Miei camerati: Leon Degrelle e Antonio Guerin

“Davanti al disastro, al disordine e alla disperazione che piega le ginocchia dell’occidente ha voluto che i nostri pronipoti sappiano che qualche soldato rifiutò di gettare le armi e di alzare le braccia”

Jean Cau “Le scuderie dell’occidente”

Edizione Volpe 1973

di Emilio Del Bel Belluz

Passano i giorni e gli anniversari e tutto sembra svanito nel nulla, il tempo del ricordo è lontano, non c’è più tempo forse per ricordare quelli che se ne sono andati avanti prima di noi, mio padre che si avvicina ai novanta anni ogni tanto mi parla della guerra. La guerra gli è rimasta nel cuore come una compagna che non lo lascia mai. Sono i ricordi forse che tengono gli uomini vicini alla storia e me lo sono chiesto tante volte. Spesso osservo mio padre vicino alla poltrona che guarda il fluire delle stagioni e si accontenta di sentire il canto degli uccelli, e osserva il piccolo volatile che spesso viene vicino alla casa in cerca delle briciole che mio padre ogni giorno lascia per lui. I ricordi sono piccole briciole. Mentre il sole della primavera mi riempie di gioia osservo nel volto di mio padre le rughe del tempo, gli voglio bene perché mi ha insegnato a non odiare nessuno, ma di stare attento a quello che il mondo dona, cercando di comprendere la storia con la stessa umiltà di chi chiede l’elemosina o chi si inginocchia davanti alla Croce, e mio padre di croci ne ha portate tante. Le croci dei suoi commilitoni che dalla guerra non sono tornati, per loro va sempre un dolce pensiero. Tra pochi giorni ci sarà l’anniversario della morte di Léon Degrelle e ho pensato di ricordarlo con un mio articolo e un sentito ricordo scritto da un suo caro amico che ho avuto il piacere di conoscere: il direttore della rivista “ Sentinella d’Italia”, Antonio Guerin, della quale  è stato fondatore e editore. Una rivista che rappresentò per il mondo giovanile della destra un faro di luce che non dimenticò mai i reduci della Repubblica Sociale Italiana di cui Antonio era stato un fedele camerata nell’avventura Mussoliniana. Antonio ci ha abbandonati, ma il suo giornale è stato testimonianza della storia dei vinti, e per decenni fu una voce fuori dal coro. Grazie a lui sentimmo vibrare la voce di Léon Degrelle, e dei suoi libri. A Antonio Guerin ho voluto molto bene e la mia stima nei suoi confronti rimarrà sempre imperitura. Ancora una cosa su di lui: fu un uomo che sacrificò la vita per i suoi ideali, non facendo calcoli economici di nessun genere. Fu tra i pochi che pubblicò opere di scrittori che di sicuro non avrebbero trovato posto nelle case editrici del potere. Sorprendente la forza della costanza che ebbe nel prodigarsi con la casa editrice, soffrendo e patendo. Non posso dimenticare il calore di una visita che gli feci  nella sua casa di Monfalcone, in quella semplice casa che divideva con le sorelle dove si respirava un’aria di serenità e d’amore. Allora invidiai il bene che le sorelle volevano a quel fratello che aveva scelto una strada difficile da percorrere che lo rendeva sicuramente unico. Non ho mai trovato un esempio di uomo così coerente con le sue idee, da lottare contro tutti e tutto. Ma credo che la tristezza più profonda che abbia provato era di vedere che coloro con cui aveva condiviso gli stessi ideali lo avevano dimenticato, scegliendo la scorciatoia della politica intesa come comitato d’affari. Politica che ti costringe a rinnegare i tuoi ideali, i tuoi principi che fino al giorno prima sono stati la stella polare della propria vita. Le opere di Léon Degrelle che possiedo nella mia biblioteca le ho poste vicino a quel libro che Antonio Guerin scrisse”L’ultima raffica”. Il libro che riassumeva la sua vita, la sua avventura nella Repubblica Sociale. Il ricordo di Léon Degrelle mi fa pensare ad un soldato stanco che dopo aver consumato la propria vita per le proprie idee si è seduto ad un tavolo e ha cominciato a scrivere. Appoggiando il suo fucile con il quale aveva combattuto e sfilandosi la propria uniforme macchiata dal sangue di tanti combattimenti si è seduto vicino ad un ruscello per riposare con accanto il suo fedele cavallo. Ha riempito la sua borraccia d’acqua fresca e sorseggiandola si è dissetato. Poi ha estratto dalla tasca interna della sua uniforme un quaderno lacero, compagno di tante notti insonni, e ha cominciato a copiare in bella copia gli appunti della sua vita completandoli con le sue riflessioni. Il suono musicale dello scorrere dell’acqua del ruscello faceva dimenticare la stanchezza delle sue membra e liberava la sua mente facendo in modo che i suoi pensieri potessero volare nel cielo. La mano tremante e stanca ha cominciato a scrivere la sua storia che è poi quella di milioni di soldati che hanno combattuto e non chiedono che una umile croce li ricordi, sepolti in terre lontane dove solo un po’ di terra ricopre le loro povere ossa, soli e dimenticati. Il vinto non ha diritto ad onori, a lui non ci si inchina, a lui non vanno fiori, ma a lui va quella gloria che si è conquistato con il suo coraggio e con l’onore. Si sarebbe dovuto scrivere sulla croce della sua tomba il seguente epitaffio:”Fedeltà è più forte del fuoco”parole che riassumono meravigliosamente la vita di un uomo che non ha mai tradito i suoi ideali. La vita di Léon Degrelle deve essere scritta a lettere indelebili sul  grande libro della Storia. Stamattina per caso ho ritrovato nella mia biblioteca un libro  che un giorno un camerata mi donò e vergandolo con il colore nero inchiostrato mi ha scritto una citazione senza il nome dell’autore che dice”l’uomo potrà essere vinto o fatto schiavo ma sarà pur sempre un uomo libero se saprà mantenere sempre le tradizioni della sua terra”. Vinto è colui che si piega su se stesso, la conchiglia ferita diventa una perla, ma Léon Degrelle non si è piegato, ha reagito. Si sentiva padre dei tanti che sono morti in battaglia con lui, che hanno condiviso la fede e la fine, non sono saliti sul carro del vincitore e hanno rialzato lo sguardo verso quelli che li perseguitavano a guerra finita. Mai il fango li ha coperti, il fango non sporcherà i nobili animi di questi eroi, saranno sempre limpidi come l’acqua che sgorga dalla sorgente. Il cameratismo che lega questi soldati è più forte di tutto, nessuno può rompere questo ferreo legame. Nulla può cancellare la storia che è stata scritta da questi soldati, nulla può scalfire quella che è stata scritta dai ragazzi di destra che si sono immolati per i loro ideali. I giovani morti a vent’anni avranno sempre vent’anni, nemmeno la pioggia può cancellare il sangue versato da questi eroi, nessuno potrà manipolare le loro esistenze con rigurgiti di sapienza tardiva, e i loro fieri visi  potranno sempre guardare con orgoglio la Bandiera. Quante volte ho trattenuto le mie lacrime nel ricordo di queste giovani vite. Léon Degrelle si chinava sui soldati colpiti a morte. Ricordando Léon Degrelle e Antonio Guerin sono convinto che loro gradirebbero quello che ho scritto, e dal cielo ci possono guardare e sorridere. Concludo questo ricordo con lo scritto che fecero tre generali tedeschi che avevano combattuto  nelle Waffen SS. Uno scritto che  contempla e riassume tutto il pensiero dei soldati tedeschi su come vennero trattati e che ci fa meditare:

