Convegno Guénon | Vanità della cultura profana – II parte (Enzo Iurato)

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Sabato 17 gennaio 2015 si è tenuto a Roma il convegno “René Guénon Testimone della Tradizione”, organizzato da Heliodromos e Raido, che ha visto la partecipazione di un vasto, attento e selezionato pubblico, nonché la presenza di qualificati relatori. Pubblichiamo qui di seguito la “traccia” dell’intervento del nostro collaboratore Enzo Iurato, rimandando al numero doppio “Speciale Guénon” della nostra rivista, per ulteriori approfondimenti e conoscenza degli altri contributi.

Vanità della cultura profana – II parte 

(Heliodromos.it) – […] Quale contrasto, infatti, fra l’intellettualità pura e l’umile praticità di Bernardo, prototipo del sapiente e del saggio, rispetto ai moderni scienziati e uomini di cultura, barricati nei loro istituti universitari,  incapaci di sostituire anche una semplice lampadina e sempre pronti a discettare su temi e concetti elaborati mentalmente e privi del sia pur minimo riscontro reale. Perché va comunque detto che se Bernardo aveva avuto a suo tempo da disputare con figure, per quanto alla deriva dall’ortodossia, pur sempre ricadenti in un ambito del pensiero soggetto al dominio del sacro; la cultura venutasi ad affermare successivamente alla rottura di quell’unità, che Bernardo aveva in prima persona contribuito a mantenere, si vedrà via via ridotta alla larva profana che noi oggi conosciamo.

E proprio sulla cultura profana e sul deleterio ruolo degli eruditi Guénon avrà spesso modo di tornare, come in questa lettera a Vasile Lovinescu del 16 dicembre 1934, in cui dichiara: «Francamente non ho l’abitudine di stabilire delle classificazioni di tipo scolastico; non sono solo artificiali, sono totalmente illusorie. Senza dubbio non partiamo dallo stesso punto di vista, perché voi fate un paragone il cui senso mi sfugge: voi dite che vi è molto utile sapere qual è il meridiano del Cairo; io che ci abito, non lo conosco e vivo benissimo… E poi non sono obbligato a conoscere le opere di tutti i personaggi che mi citate, e ancor meno la pittura, la musica, ecc.; non provo il minimo imbarazzo a dire che, per esempio, J. S. Bach non è per me che un nome che non rappresenta niente. È giusto che sappiate, del resto, quel che penso di tutto ciò che ha un valore di semplice erudizione…». 

In fondo, il concetto di cultura profana si può riassumere nella preminenza dell’io: l’io dell’autore dell’opera e l’io dello stesso fruitore dell’opera in questione. A differenza dell’opera tradizionale, in cui traspare invece la preminenza di Dio, come giustamente ci ricorda Coomaraswamy quando sostiene che «le opere legittime dell’uomo sono imitazioni di prototipi divini». La cultura tradizionale (costruttiva, formativa, basata sull’intellettualità pura e che favorisce la concentrazione) imita Dio; la cultura moderna (fondata sul sentimento, dispersiva e in grado solo di distrarre e “divertire”, cioè deviare) scimmiotta Dio.

La frattura determinata dal processo dissolutivo all’interno delle società europee, eredi di quell’ecumene così eminentemente rappresentata dalla figura di San Bernardo, ha partorito la decadenza attuale. Le tappe che, con velocità crescente, condussero dagli smottamenti iniziali ai tentennamenti antitradizionali prima, e ai crolli e terremoti controtradizionali poi, riempiono la storia e costituiscono l’ossatura della civiltà occidentale degli ultimi cinque/sei secoli. Simbolicamente significativo del radicale cambiamento di polarità sopravvenuto, può già risultare l’esame del tipo di energia utilizzato nelle società tradizionali e in quelle moderne. Le prime ricorrevano esclusivamente ad elementi e fenomeni naturali, come il sole, il fuoco, il vento o l’acqua, tutti collocabili al di sopra della linea dell’orizzonte; mentre le seconde sono alimentate prevalentemente da energie sotterranee, minerali giacenti sotto la linea dell’orizzonte (zolfo, carbone, petrolio, prima; per poi giungere a uranio e plutonio, alla base della devastante e satanica energia atomica). Se si è potuto affermare che (da un punto di vista certamente relativo) “l’uomo è quello che mangia”, a maggior ragione si potrà ugualmente affermare che “una società è quello che l’alimenta”. Lampante è, infatti, l’analogia tra alimento ed energia materiale e alimento ed energia intellettuale: chi si nutre intellettualmente di luce produce pensieri e opere elevati e luminosi, chi si nutre di ottusità e tenebre produce bassezze e oscurità. Mentre la produzione dell’artigianato tradizionale, originale, unica e irripetibile, comporta un’ascesi ed un’imitazione dell’Opera creatrice di Dio, la moderna produzione in serie equivale ad una sorta di balbuzie dell’anima.

