“Quell’antica società siamo noi”, intervista a Renato Del Ponte

di Mario Bernardi Guardi

Il mondo spirituale dei romani e i significati che attribuivano alla religione. Giano bifronte (Janus), dio solare, appartiene, insieme a Vesta, protettrice del focolare domestico, agli strati più profondi della religiosità romana. I sacerdoti salii lo chiamarono duonus cerus, buon creatore, e deorum deus, dio degli dèi. Ovidio ritiene che sia il dio dell’anno, ianus anni deus; Orazio lo identifica con il Sole e lo chiama matutinus pater; Cicerone ritiene che il nome Janus derivi da ab eundo e cioè dal continuo procedere, andare del tempo. Da Giano prese il nome il mese che apre l’anno e cioè gennaio (Ianuarius); a lui fu consacrata la porta Ianua; per primo, fu Romolo a innalzargli un tempio, dopo aver concluso la pace con i sabini: la statua era bifronte o perché indicava l’unione dei due popoli, o perché ogni porta ha due fronti, o perché il tempo volge lo sguardo alle cose passate e a quelle future. Ma talora veniva rappresentato anche con quattro fronti per significare le quattro stagioni dell’anno. Come portiere del cielo, regge nelle mani una chiave e una verga.

Viene indicato anche con l’appellativo di Patulcius, perché il suo tempio restava aperto in tempo di guerra (pateo = essere aperto) e Clusius perché veniva chiuso in tempo di pace (claudo = chiudere).

Ecco quello che uno studente liceale può apprendere intorno a Giano, consultando un dizionarietto mitologico a uso dei giovani (abbiamo scelto il Piccolo dizionario di mitologia greca e romana di Ernesto Cerotto, Edizioni SEI, perché a tutt’oggi ci sembra uno dei più adatti a fornire notizie essenziali).

Ma il mistero di Giano – questo dio che non trova riscontro in alcuna divinità greca – resta fitto, quasi impenetrabile e gli interrogativi che possono sorgere dalla curiosità dello studente, che magari incontra per la prima volta la storia e la cultura di Roma, come da quella dell’adulto che le riscopre, sono molti. Giano è il Sole, o possiede solo alcuni attributi di questa divinità? Se è dio degli dèi e ha dunque qualità sovrane, è forse pari a Giove, è re insieme a lui? O la sua regalità si manifesta in altri modi, ha un’altra sfera di azione?

È chiaro che né un dizionarietto, né un manuale di storia romana possono dare delle risposte; e nemmeno può darle la saggistica specializzata, se si arresta alle soglie del documento e della testimonianza. Così operando, la storia non può diventare altro che un vorticoso brulicare di fantasmi: il passato risulta indecifrabile perché i segni che ci invia non hanno senso nel nostro presente; la memoria di Roma appare oscura e solo battendo i tasti della retorica possiamo presentarla come qualcosa di vitale e di attualmente operante.

E allora? E allora bisogna aprirsi davvero alla storia, con il piacere di chi scava in profondità e porta alla luce: come l’archeologo scopre città scomparse e quasi ne ricompone contorni e strutture, così lo storico deve impegnarsi a restituire non solo dati, ma anche significati, deve farci capire il passato in modo che davvero possiamo sentirlo nostro, al di là di ogni enfasi letteraria, celebrativa di mura, archi e scomparse glorie.

Su questa linea ci sembra si sia mosso Renato Del Ponte scrivendo “La religione dei Romani” (Rusconi, pp. 300, £. 34.000). Continuamente attingendo alle fonti primarie e cioè ai testi degli storici classici, ha esaminato una vasta bibliografia secondo un criterio interdisciplinare, ben cosciente che archeologia, epigrafia, linguistica, filologia, storia del diritto, simbologia, singolarmente prese, sono in grado di arrecare solo contributi marginali alla comprensione del passato e debbono dunque essere integrati in una visione d’insieme. Solo in questo modo dèi e miti possono tornare, al punto che Del Ponte può sentirsi più che un archivista di memorie fascinose, un testimone della paganitas, ovvero uno studioso che non esita a restituire forza legittimante ai sacri paesaggi dell’antichità romana, ai riti, alle credenze dei nostri progenitori.

