La cultura fascista

Ci spiace per gli antifascisti immaginari ma la cultura fascista è esistita.

Il fascismo attrasse come una potente calamita molti intellettuali. Si presentava quale nuovo modello di modernità in grado di porre un argine alla decadenza innanzitutto nazionale, e più in generale europea. Ormai una larga fetta di studiosi del fascismo accetta questa idea. La vecchia tesi del fascismo privo di cultura e dunque privo di ideologia, espressa a più riprese ad esempio da Norberto Bobbio, di un fascismo privo di «consenso» popolare e intellettuale, è diventata un ferro vecchio, inutilizzabile. Come ferraglia arrugginita è l’interpretazione delle arti (e degli artisti) sedotte e poi abbandonate, o peggio corrotte dal fascismo. Tesi superate, appunto, pur se mai completamente sopite e perennemente ricorrenti, utili a chi le richiama in vita, come notava qualche anno fa Emilio Gentile, per «defascistizzare il fascismo», negando «per esempio, che vi sia stata un’ideologia fascista, una cultura fascista, una classe dirigente fascista, un’adesione di massa al fascismo, un totalitarismo fascista e perfino un regime fascista».
Il filosofo Giovanni Gentile considerava il fascismo una «rivoluzione spirituale», una reazione alla decadenza nella quale era sprofondata irrimediabilmente la cultura italiana. Gli ideali della rigenerazione nazionale si incarnarono nel mito dell’«uomo nuovo» fascista. Da questa precisa angolazione il fascismo può essere considerato una variante del «modernismo reazionario», che si perfeziona entro il recinto di un «regime totalitario», segnato dalla «secolarizzazione della politica» imperniata sul «culto del littorio». Mancava nel mercato editoriale un’agile ricostruzione della cultura fascista, capace di sgombrare il campo da problematiche e incomprensioni vecchie e nuove, e fissare saldi riferimenti. Mancava, appunto, perché il vuoto è stato colmato dal saggio di una studiosa di valore e scrittura chiara, Alessandra Tarquini “Storia della cultura fascista” (il Mulino, p. 239, 18 euro). Alessandra Tarquini aveva giù esplorato la materia con uno studio equilibrato e molto ben documentato dedicato al ruolo (e soprattutto all’ostilità messa in campo contro di lui da varie forze) del filosofo del fascismo Giovanni Gentile (“Il Gentile dei fascisti. Gentiliani e antigentiliani nel regime fascista”, il Mulino, 2009). Partiamo dalle ultime parole del saggio. Alessandra Tarquini scrive: «i politici, gli intellettuali e gli artisti, i giovani e i non giovani, sono stati fascisti nonostante le differenze delle biografie, dei percorsi intellettuali e delle discipline di cui si sono occupati. Ciò che accomunò gli uomini, le istituzioni e le idee dell’Italia fascista fu allora più importante di ciò che li divise e quindi determinò la loro identità politica e culturale. Questo non significa che nel regime totalitario non vi furono scontri fra correnti e gruppi antagonisti, né che la cultura espressa dal fascismo fu un monolite identico a se stesso. Significa invece prendere sul serio le scelte di chi si impegnò dal 1922 al 1943 per esprimere una nuova cultura e non volle vivere in modo diverso. Significa leggere le opere e ricostruire le azioni di quei fascisti che fornirono al regime totalitario il loro contributo e il loro talento cercando uno spazio e un ruolo nel fascismo, convinti di partecipare ad una grande opera di costruzione della storia».
