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Camerati e compagni

di Mario Tedeschi

Tutte le volte che devono giustificare una slealtà, o un atto disonesto, o difendere posizioni di sottogoverno, i comunisti invocano a loro giustificazione l’antifascismo. Si tratti dei civili massacrati e sepolti nelle fosse comuni dopo il 1945 o dei finanziamenti sovietici o delle sovvenzioni strappate a Roberto Calvi, il ritornello è sempre lo stesso: le «necessità della lotta al fascismo». Questo ritornello i comunisti lo ripetevano quando erano uniti nel Pci e continuano ad intonarlo ora che sono divisi tra PdS e Rifondazione Comunista. Ma la realtà dimostra che, fra tutti i partiti della democrazia italiana, quello comunista fu proprio l’unico a cercare un’intesa con i fascisti, prima e dopo il 25 luglio 1945. Vediamo i fatti. Il 16 febbraio 1991 l’Unità dava notizia del fatto che tra gli appartenenti alla organizzazione «Gladio» erano stati scoperti otto ex aderenti alla Repubblica sociale italiana. Tale notizia veniva definita «una novità sconvolgente». Ma sconvolgente per chi? Non certo per i vecchi dirigenti comunisti, i quali sapevano e sanno bene che il Pci, sotto la guida di Palmiro Togliatti, dopo il 1945 fu il partito che accolse nelle sue file il maggior numero di ex fascisti. Molti di costoro sono tuttora presenti nell’organizzazione comunista, anche ad alti livelli dirigenziali: basti pensare ai casi di Pietro Ingrao, ex «poeta del tempo di Mussolini», e di Arrigo Boldrini, ex «seniore» della Milizia. Un elenco completo sarebbe assai lungo e dimostrerebbe come il Pci abbia favorito un autentico «travaso» di ex fascisti nelle sue file.
In questo quadro emerge il grande interesse di un aspetto particolare del problema: la vicenda degli ex «repubblichini» entrati nel Pci dopo il 1945. Si trattò di un fatto di notevolissime dimensioni, destinato ad interessare, non soltanto il partito come tale, ma disparati settori della vita nazionale, nei quali l’influenza comunista era dominante.
Subito dopo il 1945, il Pci si impegnò in una vera campagna di reclutamento degli ex fascisti della Repubblica Sociale, in particolare giovani. Fu il solo, fra i partiti del Cln, ad assumere tale iniziativa. Questo fatto suscitò non poche polemiche, tanto che lo stesso Palmiro Togliatti sentì il bisogno di rispondere. E così, il 14 agosto 1947 il quotidiano La Repubblica d’Italia pubblicò una intervista con Togliatti a firma di Esule Sella. Nell’intervista, Togliatti prima di tutto replicava agli attacchi, dicendo: «Oggi le cose vanno su per giù in questo modo: se un giovane che è stato in buona fede fascista ed è oggi un buon democratico, milita in un partito di sinistra, è segnato a dito, e il fatto considerato come scandaloso; ma se un gerarca fascista scrive, da fascista, su un giornale qualunque, gli stessi che attaccano il giovane di prima, prendono le difese del gerarca e lo levano alle stelle. Una vecchia prostituta vendutasi su tutti i marciapiedi come Giuseppe Prezzolini, tiene cattedra di politica mondiale; ma si dà la croce addosso a degli ex fascisti i quali chiedono di avere il diritto di discutere e propagare le loro idee, che in sé non hanno nulla di fascista, ma che essi avevano cominciato a elaborare sotto il fascismo e che riguardano, ad esempio, la struttura economica della società».
