La politica e le amicizie – Plutarco

La politica presente e passata è piena di scandali e vicende che hanno macchiato uomini illustri che dopo aver raggiunto glorie ed onori sono caduti in disgrazia per aver aiutato amici o parenti. Parentopoli, “gli amici”, tangentopoli,“the family”: gli scandali sono all’ordine del giorno. Facile inveire contro un politico che ha elargito favori nei confronti di amici e parenti una volta al potere, senza domandarsi in cuor proprio come ci si sarebbe comportati nei loro panni, se quotidianamente per il figlio si ruba la carta dalla stampante dell’ufficio. Ma come deve comportarsi il buon governante nei confronti degli amici una volta ottenuta una carica pubblica? Plutarco di Cheronea, notabile greco vissuto tra il 45 e il 120 d. C., in questo passo tratto dalla raccolta di scritti che prende il nome di “Moralia”, cerca di dare una risposta all’antico e attualissimo quesito, cercandola “nel mezzo”: ossia nel rispetto delle amicizie ma nei limiti del bene comune.

“Non si deve lodare né il comportamento di Cleone né quello di Temistocle. Cleone infatti quando stabilì di darsi alla politica rinunciò all’amicizia per essi, poiché a suo avviso snervava e traviava per lo più dalla dritta e giusta scelta negli affari di governo. Avrebbe fatto meglio invece a cacciare dal suo animo l’avidità di denaro e la tendenza alla rissa e a purgarsi da invidia e malignità: le città infatti non hanno bisogno di uomini senza amici, ma di uomini virtuosi e prudenti. […] Temistocle invece a chi tentava di dimostrargli che avrebbe governato bene se si fosse comportato in modo imparziale con tutti, rispose: “Che io non possa mai salire a una carica nella quale i miei amici non possano ottenere di più che i non amici”, non comportandosi rettamente nel consacrare la politica all’amicizia e sottoponendo gli affari comuni e pubblici ai favori e agli interessi privati. […]

Gli amici in realtà devono essere gli strumenti vivi e pensanti degli uomini di governo, e non bisogna che scivolino con essi quando si allontanano dalla retta via, ma che si prendano cura invece che non abbiano a commettere errori neppure per ignoranza.

Fu proprio un fatto come questo a disonorare Solone e a metterlo in cattiva luce nei riguardi dei concittadini. Quando infatti progettava di alleggerire i debiti con una legge si confidò con gli amici, i quali compirono la più ingiusta delle azioni. Prevedendo il provvedimento, si fecero dare a prestito molto denaro e, dopo poco tempo, quando la legge fu fatta, apparve che essi avevano comprato abitazioni splendide e molta terra con i soldi che avevano ottenuto in prestito, e Solone subì l’accusa di aver compiuto ingiustizia, mentre in realtà era stato proprio lui a subirla.

Agesilao invece per le sue premure nei confronti degli amici era divenuto assai debole recando aiuto nelle loro sventure con maggiore slancio di quello necessario, sembrò che fosse del tutto complice delle loro malefatte. […]

Focione invece non si mise dalla parte neppure di suo genero Caricle, che era accusato per lo scandalo di Arpalo [la “tangentopoli” ateniese del 325 a. C. n.d.r.], dicendo: “Io ti avevo fatto mio parente per tutte le azioni giuste” e se ne andò tagliando corto. E Timoleonte di Corinto poiché non riuscì né con ammonimenti né con preghiere a fare recedere il fratello dalla tirannide, diede man forte a quelli che lo soppressero.

“Non bisogna essere amici fino all’altare per non dover spergiurare” disse una volta Pericle, ma fin dove lo consentono leggi, giustizia e utilità pubblica, cosa che trascurata conduce a grande e pubblico danno. […]

Se invece le colpe degli amici sono modeste, la giusta condotta politica non impone di abbassare la mano pesante contro di essi, ma consente anche, dopo aver messo al sicuro le faccende più importanti dello Stato, secondo la possibilità di recare loro aiuto, di assisterli e di darsi da fare per essi.

Ci sono poi favori al di fuori di ogni invidia: assisterlo per fargli avere una carica, dargli in mano una magistratura onorifica o una ambasceria a scopi amichevoli, come quella che reca onori a un capo di governo, o l’incontro con una città in nome dell’amicizia e della concordia. Se poi si tratta di azione impegnativa, importante e di rilievo, ponendosi egli stesso in un primo momento al comando e chiamando a sé l’amico successivamente. […] E a questi benefici giusti e onesti bisogna metterne parte anche gli amici ed esortare quelli, come se ne fossero stati autori e consiglieri.

Occorre poi disdire con garbo e non con asprezza le richieste importune e senza ragione, sforzandosi di dimostrare ai richiedenti che non sono consone con la loro virtù e il loro buon nome.

Meglio di tutti si comportò Epaminonda rifiutando a Pelopida, che glielo chiedeva, di liberare l’oste dalla prigione, ma poco dopo, richiedendolo l’amante dell’uomo, lo liberò dicendo: “Tali favori, Pelopida, è lecito che li riceva una puttanella, non chi comanda eserciti”.

Catone invece rispose in modo sgarbato e ruvido, quando Catulo censore, che era uno dei suoi amici più cari, gli chiedeva protezione per uno che doveva essere giudicato da lui nella sua qualità di censore: “Sarebbe vergognoso che tu che devi insegnare a noi giovani a usare giudizio, fossi cacciato di casa dai miei servi!”. In realtà pur rifiutando il favore, avrebbe potuto eliminare dalla risposta la durezza e la sgarberia, adducendo che nel suo operato non c’era deliberatamente il proposito di dispiacergli ma necessariamente il rispetto per la legge e la giustizia.

In politica ci sono poi mezzi non disdicevoli per far guadagnare qualcosa agli amici quando hanno bisogno. Ad esempio, Temistocle, vedendo dopo una battaglia un cadavere adorno di bracciali e di una collana d’oro, passò oltre, poi volgendosi ad un amico: “Prendili pure – disse – tu non sei Temistocle”.

Gli affari pubblici offrono spesso delle opportunità in favore degli amici (non tutti infatti sono dei Menemachi) [si tratta di un uomo ricco che poteva aiutate i suoi amici con il suo patrimonio privato e non con le ricchezze pubbliche n.d.r.]: si può mettere nelle mani a uno una causa giusta da cui possa trarre compenso; a un altro segnalare un uomo ricco che abbia bisogno di cura e tutela nei propri interessi, a un altro ancora dargli un appoggio per un affare o per un appalto vantaggioso.

Epaminonda addirittura spinse un amico a recarsi da un ricco a chiedergli un talento [unità di misura greca n.d.r.] di argento, dicendo che era stato lui a chiederglielo; poiché quello che ne era stato richiesto si recò da lui per conoscerne la ragione, rispose: “Perché lui è un uomo onesto pur essendo povero, tu invece sei ricco per aver lucrato in molte faccende pubbliche”. Senofonte sostiene che anche Agesilao si compiaceva di arricchire gli amici , ma che lui stesso era superiore al denaro.”

Traduzione a cura di Gino Giardini