenato con lui più volte e di quel pugno. Quel giorno era domenica, dopo aver fatto colazione fecero una passeggiata, al parco vicino alla chiesa dei cappuccini dove assistettero alla Santa Messa. Manuel non frequentava spesso quei posti di fede, ma ne trasse giovamento al cuore. La donna gli prese la mano e la stinse, un gesto buono e delicato forse da quel giorno si sarebbe sentito meno solo e vincitore.
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