VITE DI CRISTALLO [Proposta letteraria]

Tracce e riflessioni dopo la lettura di “VITE DI CRISTALLO” a cura della redazione di Azionetradizionale.com

L’autore coglie nel segno anche con questo suo ultimo lavoro. I personaggi del romanzo sono tigri di carta, vittime di illusioni che potrebbero essere anche le nostre. Si illudono di essere differenziati dalle persone comuni che disprezzano, ma si accorgono quanto invece siano simili? Il loro individualismo non è diverso da quello che ottenebra le masse (senza individualismo avremmo il popolo al posto delle masse). L’individualismo porta come frutto avvelenato l’egoismo. E gli egoisti sono anche egocentrici e, purtroppo per loro, la realtà non la riescono a percepire nella sua indefinita vastità. Il loro è un punto di vista “condizionato”. Per scavalcare questo condizionamento e conservare nella visione del Tutto il senso del Sé, serve davvero una personalità eccezionale, la forza di un superuomo. E’ più facile capire la grandezza che farla propria e viverla in prima persona (colloqui su Nietsche). Parlare della grandezza non ci rende grandi. Dissertare di filosofia annegando nel buon vino le proprie contraddizioni avvicina così tanto i personaggi del romanzo agli altri e così tanto gli altri alle nostre vite. Il loro stordirsi di alcol sia nell’euforia che nella disperazione è atteggiamento comune a tutti i mortali in tutti i tempi, tanto comune e normale da apparire banale, così come il prepotente dominio dei sensi erotici non è affatto prerogativa dei geni….è solo natura. Anche il disprezzo del lavoro accomuna gran parte delle ultime generazioni figlie della borghesia viziata ed impaurita dalla mancanza di prospettive e futuro. Gli attori della compagnia si accorgono di quanto lo stereotipo borghese che denunciano non sia più quello o soltanto quello di un tempo?…..il fallimento, il vuoto, il deserto sono cresciuti ovunque e lo smarrimento dei personaggi che ritornano al Bistrot come all’unico porto sicuro ha solo tinte diverse, ma nella sostanza coincide con lo smarrimento di tutti gli “altri”, che magari si scelgono un porto diverso. Certo, rispetto agli “altri” i nostri attori sono più consapevoli…questo li rende per noi chiari specchi (nel senso di specchi che riflettono bene …non solo ciò che vorremmo vedere). Tra i doni della sensibilità artistica, che può esistere anche in chi non ha muse ispiratrici ma ha un’estetica e la trasferisce al proprio vivere quotidiano, vi è la capacità di intuire per squarci e per sprazzi. Sprazzi, anzi spruzzi di colore su una tela grigia di mediocrità. Sprazzi che scuotono dal torpore…. il difficile viene dopo, ma intanto ben venga il calcio in culo che ci scuote dal torpore.

Sprazzi, scosse, chiamatele come volete, nel romanzo le trovate e più di qualcuna “….sono talmente poveri che l’unica cosa che hanno sono i soldi” .

Il vuoto che assale alla gola i personaggi (vuoto annunciato dalla noia), riflette il malessere di chi, avendo avuto la lucidità di smascherare i falsi valori e la falsa etica borghese, non riesce poi ad andare oltre (non che sia facile beninteso). Alla fin fine gli appetiti sono gli stessi, solo disadorni dei sensi di colpa che una piccola morale incista nei piccoli spiriti. La morale serve a poco o a tanto, un debole freno inibitorio allo scatenamento degli appetiti incontrollati, la cui invariabile soddisfazione atomizza i legami interpersonali e ci lascia esausti, privi di forza. Il palcoscenico della società mostra continuamente a livello individuale e collettivo, la devitalizzazione di chi rifiuta la morale senza poterselo permettere. Inesorabilmente, senza la Forza, la spirale sarà verso il basso caos dell’infraumano e non verso l’alto dominio del superumano. A questa polarizzazione la morale è del tutto estranea. Capirlo significa capire anche che il confronto con la forza (la nostra) è inevitabile. Senza essere veramente liberi e sovrani di se stessi si cambia solo il nome che diamo alle nostre catene. Cos’altro vuol dirci Ruggero quando sottolinea la distanza tra il ritenersi “spirito libero” ed esserlo veramente?

L’autore coglie nel segno anche con questo suo ultimo lavoro. Perché? E’ vero che, mentre lo si legge, ci si sente coinvolti. Coinvolti perché il rifiuto della società borghese, le passioni amorose ed i tormenti sentimentali attraversano anche noi. Però questa partecipazione emotiva alla lettura, non basta. Non basta! I personaggi sembrano gridarlo con le loro vite in balia, con le loro vite di cristallo.
Il segno è colto perché il romanzo focalizza progressivamente il punto interrogativo su se stessi e sul senso del proprio agire nel mondo, sul senso della propria esistenza. Ognuno troverà le sue risposte in base alla propria natura ed alla propria “statura”. Sarà riscossa interiore o ancora illusione di possedere una libertà che invece non si è riusciti a conquistare?

La ricerca di un senso dell’esistenza è la portante il romanzo. I personaggi hanno lasciato dietro di se tutte le risposte “consolatorie”, ma sono in difficoltà. Avendo una certa sensibilità si tuffano nel forsennato vitalismo tentando di superare una vita fredda di calcoli e ragionamenti. Poi, senza avvedersene, sembra che cerchino una risposta “plausibile” ovvero razionale. Eppure proprio loro, o proprio noi, dovremmo intuire che nessuna risposta logico-razionale potrà mai essere soddisfacente semplicemente perché la vita è molto di più della ragione, essendo quest’ultima un buon alfabeto atto a decifrare solo una porzione del grande mistero.

In molti si dannano nel cercare una risposta che non trovano, ma percepiscono che questa risposta c’è e così continuano tentando incursioni dove la ragione non arriva. Alcuni vengono aiutati dall’arte o, se vogliamo, dalla loro natura artistica vibrante di un’inquietudine più mobile e vivace rispetto a quella dei positivisti.

Alcuni (in effetti forse la maggior parte) si arrendono giungendo esausti dopo lunga ricerca ad accettare come unica risposta plausibile quella che afferma la “totale assenza di senso della vita”.

Il nostro protagonista sulla soglia di questo epilogo intuisce come anche questa sia, in fondo, una risposta “consolatoria”. Contro ogni apparenza questa risposta è tanto più consolatoria quanto più si offre a persone ormai disperate di trovare la verità ultima e già orientate a decisioni estreme (suicidio). Una conclusione in qualche modo di comodo, necessaria ad accettare la nostra impotenza di andare oltre soltanto negando l’oltre.

A modo suo Ruggero continua a cercare un senso alla vita dimostrando una natura virilmente nobile. Infatti pochi hanno gli attributi necessari (leggasi forza) per non arrendersi pur capendo che, nonostante i nostri sforzi, non siamo in grado di “dimostrare” proprio niente…..ne il senso ne tantomeno il nonsenso della vita. Questa tensione interiore ultima, che si afferma nonostante l’impossibilità di confidare in un risultato utile, ha tratti eroici.

Quando il gioco della vita finirà ed il nostro cristallo andrà in mille pezzi, saranno mille frammenti di luce? Dipenderà da come avremo vissuto… c’è chi dice che il cristallo ha la forma di una clessidra.