All’autore, studioso di storia delle religioni, di simbolismo e di storia delle idee, abbiamo fatto alcune domande sulla sua opera, che è stata selezionata per il premio Isola d’Elba nel settore della saggistica.


Domanda Qual era il significato della religione per i romani?

Risposta Religio come legame (da re-legare) è una novità dei cristiani. Se invece come sostengono autorevoli linguisti, il termine viene da re-legere (“raccogliere”, “ricapitolare”), il romano che si rivolgeva agli dèi “ricapitolava” dentro di sé, interiorizzandola, la formula rituale o la preghiera, fino a sentirla forza intima.


D Il tuo libro ha indubbiamente un taglio particolare, originale. Vuoi spiegare ai lettori di Historia in che cosa consiste la sua caratteristica?

R Ho cercato di rendere protagonisti e interpreti del mondo delineato nel libro proprio i diretti interessati, i romani, di cui spero di aver reso concreto al lettore moderno il modo di sentire e vivere il sacro. In tal senso, il mio lavoro, più che originale, vorrebbe essere originario, cioè il più aderente possibile alle fonti. In primo luogo, ho usato quelle dei classici, letti e interpretati criticamente – è ovvio – ma non in modo tale da mortificarne il messaggio (come è stato fatto quasi sempre nel passato): rafforzandone anzi le valenze con un lavoro interdisciplinare serio e aggiornato, che si avvale soprattutto delle notevoli scoperte archeologiche realizzate negli ultimi venti anni, di cui si dà ampio conto nel testo.


D Ma c’è qualcosa di diverso anche nella prospettiva storica con cui affronti problematiche e vicende cruciali della religione romana.

R È vero: basti pensare al rilievo che ho dato alla vicenda del 376 d.C. (ignorata da quasi tutti i manuali di storia romana), quando l’imperatore Graziano rifiutò, per la prima volta, di assumere la veste e il titolo di pontefice massimo.


D Quali furono le conseguenze?

R Quel rifiuto provocò un’irreparabile scissione fra autorità spirituale e potere temporale di cui si videro nei secoli seguenti i tragici effetti nel conflitto medioevale tra papato e impero.


D Ma prima di Graziano vi erano stati altri imperatori cristiani.

R Sì, ma nessuno di loro aveva ritenuto necessario tale gesto di irreparabile frattura.


D Dimmi un altro punto qualificante del tuo studio.

R È nel capitolo dedicato all’Arca di Numa, allorché mi interrogo sul motivo per cui nel 181 a.C. il Senato diede l’ordine, apparentemente assurdo, di far bruciare pubblicamente in piazza i testi rituali, venerandi e preziosi, del secondo re di Roma, Numa Pompilio. Anche questa indagine rientra nell’esame in profondità – secondo una dimensione spirituale – della storia religiosa della città.


D Spiegati meglio.

R Voglio dire che per me è stato logico e conseguente, per uno studio del genere, partire da dati di ordine spirituale, e non certo politico o, peggio, economico. Del resto, a Roma ogni attività, anche quella degli dèi, era in certo qual modo inquadrata nelle strutture statali, dal momento che lo stato stesso era nato con un atto di sapore giuridico-religioso.


D E, a tuo avviso, con un atto del genere era destinato a chiudersi?

R Proprio così, dal momento che per me la vera fine dello stato romano avviene nel 382 d.C., allorché l’imperatore Graziano decide la fine del sovvenzionamento pubblico dei culti tradizionali e la confisca dei beni dei templi e dei sacerdozi, creando per la prima volta la forma, veramente inedita per i tempi, di “stato laico”. E ciò, si badi bene, con la benedizione e l’approvazione entusiasta del vescovo di Roma e di quello di Milano, che era allora sant’Ambrogio.