“Voi ci avete derubati dei nostri beni e del nostro onore;

Voi avete nascosto le nostre gesta d’armi ai nostri discendenti;

Voi avete insultato i nostri Camerati caduti sul Campo dell’Onore;

Voi non vi siete nemmeno riconciliati con Loro;

Voi non accordate nemmeno la pace ai morti;

Voi continuate a insozzare le Loro tombe;

Voi ci avete sputato addosso e ci avete radiati;

Voi avete fatto di Noi oggetto di scherno per i giovani;

Voi ci avete trascinati in tutte le porcherie;

Voi ci avete ingiuriati e ingannati;

Voi avete piagnucolato davanti a tutti i vincitori,

Ma non siete riusciti a spezzare la nostra fierezza.

Il nostro onore si chiama fedeltà.

Concludo questo ricordo a Léon Degrelle e a Antonio Guerin con uno scritto che comparve sul mensile Sentinella d’Italia per i cento anni dalla nascita di Léon Degrelle, del suo direttore Antonio Guerin nel giugno 2006.

“Cento anni fa, il 15 giugno 1906 nasceva a Buglione, la cittadina belga del barone crociato Léon Degrelle, che sarebbe diventato un mito per la gioventù europea. Profondamente cattolico, sinceramente praticante, egli faceva ancora la comunione ogni mattina anche negli ultimi tempi, durante il suo esilio madrileno. Negli anni ’30 del secolo scorso egli acquisì dall’Azione Cattolica la testata “REX” (Christus Rex) intorno alla quale si raccolse la migliore gioventù del Belgio di allora, che costituì il Movimento politico chiamato appunto Rexista, che si batteva contro la corruzione nel Paese scoprendo il socialismo nazionale che mirava al reale benessere del popolo. Léon Degrelle condusse numerose battaglie politiche, in quegli anni, particolarmente contro i “bankster” che succhiavano il sangue alla povera gente, come si può leggere nei libri del Capo. Poi venne la guerra, dichiarata da Francia e Inghilterra alla Germania nazionalsocialista e il piccolo Paese delle Ardenne venne invaso ed occupato dalle truppe tedesche. Per salvare l’onore del Belgio e per riscattare la libertà e l’indipendenza del suo Paese, Léon Degrelle andò con tanti  suoi camerati rexisti a combattere in Russia contro l’orrido bolscevismo, dapprima con l’esercito tedesco ed in seguito con la Waffen-SS costituendo la 28° divisione blindata di volontari “Wallonien” (1.a Vallone), coprendosi di gloria e ferite in più di cento combattimenti a corpo a corpo, avanzando di grado man mano che le sue eroiche azioni lo mettevano in evidenza. Partito semplice soldato, alla fine della guerra che si stava perdendo si ritrovò generale di brigata (BrigadeFhurer). Fu anche ricevuto e personalmente decorato da Adolf Hitler di cui godeva simpatia, affetto e fiducia. Il Fuher ebbe a dichiarare che se avesse avuto un figlio, lo avrebbe voluto come lui. Il capo del Rex, trovandosi in Norvegia alla caduta del Reich, indotto dagli ultimi capi tedeschi cercò di mettersi in salvo con un viaggio aereo tanto avventuroso quanto periglioso, sorvolando l’intera Europa in festa per la vittoria, riuscì ad approdare in Spagna. Qui visse il suo lungo esilio, non cedette mai e continuò a lottare con i suoi scritti, che per l’Italia affidò a noi.

Abbiamo avuto la grande fortuna ed il particolare privilegio di poter conoscere e frequentare quest’Uomo eccezionale godendone l’amicizia e, più volte, la squisita e generosa ospitalità. Era nato cento anni fa. Ci rimane di lui il ricordo struggente insieme con il mito indistruttibile della sua travolgente personalità”.

Au chef!

Antonio Guerin