Campo di Formazione Tradizionale 2014 – recensione

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Ancora una volta ospiti della comunità siciliana di “Heliodromos”, i gruppi ed i singoli membri del “Fronte della Tradizione”, si sono ritrovati ai piedi dell’Etna per vivere una settimana di lavoro, approfondimenti, riflessioni e vita comunitaria. L’anno scorso ospitammo la recensione di un militante che, per la prima volta, partecipava a questa esperienza. Quella che segue è la recensione di questa edizione. Buona lettura!

Dov’è che vai quest’anno in vacanza?!“. E’ più o meno questa la domanda, ossessiva, che precede tra amici e tra i colleghi, il giorno dell’agognata partenza per le ferie. Quasi un mantra, dove tutti – chi per educazione, chi per gelosia o voglia di apparire – si “sfida” nell’esibire la meta più agognata, e magari costosa. E’ quindi con una certa titubanza che confido solo ai colleghi e agli amici più cari che andrò in Sicilia. Peccato che non sarà per le sue bellissime spiagge che ci andrò. Per me, per noi, la Sicilia in questo periodo ha un solo sapore ed un solo colore: quello rosso della terra etnea.unnamed-5

Si parte alla volta del Campo di Formazione Tradizionale organizzato da “Heliodromos”. Rigorosamente in macchina perché in valigia non abbiamo costumi e ciabattine, ma scarponi tecnici e sacchi a pelo; e poi, perché risparmiare qualche Euro non ci dispiace. Ed in realtà, nonostante le oltre 10 ore che sono necessarie per arrivare da Roma all’Etna, il viaggio diventa già parte dell’esperienza che ci apprestiamo a vivere: una “trasferta” goliardica e cameratesca condivisa nell’abitacolo rovente di un auto lanciata verso quest’esperienza. Altro che “la militanza non va in vacanza“!

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Le giornate del Campo vengono scandite secondo un ritmo arcaico ma, assolutamente inedito per chi, come quei ragazzi che ogni anno vivono questa esperienza per la prima volta, sono abituati solo ai ritmi della città. Ci si alza prima dell’alba, si mangia tutti insieme, si lavora in squadre gerarchicamente organizzate, e alla fine si dorme tutti insieme. Le spartane camerate che ci ospitano diventano il nostro “Hotel”; le cucine che noi animiamo con turni di corvè il nostro ristorante stellato; le docce fatte all’aperto con l’acqua dei pozzi le nostre ‘spa’… “Siete folli”, mi direbbero gli amici ed i colleghi che ho lasciato a Roma…

Ed ogni giorno, nonostante la sera prima si sia finito sempre coi nostri canti a squarciagola e infinite discussioni coi camerati più grandi e più giovani, la mattina all’alba ci si alza riposati. E’ un controsenso, ma qui anche il tempo dedicato al sonno – e, più in generale, il “tempo” – assume un valore qualitativo e non più quantitativo. L’esatto opposto di quello che mi accade in città, dove “il tempo è denaro”. Qui non ho tempo per annoiarmi, e sono sempre attivo, ma ciononostante quelle 5 ore di sonno mi rigenerano come ne avessi dormite 20.

Così come “folle” è la nostra ascesa al cratere dell’Etna. “Folle” non solo perché ogni anno ci ritroviamo a farla in un periodo di attività del Vulcano – con buona pace del Prefetto che vorrebbe impedirlo… – ma, anche perché partiamo da poco più di 1000mt di altitudine per arrivare fino a quota 3300mt, rigorosamente a piedi e con attrezzatura al seguito. Ma che diritto ha questo mondo di persone “normali” a definirci “folli”? La nostra follia è quella di pensare che in questo mondo di rovine, ci sia ancora spazio per  la tensione eroica, per il lavoro su di sè, per provare ad innalzare lo sguardo oltre l’orizzonte dell’ “umano troppo umano” di nietzscheana memoria. E’ con questo spirito che arriviamo in vetta, salutati dalle esplosioni laviche che si odono poco più in là.unnamed-4

Poi, oltre alle conferenze di approfondimento, alle riunioni organizzative e di confronto, ai cineforum, il Campo si caratterizza anche per un momento sportivo ed agonistico: i cosiddetti “Ludi”. Dei giochi in cui le squadre di lavoro, ognuna col suo drappo, si affrontano in prove fisiche e di ardimento, l’una in competizione con l’altra. E così fra una sfida di tiro alla fune, i round di lotta con schiacciamento a terra, una corsa a staffetta ed un percorso “di guerra”, realizziamo un altro momento di confronto, più fisico ed emotivo, ma non per questo meno importante. Perché tutto, in questa esperienza, sembra fatto per completarsi a dovere.

La fine del Campo lascia ovviamente un pò di amaro in bocca, come tutte le cose belle che finiscono. Forse, genera anche un pò di timore: dopo questa esperienza, come reagirò una volta tornato nella (cosiddetta) “civiltà”? Ma, la risposta è chiara e netta, perché se questo Campo ha avuto un senso, questo sta proprio nella possibilità di esportare quello stile e quella tensione che ‘qui’ abbiamo appreso sulla nostra pelle. Vivere – diceva qualcuno… – in tempo di pace col clima che è proprio alla tensione della guerra. Perché “vivere non è conservarsi, ma lottare“.