D Per quale pubblico hai scritto il tuo libro?

R Il mio non è un manuale e nemmeno un saggio accademico. È qualcosa di meno e qualcosa di più contemporaneamente. È rivolto a ogni persona di sufficiente cultura che sia sensibile al mondo dello spirito.


D Ma ha anche uno scopo didattico?

R In un certo senso, dal momento che vuole insegnare ad avvicinarsi correttamente a un mondo spirituale, quello romano, che non è stato tanto esempio di violenza o brutalità, come ci dipingono certi stereotipi duri a morire, quanto spesso di grande tolleranza e moderazione.


D Puoi farmi un esempio, il primo che ti viene a mente?

R Eccolo. Quinto Aurelio Simmaco, autorevole membro del Senato, poteva affermare alla fine del IV secolo: “Guardiamo le medesime stelle, comune è il cielo, un medesimo universo ci racchiude: che importa con quale dottrina ciascuno ricerca la verità? Non si può giungere a così sublime segreto per mezzo di una sola via”.


D Oltre che storico, pubblicista, ideatore e direttore di iniziative editoriali e di una rivista di studi sapienziali (Arthos) che è durata per quasi vent’anni, tu sei professore di liceo. Bene, ti chiedo: perché la storia è ritenuta una materia ostica o antipatica nelle scuole? È colpa degli insegnanti? La storia antica può insegnarci ancora qualcosa? Che continuità può esserci fra l’antica società descritta nel libro e quella dei nostri tempi?

R Questo avviene – ma il discorso potrebbe valere per qualsiasi materia – perché spesso gli insegnanti, anche quelli preparati, sono alquanto demotivati nel loro lavoro. Le ragioni sono molte e non mi sembra sia il caso di discuterne in questa sede. Ma veniamo al concetto di storia. L’idea della magistra vitae, mi pare, è abbastanza superata: presuppone un criterio evoluzionistico oggi non più accettabile. Eugenio Montale in “Satura” ha scritto: “La storia non si fa strada, si ostina, detesta il poco a poco, non procede né recede, si sposta di binario e la sua direzione non è nell’orario”. In fin dei conti, la nostra società (il famoso duemila!) è poi così lontana dalla preistoria? In realtà, pochi millenni ci separano dall’homo sapiens… L’antica società di cui parla il mio libro siamo sempre noi: solo, si è perso qualcosa per strada, il sentimento, allora vivo, di essere parte integrante di un universo che soffre e gode delle nostre stesse sensazioni. Abbiamo perso l’interconnessione tra l’uomo e le cose che lo circondano. Ecco perché l’uomo distrugge ciecamente la natura e Sergio Quinzio può oggi scrivere un’opera come “La sconfitta di Dio”.


D Si può dire che il tuo libro abbia anche un valore di denuncia?

R “La religione dei Romani” comincia, simbolicamente (ma non troppo, visto che si tratta di una esperienza reale), con un’auto che si allontana dai palazzoni dell’estrema periferia della Roma anni Novanta e dal degrado metropolitano per giungere sino ad un angolo apparentemente incontaminato della campagna laziale: il famoso antro di Fauno di cui parla Virgilio nel VII canto dell’Eneide, una presenza geografica mitica ma che si dimostra talmente reale da costituire la vera fonte di ispirazione del mio libro.Comunque, sin dalla prima pagina, in una nota, denuncio lo stato di estremo degrado in cui il Ministro dei Beni Culturali e Ambientali ha condannato una serie di eccezionali monumenti di interesse non solo archeologico. Mi riferisco al complesso monumentale del cosiddetto “santuario dei tredici altari” presso l’antica Lavinio (oggi Pratica di Mare) e dell’adiacente Heroon di Enea, cioè la tomba dedicata alla memoria dell’antico eroe, descritta da Dionigi di Alicarnasso.