Il discorso potrebbe chiudersi qui. È esistita una cultura fascista e sono esistiti soprattutto gli intellettuali fascisti. Questo lo si è sempre saputo. Ma era difficile affermarlo, poiché bisognava dover fare i conti con una «vulgata» solida, potente, annaffiata quotidianamente sui giornali e sulle riviste scientifiche e militanti, nelle case editrici, nelle aule universitarie. A tenere in mano l’innaffiatoio erano studiosi autorevoli come Norberto Bobbio e Eugenio Garin, solo per citare gli esempi migliori, sempre protetti dalla politica culturale del Partito Comunista. E proprio da questa «vulgata» parte la ricostruzione di Alessandra Tarquini, dal dibattito storiografico. Sono stati gli storici a determinare la fortuna del «paradigma» dell’inesistenza culturale del fascismo. Un «irregolare» della filosofia politica, Augusto Del Noce, già nel 1960, aveva denunciato l’illusorietà del mito «riduzionista». Ma pochi lo seguirono. La «vulgata» faceva troppo comodo all’esercito di «redenti», artisti e intellettuali passati dal fascismo all’antifascismo senza drammi, e soprattutto molto velocemente. Un «viaggio breve», talvolta brevissimo. La «vulgata» trovò un paravento perfetto nelle riflessioni di Ruggero Zangrandi pubblicate nell’immediato dopoguerra per giustificare (e ripulire) il proprio passato fascista. Ci si affidava al viatico salvifico del «lungo viaggio» generazionale, con l’intento di descrivere il passaggio dal fascismo all’antifascismo della stragrande maggioranza degli intellettuali italiani, di ogni ordine e grado. Veniva così a fissarsi, nelle parole di Pierluigi Battista, «la leggenda dei giovani che si liberano pian piano, passo dopo passo, dell’involucro asfissiante in cui il fascismo aveva imprigionato il loro istinto di rivolta per poi approdare, dopo un faticoso apprendistato, dalla parte giusta». Zangrandi contribuiva in maniera determinante alla costruzione di una nuova «leggenda storiografica», per la quale, a parere di Giovanni Belardelli, «se i giovani erano stati fascisti, ben pochi però lo erano stati davvero. Il consenso dei giovani era apertamente riconosciuto – pur se con molte oscillazioni riguardo ai tempi in cui sarebbe entrato in crisi – ma era anche ricondotto a giovanile ingenuità, contrapponendo ai fatti – l’adesione al regime testimoniata da una pletora di articoli di ogni genere – l’insondabile mondo delle intenzioni, all’essere fascisti il credere di esserlo, come se tra le due cose vi fosse, storicamente parlando, una vera differenza […] Al termine di una ricostruzione che nel 1948 o ancora nel 1962 poteva risultare spregiudicata, ad essere stati fascisti rimanevano soltanto i vecchi, quelli della generazione precedente. Mentre è vero semmai il contrario: soprattutto tra i giovani, pur costantemente critici di certi aspetti conservatori e “borghesi” del regime, si erano prodotte le adesioni a un fascismo intransigente e rivoluzionario». Il libro di Zangrandi diventava così il viatico per una intera generazione di giovani, in grado di spostare indietro le lancette dell’orologio, inventando un «antifascismo immaginario», e considerando l’adesione al regime fascista una faccenda strumentale, un atto di dissimulazione, un consenso e un convincimento puramente superficiali.
Lo studio di Alessandra Tarquini dimostra come il fascismo ebbe una cultura autenticamente moderna e al tempo stesso autenticamente fascista. E come poteva non esserlo la cultura che aveva annoverato l’operato di Giovanni Gentile e Giuseppe Bottai, di Camillo Pellizzi e Curzio Malaparte, di Mino Maccari e Leo Longanesi, di Ugo Spirito e Berto Ricci, della “Scuola di mistica fascista” fondata da Niccolò Giani per propagare il culto del Duce e della rivista di Bottai “Primato”, del carro di Tespi e della Mostra d’arte cinematografica di Venezia. Il discorso dovrebbe estendersi anche all’architettura, all’università, al giornalismo, al teatro, al cinema, alla letteratura, alla pittura, alla musica, senza dimenticare gli estremismi antisemiti di Telesio Interlandi e certi vaneggiamenti paganeggianti di Julius Evola. Lo Stato totalitario costruì una politica culturale servendosi di miti, istituzioni e uomini, adattandola alle circostanze nuove che il ventennale cammino ha posto al fascismo. Alessandra Tarquini senza anatemi, sotterfugi o distrazioni, con il sobrio linguaggio della storiografia di qualità, disegna nella giusta architettura questo percorso. Potrà non piacere. Ma la storia così è andata. Meglio prenderne atto.

Fonte:http://www.loccidentale.it/node/107599