Chávez–Putin. L’incubo di Washington
di Alessia Lai
Caracas e Mosca stringono legami, approfondiscono una già salda amicizia. E la reazione di Washington non si fa attendere. Puntuale, alla vigilia della prima visita del premier russo Vladimir Putin in Venezuela e della firma di numerosi accordi bilaterali, indiscrezioni di stampa abilmente lasciate trapelare hanno mandato un chiaro messaggio all’asse russo venezuelano.
Giovedì, il quotidiano brasiliano O Estado de São Paulo, ha rivelato contatti “di alto livello” tra il governo di Brasilia e quello di Washington diretto alla firma di un negoziato per la creazione una base militare congiunta a Rio de Janeiro. La base sarà parte di un triangolo tra Stati Uniti, Portogallo e Brasile, coprirà la zona dell’Atlantico del sud e servirà, ufficialmente, per la cooperazione multinazionale “contro il traffico di droga e il terrorismo”. Il canovaccio è sempre lo stesso: la lotta al narcotraffico usata come paravento per coprire le mosse strategiche statunitensi mirate al controllo dell’America Latina.
Quale modo migliore per turbare il primo vertice tra Vladimir Putin e Hugo Chávez? Il protagonismo di Lula, che punta alla leadership del continente latinoamericano, abilmente usato dagli Usa rischia di minare l’integrazione regionale che così faticosamente l’America Latina sta cercando di costruire.
Ad ogni modo i due leader - che hanno potuto contare anche sulla presenza del loro omologo boliviano Evo Morales, intervenuto appositamente per intavolare anch’egli proficue relazioni con Mosca – non si sono fatti intimidire ed hanno proceduto a grandi passi verso la firma di accordi in campo finanziario, dell’agricoltura, dell’industria aerospaziale e dell’energia atomica. È stato affrontato il tema della realizzazione della banca binazionale tra Russia e Venezuela e l’occasione è stata sfruttata per la consegna degli ultimi 4 elicotteri Mi-17, dei 38 venduti da Mosca a Caracas nel 2006. Nel “pacchetto-Difesa” anche un accordo per 92 tank russi T-72 e lanciamissili Smerch. Nel settore energetico, già mercoledì, alla presenza del vicepremier russo Igor Sechin, è stato sottoscritto – in occasione della VII riunione della Commissione intergovernativa di alto livello russo-venezuelana - un importante accordo per creare una impresa petrolifera russo-venezuelana che opererà nel Bloque Junín 6 della faglia dell’Orinoco. L’impresa mista sarà costituita al 60% da Pdvsa, l’azienda petrolifera di Stato venezuelana, e al 40% dal Consorzio Nazionale Petrolifero (Cnp) russo, formato dalle petrolifere Rosneft, Lukoil, TNK-BP, Gazprom e Surgutneftegaz. Con questo accordo Mosca e Caracas sperano di iniziare a produrre già dal 2010 50mila barili di petrolio al giorno, puntando ad aumentare la produzione fino a 450 mila.
Il Venezuela è oramai da anni uno dei principali interlocutori economici e politici della Russia in America Latina. Un sodalizio al quale intende unirsi anche la Bolivia: intervenuto al vertice Putin- Chávez, Evo Morales ha sottoscritto con Mosca mutui accordi in materia di energia, finanza e difesa. Ha probabilmente discusso di un prestito russo di 100 milioni di dollari destinato alle forze armate boliviane e di una missione tecnica della Gazprom in Bolivia al fine esplorarne le riserve di gas e petrolio.
Legami di questo genere non possono non intimorire Washington, che in linea con l’approccio “democratico” dell’attuale amministrazione non fa però la voce grossa come sarebbe accaduto qualche anno fa, con Bush al comando. La tattica è più sottile ma non meno prevedibile: gli Usa cercano di piazzare pedine in punti strategici dell’America Latina.
Un’attenzione iniziata tuttavia a manifestarsi proprio sotto la precedente amministrazione repubblicana: nel 2006 Caracas venne accusata di non collaborare “sufficientemente alla lotta contro il terrorismo” e Washington impose il divieto di vendere al Venezuela armi degli Stati Uniti e di compagnie internazionali che impiegano tecnologia statunitense. Come conseguenza il governo di Hugo Chávez si rivolse a nuovi partner impermeabili alle minacce di Washington in materia di difesa. Mosca era l’alleato naturale. Da allora il Venezuela ha comprato dalla Russia armamenti per un totale di 4.000 milioni di dollari.
Data proprio al 2006 il ripristino della IV flotta Usa nel Caribe. Mentre nello scorso autunno la Casa Bianca ha siglato con Bogotà un patto che per l’uso di sette basi colombiane. Poco dopo, alla fine del 2009, un accordo con panama ha permesso a Washington di stabilire 11 basi militari operative, sempre per la “lotta contro il narcotraffico”. Un “gioco” al quale sembra ora volersi unire il Brasile.
a.lai@rinascita.eu
da www.rinascita.eu
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