Recensione del film “Excalibur”

Purtroppo spesso il militante tende a sottovalutare, su di un piano formativo, gli scritti che non sono saggi, dimenticando facilmente romanzi, poesie, film che possono avere contenuti totalmente in linea con una visione tradizionale della vita. Il ciclo di Re Artù ne è uno degli esempi più lampanti e il film che ad essa si ispira non tradisce, in questo raro caso, i contenuti della saga, radicata nella cultura popolare.

Il film è del 1981, diretto dal regista inglese John Boorman, e si ispira alla suddetta saga come è narrata nella raccolta di Thomas Malory. È veramente impressionante come i personaggi del film riescano fedelmente a incarnare i valori fondanti della fratellanza d’armi: onore, coraggio, giustizia, sacrificio, fratellanza, fedeltà, lealtà e verità; quegli stessi valori che cerchiamo noi, militanti della Tradizione, di incarnare ogni giorno per distruggere ciò in noi c’è di più meschino: il nostro ego. Così il film rappresenta simbolicamente la quotidiana battaglia contro noi stessi.

Di nobile lignaggio, figlio dell’onorevole re Uther Pendragon, Artù, del quale erano state rese ignote le origini, scudiero modesto e semplice, diviene re per Volontà Divina, che si era manifestata con l’estrazione innocente e casuale, da parte di quest’ultimo, di Excalibur, spada che solo colui che possedendo dignità di re avrebbe potuto estrarre dalla roccia in cui riposava da anni.

La conquista della regalità da parte del giovane diede vita a un sanguinoso conflitto a causa delle sue incerte origini, le quali vennero subito rivelate dal mitico Merlino, mago e consigliere di Artù e già di suo padre. Divenuto re per Volontà Divina e con la forza del suo braccio inaugurò un periodo di prosperità in tutta la Bretagna; ma un troppo lungo periodo di pace compromette la virtù: l’orgoglio del re, la pigrizia insorta tra i cavalieri, l’amore sotterraneo (ma soprattutto simbolico) tra Ginevra e Lancillotto furono causa, ma soprattutto effetto, della perdita della legittimità regale di Artù data dalla crescita del suo ego. Il suo regno divenne così preda di disgrazie e pestilenze e la sua malvagia sorella Morgana la fata, diede al re, con un meschino stratagemma, un figlio, Mordred, personificazione dell’usurpazione, del tradimento e della vanagloria: dell’onta dell’ego che fa decadere e macchia i guerrieri.

Solo il Graal può restituire al re la vecchia legittimità riportando il regno agli antichi fasti; ne viene così indetta la cerca nella quale molti cavalieri perdono la vita provati dalle mille insidie serbategli dall’arduo cammino. Solamente Parsifal riuscirà dopo molti anni di vagabondaggio, insidie, stenti e scoramento, nei quali però, seppur messe duramente alla prova, ha sempre mantenuto la fede e la speranza, a conseguire il sacro oggetto simbolico dopo un atto di rinuncia totale del proprio ego. Portata la reliquia a re questi ritrova l’antica forza e si desta nuovamente: la terra torna a fiorire e germogliare, e i due eserciti, quello di Artù e quello di Mordred, si preparano allo scontro finale, nel quale si riuniranno i paladini della Tavola Rotonda e il cui termine vedrà “l’occultamento” del re.

Questa saga e il suo fitto simbolismo ci celano numerosi significati nascosti che però possono riassumersi in un unico insegnamento universale, che facilmente coglie il cuore puro: la vita dell’uomo, se non altro di quello nobile, è una continua battaglia contro il proprio “io” e un lungo viaggio alla ricerca di Sé stessi, di quel Graal che ognuno di noi custodisce nel cuore ma al quale solo gli umili, i semplici e i temerari possono assurgere. Excalibur: un film da vivere, più che da vedere.