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Quando il capitalismo fagocita se stesso

Il capitalismo non è nient’altro che l’individualismo fattosi sistema economico e filosofia di vita. E, come tale, è ingordo e ottuso come solo un perfetto individualista può essere. Così, diventa una cosa perfettamente normale che l’Arabia Saudita – uno dei primi produttori al mondo di petrolio – abbia una popolazione che consuma quantità eccessive di petrolio, finendo così costretta ad importarlo. Un pò come se gli eschimesi finissero costretti ad importare il ghiaccio!
Lo studio di Citigroup Troppo capitalismo (.’Arabia sarà costretta a importare petrolio È il primo Paese esportatore di greggio ma ogni saudita ne brucia il doppio di un americano e il triplo di un italiano. Dal 2030 l’Arabia Saudita sarà costretta a importare petrolio: lo afferma un rapporto di Citigroup da ben 150 pagine. Non sarebbe la prima volta che un grande esportatore di greggio si trova davanti a una tale evoluzione. Gli stessi Stati Uniti, ad esempio, dopo aver tolto attorno al 1920 alla Russia il ruolo di primo produttore mondiale lo persero dopo la Seconda Guerra Mondiale a favore del Medio Oriente, e dal 1952 perse anche quell’autosufficienza energetica che tenta ora affannosamente di recuperare a colpi di nuove tecnologie su bioetanolo, gas di scisto, piattaforme off-shore e rinnovabili. La Romania, col cui carburante marciarono le divisioni corazzate tedesche nella Seconda Guerra Mondiale, raggiunse il picco di produzione nel 1976 e divenne importatore dal 1979, L’Indonesia, che per ragioni analoghe nella stessa Seconda Guerra Mondiale fu un obiettivo strategico del Giappone, divenne importatrice nel 2008, decidendo dunque di uscire dall’Opec. Nel caso di Indonesia e Romania, però, si è trattato di esaurimento, anche se c’è la speranza che anche D le nuove tecnologie possano ora favorire la scoperta di nuovi giacimenti. In quello degli Stati Uniti, è stata una crescita demografica e economica particolarmente consumatrice di energia a rendere insufficiente una produzione che di per sé rimane comunque abbondante. L’Arabia Saudita, invece, con i suoi 28.376.355 abitanti, ha appena lo 0,5% della popolazione mondiale, mentre i 260 miliardi di barili delle sue riserve provate corrispondono al 20% di tutto il greggio oggi conosciuto nel pianeta. La produzione di 11 milioni di barili al giorno rappresenta il 16% del totale mondiale, e gli 8,9 milioni esportati ne fanno il primo esportatore mondiale. Dal petrolio in Arabia Saudita dipende i145% del Pil, 1175% delle entrate dello Stato, i190% dell’export. Abbiamo ricordato che le nuove tecnologie stanno rivoluzionando il panorama della produzione mondiale, ma ora come ora il quadro è tale che se dawero l’Arabia Saudita dovesse importare petrolio, non ci sarebbe più a chi chiederlo. Come sarebbe possibile una catastrofe del genere? In effetti non si tratta di una previsione apodittica ma di una semplice proiezione: se continuerà l’andazzo attuale, dice il rapporto, entro 18 anni all’Arabia Saudita non basterà più la sua produzione. Ciò non per particolari boom demografici o economici, come è accaduto negli Usa, ma semplicemente perché i sauditi stanno sprecando l’energia a un ritmo che rischia di non essere sostenibile. Con 2.817,5 milioni di barili consumati ogni giorno nel 2011, l’Arabia Saudita è già oggi il sesto consumatore di petrolio al mondo: dietro a colossi demografici come Stati Uniti, Cina, Giappone, India e Russia, e davanti a Brasile, Germania, Canada, Corea del Sud, Messico, Francia, Iran, Regno Unito e Italia. In termini pro capite, significa che ogni saudita consuma 40 barili di petrolio all’anno: contro i 24,6 di un canadese, i 21,8 di uno statunitense, i 16,8 di un sud-coreano, i 12,8 di un giapponese, i 10,7 di un tedesco, i 10,5 di un francese, i 9,5 di un inglese e gli 8,9 di un italiano. Come si arriva a un tale sproposito, malgrado una base industriale minima? Ad esempio, pompando petrolio a tutto volume per far funzionare gli impianti di aria condizionata. Rappresentano i due terzi di un consumo domestico di elettricità, che sta crescendo a ritmi dall’8% all’anno, e che assorbe i150% della domanda. Spettacolare è anche il consumo di acqua, che con 250 litri per capite all’anno è il terzo del mondo. Come gli italiani col miracolo economico ingrassarono senza ritegno per saziare una fame secolare, anche i discendenti dei beduini stanno evidentemente esorcizzando ataviche penurie trasformandosi in idrovore umane, grazie agli impianti di desalazione del mare che a loro volta assorbono greggio in quantità. Su tutto, spiega molto anche il prezzo della benzina al distributore: 15 centesimi di euro al litro. Già nel 2009 d’altronde il canadese Jeff Rubin nel suo libro tradotto in italiano col titolo Che fine ha fatto il petrolio? aveva avvertito che una mina vagante dell’economia mondiale era appunto il grande spreco di greggio a prezzi politici nei Paesi produttori. *** • 16% della produzione mondiale di petrolio • 11 milioni di barili al giorno • 8,9 milioni barili esportati • 260 miliardi di barili di riserva • 0,5% quota popolazione saudita rispetto a quella mondiale • 8% crescita annua domanda elettricità (quindicesimo al mondo) • 50% quota di uso residenziale della domanda • 250 litri di acqua consumati all’anno per persona (terzi al mondo) • 15 centesimi, prezzo benzina al distributore ReAbdallah La benzina in Arabia Saudita costa appena 15 centesimi al litro, un pieno costa 5 euro. Ma c’è da credere che in futuro, con i ritmi di constano attuali, le cose cambieranno

(Libero Quotidiano, 10 settembre 2012)