Dopo aver così difeso gli ex fascisti entrati nei «partiti di sinistra», Togliatti rivolgeva un autentico invito ai giovani ex repubblichini dicendo testualmente: «Noi non abbiamo nulla in contrario a che vengano, da parte soprattutto di giovani che furono fascisti, presentate e discusse le loro idee e le loro proposte circa la soluzione dei problemi nazionali. Ciò è tanto più necessario in quanto sappiamo che sotto il fascismo esistettero correnti di pensiero, sia politico sia sociale, le quali erano dal fascismo imbrigliate e talora stampigliate col marchio ufficiale, ma che invece avevano una loro originalità e hanno tuttora una possibilità di sviluppo autonomo. Queste correnti hanno il diritto e direi il dovere di manifestarsi anche ora e in esse possiamo trovare utili contributi alla causa della ricostruzione nazionale». Sempre su questa linea, alla domanda: «Il partito comunista come vede i suoi rapporti con gli ex fascisti?», Togliatti rispose: «Noi non abbiamo mai respinto nessuno il quale, per il solo fatto di venire verso di noi, dimostrasse di voler collaborare alla costruzione di un’Italia politicamente e socialmente rinnovata. Non nascondiamo del resto la nostra simpatia per quegli ex fascisti, giovani o adulti, che sotto il passato regime appartenevano a quelle correnti in cui si sentiva l’ansia per la scoperta di nuovi orizzonti sociali».Queste parole paiono, ed erano, stupefacenti; ma non tanto.
Infatti, come ricorda Renzo De Felice nel suo Mussolini – Gli anni del consenso (prima parte, pag. 773 e segg.), sotto la guida di Palmiro Togliatti il Pci in esilio nel 1936, in giugno, si rivolse alle masse fasciste lanciando un appello alla «riconciliazione del popolo italiano», che apparve su Lo Stato operaio. Quell’«appello» cominciava con queste parole: «Noi tendiamo la mano ai fascisti, nostri fratelli di lavoro e di sofferenze, perché vogliamo combattere assieme ad essi la buona e santa battaglia del pane, del lavoro e della pace». E l’«appello» continuava: «Noi proclamiamo che siamo disposti a combattere assieme a voi e a tutto il popolo italiano per la realizzazione del programma fascista del 1919, e per ogni rivendicazione che esprima un interesse immediato, particolare o generale, dei lavoratori e del popolo italiano». Parole che dimostrano come fin dal 1936 nel Pci fosse coltivato il progetto di un’intesa con i fascisti in nome dei programmi del cosiddetto «fascismo di sinistra», che erano alla base della Repubblica Sociale italiana e che infatti determinarono l’adesione a quella Repubblica di personaggi come Nicola Bombacci ed altri. L’intervista di Togliatti del 14 agosto 1947 esprimeva una direttiva di partito molto importante. Come tale essa venne sottolineata da Rinascita, organo ufficiale del Pci, nel numero dell’agosto 1947, con un articolo di Sveno Tozzi, intitolato: «La personalità del giovane durante il fascismo».
Fu proprio questa campagna organizzata che indusse molti giovani provenienti dalla Rsi ad entrare nel Pci. Lo testimonia il giornalista Lando Dell’Amico nel libro Il mestiere di comunista, pubblicato nel 1955, quando il Dell’Amico, che nel frattempo era divenuto un dirigente della Gioventù comunista, diretto collaboratore di Enrico Berlinguer alla testa della Federazione mondiale dei giovani comunisti, decise di rompere con Botteghe Oscure. Il libro venne presentato da Giuseppe Saragat su la Giustizia del 3 ottobre 1953 come «una delle più commoventi e gradite sorprese per un socialista della mia generazione».
