Che confusione!

La riflessione di questo venerdì comincia così: “(…) per arrivare devono sviluppare qualità, attitudini e comportamenti maschili (…)” e ancora “(…) trovare un mix giusto fra doti maschili e femminili (…)”. E no! Una donna deve essere sempre sempre una donna, non si può pensare di essere uomo e donna per primeggiare, ad esempio, nel mondo del lavoro. Che significa sviluppare comportamenti maschili e trovare un giusto mix tra qualità maschili e femminili? Significa essere ibrida. Significa non essere nè l’una ne l’altro. Significa promiscuità e confusione. Significa perdere identità e personalità.
La donna deve rimanere tale affidandosi alle proprie caratteristiche e capacità e non può pretendere di essere uomo in ufficio e donna a casa… Noi continueremo a sostenere sempre che la donna deve rimanere tale e, anzi, riscoprire se stessa. Non possiamo accettare l’idea che una donna debba per forza essere diversa da quello che è ed assimilarsi all’uomo per farsi valere.
Buona lettura e… buona riflessione!

(Corriere della Sera) – C’è un bel paradosso che complica la vita delle donne che arrivano ai vertici della carriera. E che perlopiù ci arrivano in quasi solitudine di genere, perché molte delle altre compagne di strada che copiose avevano cominciato a lavorare insieme a loro, hanno poi via via abbandonato l’agone per varie ragioni, perlopiù, si sa, legate alla famiglia.

Lo spiega bene, questo paradosso della donna al potere, una manager che ha fatto tutta la trafila e poi è rimasta, sino ad arrivare in cima: Karen Firestone, 56 anni, mamma di quattro figli, in un articolo pubblicato nel Blog della Harvard Business Review. Per parecchio tempo, e cioè durante tutto il periodo della salita, spiega Firestone, le donne si trovano a lavorare con gli uomini e a confrontarsi con le loro armi, e per arrivare devono sviluppare qualità, attitudini e comportamenti maschili: determinazione, decisione, grinta, autorevolezza, lavoro duro. Ma quando arrivano alla vetta del potere e si trovano a gestire gruppi misti, fatti di uomini e (per quanto in misura minore) di donne, devono rispolverare anche altre doti, quelle tipiche del loro genere, che avevano dovuto soffocare e mettere da parte nella scalata al potere.

E sono proprio le altre donne che lo reclamano: difatti le colleghe della donna capo rifiutano le sue doti di manager tradizionale, quel profilo costruito con tanta fatica sul modello maschile, e pretendono da lei doti di empatia, sostegno, sensibilità, apertura agli altri. E lo dichiarano anche, nelle ricerche di cui Firestone riferisce, che dalle donne si aspettano e pretendono reazioni e sostegni che non richiederebbero ai colleghi maschi. Insomma: di mettere da parte – almeno con le donne – tutto quello che le aveva portate fin lì.

Firestone racconta di una volta che una impiegata che lavorava con lei, sposata e senza figli, le chiese cosa ne pensasse del congedo di maternità. Lei le rispose che la stimavamo moltissimo e che l’avrebbero sostenuta nelle sue decisioni quando avrebbe deciso di avere un bambino.

“Ma lei volle mettere le cose in chiaro” racconta Firestone “e mi disse subito che lei non era una workaholic come me, e che si aspettava di poter contare su un lavoro da casa part-time per un bel periodo di tempo”.

“A quel punto” continua Firestone  ”riconosco di aver reagito in modo troppo emotivo, mi sono difesa dicendo che comunque io ero una madre sollecita e ben presente, insomma ho avuto una reazione esagerata. Ho capito dopo, a mente più lucida, che lei chiedeva soltanto di essere capita e ascoltata e rassicurata sul suo lavoro e sulla sua carriera, anche dopo una eventuale maternità. Lei voleva da me reale comprensione, mentre io le parlavo come un corretto capo del personale” conclude Firestone, facendo genuina autocritica.

Ma è molto interessante che a fare richieste così delicate siano proprio le altre donne, che in qualche modo aiutano le donne chiamate a gestire il potere a ritrovare dentro di sé le doti tipiche di genere e a reimparare ad usarle. Facendo quasi da levatrici e da sentinelle per imporre sul lavoro un codice diverso, più visionario e sicuramente vincente per sviluppare un’ organizzazione più moderna e flessibile.

Certo, non tutto è così semplice, soprattutto in un periodo di transizione per la donna: non bisogna eccedere perché le insidie sono dietro l’angolo, l’effetto gineceo da una parte e qualche reazione esagerata dal fronte maschile del gruppo, dall’altra. A me per esempio è capitato, quando ho gestito piccole comunità di uomini e di donne, di sperimentare quanto poco i maschi siano disponibili a fare sconti, anzi come siano più propensi a sfoderare un sordo antagonismo di fronte alla naturale solidarietà della donna capo con le altre donne, specialmente sul tema della maternità.

E proprio perché si sa che tutto si gioca su equilibri delicati e difficili, è necessario per la nuova donna capo trovare un mix giusto fra doti maschili e femminili, ricalibrando di continuo e con serenità l’alchimia.

Ma voi cosa ne pensate? E’ davvero percorribile questa strada, o la considerate ancora una sfida troppo ottimista?