D Di che cosa si trattava? Di un “sacro spazio” per gli antichi romani?

R Sì, qui venivano ogni anno i supremi magistrati dello stato romano a compiere sacrifici al momento di entrare in carica, accompagnati dai massimi sacerdoti. Tale area, dove si cominciò a scavare poco più di vent’anni fa, anziché costituire la base di un essenziale parco archeologico del Lazio primitivo, è oggi in una condizione indecorosa, soggetta alle offese del tempo e soprattutto di vandali iconoclasti alla ricerca di improbabili tesori (un altare è stato spezzato circa un anno fa). La mia denuncia – nel libro, ma anche nel corso di recenti conferenze e interviste – ha forse colto nel segno, visto che il 30 aprile di quest’anno al Senato della Repubblica da un partito d’opposizione è stata presentata un’interpellanza parlamentare volta a porre rimedio allo scempio.


D Dal tuo libro risulta un interesse insospettato, un’attenzione reverente, si potrebbe dire, dei romani nei confronti della natura e in particolare degli animali, di certi animali: soprattutto gli uccelli, considerati tramiti dello stesso dio supremo, Giove. Fra loro può destare curiosità la considerazione rivolta agli avvoltoi, che noi vediamo invece come simboli di malaugurio. Come mai?

R Il filosofo e storico greco Plutarco, nella sua “Vita di Romolo” (il re-augure, cioè, che come augurio per la fondazione della città vide proprio dodici avvoltoi) dà la seguente spiegazione, che mi pare in linea con le più aggiornate indicazioni naturalistiche: “Perché gli avvoltoi non uccidono, né rovinano nulla che abbia vita”. Questi uccelli, dunque, sono animali tutt’altro che sanguinari e hanno una preziosa funzione di spazzini ecologici. Il che, credo, è molto lontano dalle ordinarie abitudini dell’animale uomo.


D Ci vuoi ricostruire in sintesi le origini attendibili della città?

R Viene fondata da un contingente di Albenses, provenienti cioè dallo stanziamento di quei popoli che poi si dissero latini sui colli Albani, a est di Roma. Il loro capo, un guerriero dotato anche di forte carisma religioso, che potrebbe essere benissimo il Romolo della tradizione, non c’è motivo di rifiutarla, circoscrive mediante rituali antichi e consolidati un’area sacra attorno al monte, allora assai dirupato, del Palatino, verso la metà dell’VIII secolo a.C., in una zona già da tempo sporadicamente abitata e frequentata da popoli pastori. Rituali del genere sono stati attestati già nel 2600 a.C. alla periferia della futura città di Aosta. Ben presto questo nucleo, subito fortificato, è in grado di esercitare una forza di attrazione irresistibile nella direzione degli altri colli e villaggi circostanti. Più tardi (siamo a metà del VI secolo) la bonifica dell’area del Foro e il complesso di edifici pubblici e sacri del Comizio sanciscono lo sviluppo monumentale di quella che è stata chiamata “la grande Roma dei Tarquinii”. Tutte queste fasi e altre successive (anche quella “romulea” grazie a scavi recenti) sono state documentate archeologicamente, convalidando nella sostanza le indicazioni della tradizione annalistica.


D Un’ultima domanda. Ho iniziato il mio articolo parlando di Giano, divinità romana, non rappresentata altrove, bifronte e polivalente. Chi era, cosa significava per i Romani?

R Hai iniziato con un dio “iniziatore” a cui dedico varie pagine del mio libro. Rinviando a queste il lettore, mi limiterò a una citazione tratta da “La tradizione romana” di Guido De Giorgio: “Giano è il dio per eccellenza perché rappresenta il veicolo che guida agli altri dèi: ora, se questi sono simboli di forze cosmiche determinate, egli, nella sua indeterminatezza che permette ogni determinazione, deve concepirsi come il principio divino e il fondamento più profondo della tradizione romana”.



(articolo-intervista apparso sul mensile «Historia», nº 416, ottobre 1992)