Quale sia stata l’amara esperienza di quanti, allora, caddero nella trappola, è possibile comprenderlo da quello che sto ad una serie di docce scozzesi, di esaltazioni e prostrazioni che ininterrottamente presero a succedersi nel nostro animo. Infatti, trascorso il tempo delle lotte sulle piazze, dei comizi che non ascoltavamo, presi solo dalla preoccupazione di sorvegliare la folla ostile e di rintuzzare gli attacchi, fummo spinti per forza di cose nella politica interna di questo organismo ed iniziati a quel lungo travaglio che mi doveva portare ad amare e negative considerazioni. L’adesione “ideologica” al comunismo diveniva così, in questa atmosfera, un avvenimento d’eccezione, frutto di una ricerca individuale che solo pochi potevano portare a termine, e senza peraltro salvarsi dai pericoli di diversione liberale ch’essa contiene. Ecco perché, ad esempio, la metodologia di una rivista, Il Pensiero Nazionale, creata ad hoc dal “responsabile” per la stampa e la propaganda della Direzione centrale del Pci, Giancarlo Pajetta, col fine di gettare un ponte psicologico tra comunisti ed ambienti neofascisti, si è sempre limitata ad accostare la casistica dell’estremismo littorio alla mitologia italiana, evitando accuratamente di percorrere una linea razionale di convincimento ideologico. (Direttore di quella rivista, annotava nel suo libro il Dell’Amico, fu Stanis Ruinas, «uno scrittore di secondo piano che aveva diretto giornali fascisti in provincia. Vi collaborarono persino l’ex Sottosegretario all’Interno della Repubblicam di Salò, Giorgio Pini, e il tristemente famoso federale di Roma città aperta, Gino Bardi, il quale firmava con lo pseudonimo di “un gerarca”»). A consuntivo della sua opera Il Pensiero Nazionale (di cui Lando Dell’Amico fu per circa due anni il capo-redattore) giunse a registrare la conquista di alcune migliaia di giovani “erresseisti”, i quali, liberati così d’ogni antinomia mitica, entravano a passo romano nelle fila del partito comunista».
E non basta. Infatti, come testimonia ancora nel suo libro Lando Dell’Amico, all’inizio del 1953 la Direzione centrale del Pci invitò gli ex «repubblichini» diventati «compagni» a «prendere contatto con gli esponenti di una corrente razzista del Msi, facenti capo al settimanale Asso di spade, per sollecitarli diplomaticamente a rivedere le loro posizioni nei confronti del comunismo, alla luce dell’offensiva antisionistica intrapresa al di là della cortina di ferro». L’iniziativa partiva da una nota del «responsabile» dell’ufficio esteri del Pci, Paolo Robotti, cognato di Togliatti e «numero uno» del gruppo di aguzzini che erano stati reclutati dal Kgb tra i fuorusciti, per andare nei campi di concentramento dove erano rinchiusi i nostri prigionieri di guerra e tentare di indottrinarli. E non è finita ancora. Infatti nel 1952 la Federazione giovanile comunista distribuiva alla base un «opuscolo orientativo » per i propagandisti, redatto da Antonello Trombadori, Ruggero Zangrandi e Lando Dell’Amico, con il quale si spiegava agli organi periferici comunisti come rimuovere le inibizioni morali e psicologiche dei reduci di Salò, dimostrando loro «scientificamente» che il comunismo era la logica conclusione dell’antica esperienza fascista.
Anche nell’almanacco di «Vie Nuove risponde», edito nel 1953, Ruggero Zangrandi insisteva sulla necessità di «una azione chiarificatrice, educatrice, disintossicatrice, da compiersi con opportuna cautela e senza estremismi», nei confronti di tutti gli «illusi, i disorientati e gli scontenti i quali non avrebbero nessuna ragione di essere fascisti e che lo sono o credono di esserlo solamente in virtù della loro ignoranza storica, economica e sociale e dell’inganno che i vecchi gerarchi fascisti, ora dirigenti locali del Msi,perpetrano di nuovo a loro danno». In una parola, il Pci contendeva al Msi i giovani provenienti dalla Repubblica sociale italiana. Questa forma di reclutamento assunse dimensioni tali, da provocare reazioni all’interno del Pci, da parte degli intransigenti.
