La Tradizione e il Fascismo. La Funzione politica di “Diorama filosofico” di Evola

di Giovanni Sessa

L’azione intellettuale svolta da Julius Evola nei confronti del fascismo ha mirato, fin dall’inizio, a rettificare e a sviluppare, in senso tradizionale, le potenzialità che il movimento, prima, e il regime, in seguito, in modo latente, avevano in sé. Il momento più significativo dell’esercizio di tale paideia politico-spirituale, il filosofo lo esercitò con la direzione della terza pagina del quotidiano di Farinacci Il Regime Fascista, intitolata «Diorama filosofico».

Evola chiamò a collaborare a questa sua iniziativa il meglio dell’intelligenza europea degli anni ’30 e ’40, al fine di costruire un’alternativa aristocratica per il nostro continente, altrimenti esposto alla deriva capital-marxista. La cosa emerge con chiarezza da un recente lavoro scientifico che si deve ad Antonio Calabrese, dottore di ricerca dell’Università del Salento. Si tratta del volume Fascismo e Tradizione tra cultura e potere. Il contributo di «Diorama filosofico» (1934- 1943), nelle librerie per i tipi di Aracne (per ordini: [email protected] aracneeditrice.it). Una ricerca seria questa, priva del livore ideologico e preconcetto di tanta pubblicistica pseudoscientifica che, come in prefazione ricorda Carmelo Giovanni Donno, esplicita, in una prospettiva storiografica revisionista, come: «la filologia sia il miglior antidoto contro l’ideologia» (p. 12).

Calabrese, infatti, mostra di aver analizzato e comparato con la letteratura critica prodotta in argomento, i diversi contributi comparsi su «Diorama». L’autore esordisce sostenendo di aver volutamente trascurato gli articoli di Evola e di essersi, al contrario, dedicato all’approfondimento degli scritti di alcuni collaboratori stranieri, o di tradizionalisti «minori». Nella prima parte del testo, sono presi in esame i saggi di Guénon, Dodsworth e Rohan. I tre studiosi delineano, da prospettive diverse, i tratti più rilevanti di un possibile pensiero di Tradizione e la sua incidenza sulla realtà esistenziale degli uomini di quella congerie storica.

L’esoterista di Blois destruttura le false certezze della modernità, dall’idea di progresso al valore feticistico attribuito alla scienza profana, richiamando l’attenzione sulla possibilità di ripristinare un’intellettualità di natura completamente diversa, non vincolata al dato puramente quantitativo. Ciò, in funzione di una necessità: il ritorno alla Tradizione quale unica via d’uscita dal disastro contemporaneo.

Dodsworth, invece, individua nella Tradizione romana il modello universale di riferimento, in quanto in essa gli elementi solari e apollinei si sono costantemente mantenuti in equilibrio con quelli lunari e tellurici.

Attribuisce al fascismo il compito di farsi latore di una nuova «imperiologia» capace di saldare particolare e universale, nazione ed impero. Quest’opportunità, nei primi decenni del Novecento, avrebbe dovuto realizzarsi in prospettiva europea, per la contemporanea rivolta delle masse nei confronti del dominio borghese e mercantile.

Tesi questa che, in parte, si evince anche dai contributi di Rohan, esponente del tradizionalismo austriaco e, dal 1925, direttore della rivista Europäische Revue, in rapporto con Gravelli e il suo periodico Antieuropa. La sua posizione è così riassumibile: operare affinché l’impulso rivoluzionario europeo possa conciliarsi nuovamente con «il senso dell’eterno». A ciò può condurre esclusivamente una «nuova aristocrazia» che, in forza della propria «personalità» spirituale, si faccia latrice di una rettifica del giacobinismo dello «Stato formicaio». La guerra sarebbe stata il campo di prova della realizzabilità di tale progetto.

La seconda parte del volume è dedicata all’interpretazione tradizionalistica del fascismo, condotta attraverso l’analisi degli scritti di molti collaboratori di Evola. Tra essi si distingue Rossi di Lauriano che affronta nei suoi contributi il tema della nascita di una nuova élite. A tal riguardo, per distinguere la propria posizione dal coevo biologismo germanico, egli rileva come l’ubi consistam della nobiltà autentica fosse individuabile: «…nella superiorità rispetto alla vita diventata naturale, di razza » (p. 98).

Il regime mussoliniano avrebbe dovuto procedere ad una valorizzazione della aristocrazia italiana, concedendole incarichi di rilievo, a condizione che questa avesse evidenziato qualità interne e legame d’appartenenza alla terra avita. L’unità europea sarebbe stata l’esito inevitabile del risveglio dell’anima cavalleresca del continente. Inoltre, Rossi di Lauriano è attento a far rilevare i rischi reificanti connessi alla tecnologia moderna. Descrive, altresì, le tendenze spirituali antiborghesi emergenti nella gioventù degli anni Trenta.

Guido Cavallucci, invece, da un lato sostiene la necessità dell’Impero come alternativa all’internazionalismo capital-marxista, dall’altro legge il Risorgimento quale potenzialità tradizionale che il fascismo avrebbe avuto il compito di attualizzare. Allo scopo, egli attribuisce un ruolo centrale agli intellettuali, coscienza spirituale del popolo, al fine di indurre la rettifica in senso aristocratico del regime.

Sulla stessa linea Massimo Scaligero: questi ripropone, in ben otto articoli, l’esegesi esoterica dell’aeternitas Romae e sviluppa una critica all’esangue arte contemporanea, priva di riferimenti alla vita interiore dell’artista.

La terza parte del volume si occupa del razzismo esoterico tradizionalista. Infatti, dal 1938 la pagina culturale de Il Regime, assunse il nuovo titolo di Diorama mensile. Problemi dello spirito e della razza nell’etica fascista. In essa Evola presentò le linee di indirizzo del razzismo «spiritualista», che contrappose tanto ai razzisti di ispirazione biologi sta come Landra, quanto al nazionalrazzismo di Pende (va segnalato il tentativo di sintesi tra le diverse posizioni, esposto su Diorama da Aldo Modica). Evola ebbe a fianco in questa impresa, oltre a Rossi di Lauriano e Scaligero, Alberto Luchini e Domenico Rudatis. In sintesi, la posizione tradizionalista postulava nell’ uomo la centralità di una volontà creatrice, egemonica, agente dall’alto: per cui, la razza è espressione di forze superiori, non riducibili al dato corporeo materiale.

L’ esperienza di Diorama, quale progetto indirizzato a definire termini e modi della presenza politica, assume

oggi un ruolo paradigmatico. Dovrebbe indurre quanti hanno optato per l’opposizione al sistema, a rintracciare le coordinate per dare nuovo slancio ideale e unità di intenti alla loro azione. Non è casuale che queste note compaiano su il Borghese, unico periodico sopravvissuto alla moria della stampa d’area, che la lezione di Diorama l’ha fatta propria da tempo.

 (Il Borghese, Aprile 2013)