Comunità Militante Raido, Fronte della Tradizione, Tradizione

IL ROSSO, IL BIANCO E IL NERO DELLA BANDIERA DELLA TRADIZIONE. Alcune precisazioni

Circa sedici anni fa dipingemmo la serranda della nostra prima sede di via Scirè, di rosso, bianco e nero: era un modo per affermare la nostra visione del mondo e la nostra aspirazione ad essere uomini della Tradizione, anche durante le ore di chiusura della sede. Correva l’anno 1995.

Era la prima volta, nell’ambiente della cosiddetta destra, che compariva una rappresentazione a tre colori secondo questo ordine, rappresentazione nuovamente riproposta sulle copertine di molte successive pubblicazioni, come i quaderni di formazione del militante. Alcuni ci criticarono, osservando che la collocazione dei colori non era confacente a quella, nero-bianco-rossa, utilizzata durante il nazionalsocialismo e rifacentesi al II Reich. Effettivamente avevano ragione, non volevamo che fosse quest’ultima l’interpretazione e la valenza simbolica della bandiera, ma un’altra che di qui a poco spiegheremo.

Tuttavia, una premessa è necessaria.
Recentemente, abbiamo letto da altre parti come la rappresentazione rosso-bianco-nera sia la trasposizione simbolica delle tre caste tradizionali, guerrieri-sacerdoti-produttori, con i guerrieri gerarchicamente superiori ai sacerdoti. Sinceramente, oltre ad essere un’interpretazione che ci giunge nuova, la stessa non trova riscontro nella dottrina per come Evola e Guénon (solo per citare “qualcuno”…) l’hanno riportata. Infatti, all’interno dello stato tradizionale, ovvero nell’ambito delle società tipiche delle civiltà indoeuropee, le tre caste (casta deriva dal sanscrito varna ovvero colore) erano nell’ordine sacerdoti, guerrieri, agricoltori (produttori/artigiani), con i servi come quarta ed ultima, al di là della quale vi erano gli intoccabili ovvero i senza casta, gli indegni. Ed ancora, al di sopra di tutto vi era il Re, il centro e la sintesi della comunità, nel quale le tre caste si fondevano in un’unica realtà trascendente e immanente [1]. Pertanto, l’affermare una presunta superiorità gerarchica da parte dei guerrieri, testimoniata dal colore rosso in cima all’ordine consequenziale rappresentato sulla bandiera, è una forzatura non corrispondente alla realtà. Infatti, in virtù dell’ordine gerarchico poc’anzi riportato tipico della società tradizionale, una bandiera che volesse rappresentare le caste, dovrebbe essere di colore oro/bianco, rosso e nero. 

Quanto sopra, ci è d’ausilio per spiegare quale è stato il motivo per cui Raido “decise” di proporre una bandiera la cui rappresentazione fosse rosso-bianco-nera. Un motivo, che ovviamente non aveva nulla a che vedere con la tripartizione delle caste ma neanche con l’ordine proprio alla tradizione ermetica, pur se in quest’ultima, a differenza della prima, è ovviamente corretto (le fasi della Grande Opera sono ilNigredol’Albedo e il Rubedo. A tal proposito si veda J. Evola La Tradizione Ermetica). La nostra volontà era, e lo è ancora oggi, quella di rappresentare, sull’ormai comunemente chiamata bandiera della Tradizione, la trasposizione simbolica di una verità: la tripartizione dell’essere umano in spirito, anima, corpo. Riportiamo un passo tratto da La Grande Triade di R. Guénon: “La distinzione dello spirito, dell’anima e del corpo è d’altronde quella che è stata unanimemente ammessa da tutte le dottrine tradizionali dell’Occidente, sia nell’antichità che nel medio-evo. (….) Questa distinzione dello spirito, dell’anima e del corpo è stata applicata sia al «macrocosmo», che al «microcosmo», la costituzione dell’uno essendo analoga a quella dell’altro”. Ed ancora, Evola in Sintesi di dottrina della razza aggiunge: “La distinzione nell’essere umano di tre principi diversi, di corpo, anima e spirito, è fondamentale per la veduta tradizionale. In forma più o meno completa, essa si ritrova negli insegnamenti di tutte le antiche tradizioni, ed essa si è continuata nello  stesso Medioevo; la concezione aristotelica e scolastica delle “tre anime”, vegetativa, sensitiva e intellettuale, la trinità ellenica di soma, psyché e nous, quella romana di mens, anima e corpus, quella indo-aria di sthûla, linga, kârana-çarîra, e così via, ne sono altrettante espressioni equivalenti”.