Tali reazioni si concretizzarono in una presa di posizione del gruppo di Azione comunista, vicino a Pietro Secchia ed al capo partigiano Cino Moscatelli. Fu approvato un documento nel quale si diceva fra l’altro: «I compagni di Azione comunista, fedeli allo spirito rivoluzionario che ha ispirato la Resistenza, chiedono alla Direzione del Partito, a nome di migliaia di partigiani e di operai coscienti, l’immediato allontanamento da ogni carica nella organizzazione e nella stampa di Partito di tutti gli ex dirigenti, funzionari, intellettuali e propagandisti fascisti e repubblichini, colpevoli principali dello spirito burocratico e conformista instaurato in ogni istanza direttiva del movimento comunista con la complicità della frazione borghese in seno al Comitato centrale del Partito. Ravvisano in questo provvedimento di bonifica operaia la premessa per la ripresa di un corso autenticamente democratico all’interno dell’apparato e del Partito tutto, che tenga conto del principio della direzione collegiale che ispira il nuovo indirizzo politico del partito fratello dell’Unione sovietica». Seguiva un elenco di nomi, ed un avviso: «È in corso una plebiscitaria sottoscrizione di questa mozione tra i partigiani, gli operai e gli ambienti più sensibili del Partito». Quanto ai nomi che venivano citati, eccoli: Mario Alicata, segretario regionale per la Calabria e Lucania, membro del CC (littore e insegnante di cultura fascista); Massimo Bontempelli, già senatore comunista, collaboratore de l’Unità (Accademico d’Italia, apologeta di Mussolini); Spartaco Cilento, redattore de l’Unità e di Incontri-Oggi (già ufficiale della Guardia Nazionale Repubblicana di Salò); Lando Dell’Amico, già presidente della Giunta Nazionale Giovanile dei Partigiani della Pace e redattore di Vie Nuove e Pattuglia, che ha tradito il Partito passando nel 1953 ai magnacucchi e a Ignazio Sifone (fascista repubblichino, ufficiale della famigerata X Mas); Giuliano De Marsanich, dirigente della cellula universitaria romana e redattore di Avanguardia (fascista repubblichino e nipote del presidente del Msi);Alfonso Gatto, redattore de l’Unità e delle principali riviste comuniste, che ha tradito il Partito nel ‘51 passando ai magnacucchi e a Ignazio Silone (littore e poeta fascista); Alvise Gigante, dirigente della Cgil (miliziano repubblichino e figlio del senatore fascista fucilato dai partigiani a Fiume); Pietro Ingrao, direttore de l’Unità di Roma (littore, dirigente dei Guf); Fidia Gambetti, direttore di Vie Nuove (ufficiale della milizia fascista e dirigente dei Guf); Davide Lajolo, direttore de l’Unità di Milano (camicia nera in Spagna, ufficiale della milizia, militò nella Repubblica di Salò sino alla fine del 1943); Carlo Muscetta, membro della Commissione culturale e redattore di giornali e riviste comuniste (già littore); Giampaolo Testa, segretario della Sezione Roma-Centro (già brigatista nero, fucilatore di partigiani in Emilia e figlio del prefetto fascista che collaborò con la banda Koch); Antonello Trombadori, membro della Commissione stampa e propaganda e redattore di Rinascita (collega di Almirante nella redazione della Difesa della Razza); Ruggero Zangrandi, redattore de l’Unità e di Vie Nuove (littore e dirigente guffino). Alberto Giovannini, su il Tempo del 14 gennaio 1955, osservò: «È tutto il “grande giornalismo” comunista che viene messo in discussione». Infatti, il Pci non aveva, di suo, che i vecchi ruderi del passato togliattiano e stalinista. E proprio per questo l’iniziativa non ebbe successo. Il partito «del popolo antifascista» si tenne stretti i dirigenti e i giornalisti fascisti ed ex fascisti, ben sapendo che senza di loro non avrebbe avuto una classe dirigente degna di questo nome.

Tratto da “il Borghese”, Maggio 2012

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