Sillogismo gender

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L’editoria concorre a fare la sua parte nella costruzione culturale di modelli sessuali indotti usando un buonismo tenero e lacrimevole.

Come può non commuovere e coinvolgere l’espressione del viso di un bimbo dagli occhioni grandi con lo sguardo desideroso volto ad un giocattolo esposto in vetrina? Da qui, con la prima di copertinadiUna bambola per Alberto, un libro di Zolotow Charlotte;illustrato da Delacroix Clothilde pubblicato da EDT-Giralangolo nella collana Sottosopra, muove la storia che per essere compresa a pieno occorre coglierne gli impliciti che lasciano un’immagine voluta e apparentemente neutra se la modalità di lettura è senza difesa come quella dei bambini e acritica di alcuni adulti.

I bambini e le bambine indirizzano il loro desiderio di possedere i giocattoli in base all’età e al loro sesso. Interscambiabili e indifferenziati i giocattoli della prima infanzia, tendono poi a essere gradualmente diversi per i gusti e le risposte che i bambini vi trovano: i maschi quelli che consentono di esprimere maggiormente la loro aggressività e le femmine quelli più accudenti vicini all’immagine femminile in cui si identificano. Senza però sollevare barriere invalicabili: una bambina può essere coinvolta in giochi preferiti prevalentemente dai maschi e un bambino in quelli scelti maggiormente dalle femmine senza che succeda niente. Dopo una fase transitoria le preferenza verso i giocattoli si definiscono più nettamente.

Ma chissà quanti hanno mai visto un bambino piangere per avere una bambola in regalo? Forse nessuno? Mah!

Il libro però propone un modello possibile di identificazione, un terzo modello quello per intenderci che confermando la fase transitoria, la prolunga generando incertezza e confusione nel giovane lettore raggiunto dalla scelta di un adulto che per fare qualcosa alla moda e soprattutto qualcosa contro l’omofobia non riesce a cogliere i termini veri della proposta dis-educativa.

L’intervento rassicurante della nonna sulla opportunità che Alberto abbia la bambola, così sarà un padre capace di diventare un bravo papà, è il messaggio per il papà del bambino che dalla generazione più anziana trova l’indirizzo del comportamento più giusto.

Sembrerebbe esagerato quanto detto, se il messaggio non apparisse tra i tanti puntelli dell’artificioso orizzonte Gender propinato come reale e quasi legale – vedi Decreto Scalfarotto in agguato dietro l’angolo.

Un orizzonte innaturale dove le tecno-pseudo mamme e i tecno-pseudo papà, vivono il gioco di ruolo del genitore creando il contesto della convivenza e della riproduzione indotta ricorrendo ai ritrovati ingegneristici per rendere possibile l’unione delle cellule germinali maschili e femminili, magari di nessuno dei due, da fare propri.

In tutte le salse e in tutte le forme il messaggio destrutturante il naturale essere del maschile e del femminile, e del senso della famiglia che è sicuramente molto di più del vivere insieme di due persone.

Ma i sillogismi folli, quelli di questi tempi continuano a stravolgere il senso delle cose: la mamma ha un bambino, io ho un bambino (anche se non mio) quindi io sono la sua mamma; in una famiglia vive un bambino, il bambino ha due genitori, noi siamo due adulti e un bambino nella stessa casa quindi siamo una famiglia; nella famiglia ci si vuole bene, noi ci vogliamo bene quindi siamo una famiglia.

M. De Loris