Orwell In Afghanistan

di Massimo Fini

Viviamo sempre più in un mondo orwelliano. In ‘1984’ gli slogan del Partito sono tre: “ LA GUERRA E’ PACE”; “ LA LIBERTA’ E’ SCHIAVITU’ ”; “L’IGNORANZA E’ FORZA”. Per i primi due ci siamo in pieno. Non intendo in alcun modo mancare di rispetto al sergente Michele Silvestri ucciso in Afghanistan durante l’attacco talebano, era un soldato e faceva il suo mestiere, ma definirlo un “costruttore di pace” come ha fatto nella sua omelia monsignor Vincenzo Pelvi, seguito dalle autorità e dai commentatori, è un rovesciamento orwelliano della realtà. Noi, con i nostri alleati, non siamo in Afghanistan per portare pace, ma per fare la guerra ai talebani e agli insorti, cioè a una parte consistente del popolo afghano. La cosa straziante della morte del sergente Silvestri come di quella degli altri 49 soldati caduti in Afghanistan, è che sono morti inutili. Silvestri e gli altri non difendevano la Patria, si trovavano al contrario nella posizione odiosa degli occupanti. Possibile che noi italiani, che abbiamo fatto della Resistenza un mito, anche eccessivo, non riusciamo a comprendere quella di un popolo che da undici anni si oppone all’occupazione dello straniero?

Il sergente Silvestri quando telefonava ai genitori diceva: “E’ dura! Ma la gente ci vuol bene perchè ha capito che non siamo occupanti ma amici…” (‘La libertà è schiavitù’). Probabilmente lo diceva per rassicurarsi, per dare un senso a una missione che non ne ha. Monsignor Pelvi ha chiosato: “Pattugliava le strade e distribuiva cibo alla povera gente, difendeva i quartieri dall’attacco dei terroristi, accogliendo i bambini nei fortini, fermava i trafficanti di armi e ripristinava acquedotti distrutti dalla guerra”. Commovente. Peccato che l’occupazione occidentale, nel suo complesso, sia stata devastante per il popolo afghano, materialmente, economicamente, socialmente e moralmente. La disoccupazione che durante il governo talebano era all’8% è salita al 40 e in alcune regioni all’80. I Talebani avevano ricacciato oltreconfine i ‘signori della guerra’ (che ora sostengono Karzai), spazzato via i predoni, disarmato la popolazione. La corruzione che con i Talebani non esisteva, oggi è endemica, nel governo, negli amministratori locali, nella polizia, nell’esercito e nella magistratura tanto che gli afghani, anche quando non sono simpatizzanti del Mullah Omar, preferiscono rivolgersi alla giustizia talebana che, sia pur spiccia, è almeno una giustizia e non una corsa a chi paga di più per avere una sentenza favorevole. In Afghanistan c’è un’amministrazione parallela, talebana, a quella governativa. Nel 2000 il Mullah Omar, proibendo la coltivazione del papavero, aveva fatto crollare quasi a zero la produzione dell’oppio che oggi rappresenta il 93% di quella mondiale (mi piacerebbe che qualcuno contestasse questi dati invece di bollarmi come ‘amico dei terroristi’). E se anche fosse vero che gli italiani hanno ricostruito qualcosa di ciò che i sovietici prima, i nostri alleati poi (e noi stessi) hanno distrutto, vale, per tutte, la risposta che nel 2007, dopo uno dei primi attacchi al nostro contingente, in cui perdemmo un uomo, Oari Yasaf Ahmadi, allora il principale portavoce del Mullah Omar, diede al giornalista del Corriere Andrea Nicastro che gli obiettava che, in quell’occasione gli italiani volevano solo risistemare un ponte e fare ‘un’opera di bene’: “ Colpiremo ancora gli italiani. Non ci interessa se distribuiscono elemosine o sparano. Sono alleati degli americani e quindi invasori. Se ne devono andare. Prima lo capiscono e meglio sarà per loro”. Un consiglio che avremmo fatto bene a seguire prima di allineare cinquanta inutili caduti sul campo.