Secondo questa prospettiva, la cui origine tradizionale è universale ovvero propria di tutte le civiltà indoeuropee (e non solo: si vedano gli indiani d’America o i popoli orientali), lo spirito (il Sé) è gerarchicamente superiore all’anima ed al corpo (l’io), essendo quel granello d’oro o raggio di sole (per citare una definizione di Evola), presente nel cuore dell’uomo, ovvero nel luogo e nella sede che simbolicamente ha sempre rappresentato il centro che tutto muove (il cuore che non pulsa, infatti, interrompe la vita). Spirito nel cuore, il cui colore rosso richiama il sole. L’anima ed il corpo, invece, rappresentano la parte sentimentale e sensoriale, sottile e grossolana, a cui corrisponde la vitalità umana: i miei pensieri, le mie passioni e paure, ma anche i dolori o gli impulsi fisici per intenderci. L’anima, per la sua natura volubile, variabile e impermanente, è sempre stata associata alla luna, la cui visibilità è dipendente dal sole (vive di luce riflessa). Pertanto, l’anima è subordinata al cuore, così come la luna è dipendente dal sole, ovvero i principi e la conoscenza della Tradizione (il Sé) disciplinano la vita ed il modo di pensare di un uomo (l’io). Anima come luna, il cui colore è il bianco. Infine, il corpo che, nell’ambito dell’essere umano simbolicamente è rappresentato dagli organi quali il fegato e l’apparato digerente in generale (il ventre), mentre a livello cosmico è associato alla terra. Corpo come terra, il cui colore è scuro (nero) [2]. Il rosso-bianco-nero, pertanto, è la trasposizione dei tre elementi costituenti l’essere umano, quel Spirito-anima-corpo che a sua volta corrisponde alla tripartizione cuore-cervello-ventre ed ancora a sole-luna-terra.

Eccola la bandiera della Tradizione che quasi venti’anni fa abbiamo “adottato” in consonanza con la nostra ambizione di comunità militante che opera per la formazione del militante e per la diffusione della visione del mondo tradizionale, non rivendicando, e ci preme ricordarlo, nessuna proprietà esclusiva. Perché ciò che rappresenta una verità universale (l’onore e la fedeltà sono forse di qualcuno?) è, in quanto tale, a disposizione di tutti coloro che sono in grado di comprenderla e vivificarla, attraverso lo studio e l’esempio militante. E questo, (ce) lo ripetiamo ogni giorno, non è affatto scontato.

Comunità Militante RAIDO

Note:

[1] Dal libro di Mario Polia e Gianluca Marletta, Apocalissi. La fine dei tempi nelle religioni, troviamo spiegato come l’istituzione delle caste sia fatta risalire al proto-legislatore Manu, la cui raccolta di norme giuridiche e religiose conosciuta come “Leggi di Manu”, gli fu rivelata da Brahmā, dimostrando come in India, così altrove, le norme giuridiche hanno avuto origini non-umane. Gli autori ci spiegano, che “il sistema delle quattro caste comprende: Brāhmaņa: sacerdoti, esecuzione dei riti, studio dei testi sacri, insegnamento religioso, protezione spirituale della società e mantenimento dell’ordine spirituale mediante il servizio divino. Il principale dovere del brāhmaņa è la rinuncia, la povertà e la purezza. Kşatriya: guerrieri, difesa e mantenimento dell’ordine religioso e dell’ordine sociale mediante il sacrificio della propria persona e della propria vita. Il principale dovere dello kşatriya è l’obbedienza alle leggi religiose, l’onore e il coraggio e «la costante pratica nel maneggio delle armi» (Vişņu-smŗti 2, 6). Il Re proveniva generalmente dagli kşatriya ma, prima di esercitare la propria funzione, era cooptato nel varņa dei brāhmaņa mediante una speciale iniziazione che lo consacrava re-sacerdote rendendolo superiore ad ogni casta. Importanti personalità religiose appartenevano alla casta degli kşatriya, fra esse Manu, Krishna e Buddha. Vaiśya: mercanti, allevatori e agricoltori, dediti alla produzione di ricchezza. Oltre all’adempimento dei doveri religiosi propri alla casta, i vaiśya, come gli kşatriya, sono tenuti allo studio dei Veda e all’obbedienza ad un precettore, o guida spirituale. Śūdra: lavoratori, dediti all’esecuzione delle opere materiali mediante il servizio alle tre caste superiori. «Servire chi conosce profondamente i Veda e i brāhmaņa che hanno acquisito fama attraverso il servizio religioso: è questa la virtù degli śūdra» (Manu-samhita 9, 334). Tutti quelli che non appartengono alle quattro caste – fuori-casta, stranieri, ecc. – sono accomunati dal nome di pañcama che, alla lettera, significa “il quinto”.”

[2] Questa tripartizione individua una Visione del mondo e un modo d’essere che fa riferimento alla Tradizione integrale così come Guénon ed Evola hanno testimoniato e trasmesso. Citiamo Guénon, da Simboli della scienza sacra: “Il cuore viene assimilato al sole e il cervello alla luna. Ora il sole e la luna, o piuttosto i principi cosmici rappresentati da questi due astri, sono spesso raffigurati come complementari, e da un certo punto di vista lo sono effettivamente; si stabilisce quindi fra di loro una specie di parallelismo o di simmetria (….). Però, se si va oltre le apparenze, non è più possibile mantenere questa specie di equivalenza, poiché il sole è di per sé una sorgente di luce, mentre la luna non fa che riflettere la luce che riceve dal sole. La luce lunare è in realtà solo un riflesso della luce solare; quindi si potrebbe dire che la luna,  in quanto il «luminare», esiste soltanto grazie al sole”.