Altro elemento distintivo di una civiltà da cui lo Spirito sembra essersi ritirato, e dal profondo significato simbolico per le sue implicazioni sul piano sottile, è costituito dalla ricerca ossessiva della velocità di cui è vittima l’uomo moderno. Se in ogni società normale è sempre stato considerato uno stato da realizzare e un obiettivo da raggiungere la stabilità e l’annullamento della schiavitù spazio-temporale (associati alla ricerca di una condizione di solitudine e silenzio), sarà facilmente comprensibile quali effetti interiori determina in ogni singolo uomo l’odierna società sconsacrata. E un effetto non meno deleterio sul piano fisico ma anche psichico, figlio di questa mania della velocità, lo si può riscontrare in due funzioni particolarmente importanti per la crescita e lo sviluppo sano ed equilibrato dell’essere umano: il cibo e il sesso, la cui degenerazione provocata, oltre che dai tempi di “esecuzione” ridotti al minimo, dalla sofisticazione alimentare e dalla pornografia, comporta l’azzeramento di ogni superiore potenzialità e il progressivo avvelenamento fisico e psichico dell’essere umano.

Se, fino alla prima metà del secolo scorso, era normale che in città e paesi ci fossero una miriade di chiese e di edifici religiosi, centri attivi e pulsanti di vita effettiva, lontanissimi dai musei cadaverici cui sono oggi ridotti questi luoghi, per sollazzare greggi di turisti domenicali (convinti che ci si possa impadronire della cultura scattando foto!); qualcosa vorrà pur dire se a quelle presenze si sono sostituite oggi banche e centri commerciali! Ma la Chiesa cattolica, in questo caso è vittima o complice? Per darsi una risposta, basti pensi a ciò che ha comportato la svolta del Concilio Vaticano II, col semplice nuovo orientamento della Santa Messa. Prima il celebrante era rivolto verso Est, verso il sole nascente; oggi è rivolto verso Ovest, verso il sole morente: con tutto ciò che può derivarne sul piano simbolico (e quindi sostanziale!). La stessa vita interiore del fedele ne è irrimediabilmente condizionata: conoscersi è andare verso la luce, fare chiarezza, svelare; non conoscersi è sprofondare nelle tenebre, ottenebrare il proprio intelletto, mascherarsi (a sé e agli altri).

Appare dunque chiaro che l’ideale politico-spirituale di Bernardo, sarebbe stato il solo in grado di assicurare una continuità tradizionale all’Occidente. Esso rappresenta quindi per noi un esempio e un punto di riferimento, oggi purtroppo irraggiungibile, per lo stato di definitiva degenerescenza in cui si trova la nostra società. Per il loro assoggettarsi alle condizioni temporale dell’epoca in cui si manifestano, mode e rivoluzioni coincidono inevitabilmente con vecchiaia e decrepitezza. Solo la rivoluzione tradizionale racchiude in sé i concetti di rigenerazione e giovinezza. Ma la rivoluzione tradizionale non ha nulla a che vedere con la mobilitazione delle masse, in grado di entusiasmarsi solo ed esclusivamente tramite suggestioni caratterizzate dall’adesione acritica e passiva. Che si tratti dell’idiota ripetizione del «je suis Charlie», o del “culto della personalità” cresciuto attorno alla figura di papa Bergoglio, oppure del fenomeno di rincoglionimento di massa dei “selfie” fotografici, l’impressione che si ricava da simili fenomeni è quella di un “interruttore” nelle mani di Qualcuno o Qualcosa dal profilo sinistro e poco rassicurante, in grado di accendere e spegnere a piacimento e alla bisogna determinati sentimenti, piuttosto che altri. È del resto naturale che l’individuo inserito in una massa tenda naturalmente verso il basso, essendo solo la persona presa singolarmente ad avere qualche margine di recupero e delle possibilità di risveglio. Come notava Evola: «è inutile farsi illusioni»; e sembrerebbe proprio che non ci sia più nulla da fare, che il nostro destino sia segnato. Le simboliche teste tagliate che adornavano il collo della dea Kâli, non sono più tanto simboliche.  Ridotti allo stesso livello dei “fuori casta” indù, dei “senza tradizione”, per noi sembra prospettarsi un’irrimediabile deriva verso la schiavitù: fisica, ma, quel che è peggio, psichica e morale. Ma c’è un modo di sfuggire a questo oscuro destino?

Noi di Heliodromos, abbiamo un difetto e un pregio allo stesso tempo, che poi consistono nella medesima condizione: l’essere Siciliani! Perché se l’essere Siciliani vuol dire risultare cordiali, affettuosi, aperti all’amicizia, solidali e poco propensi alla sceneggiata e alla chiassosa esibizione; vuole anche dire soggiacere allo spirito di clan ed essere vittime di un’esagerata volontà di potenza. Amiamo distinguerci, non ci accontentiamo della mediocrità, teniamo ad essere pubblicamente considerati. Nel bene e nel male, tutti elementi che testimoniano lontane radici “tradizionali”, per la maggior parte invertite di polarità e da “a fin di bene” come risultavano un tempo, scadute oramai in vizi morbosi, attivi esclusivamente “a fin di male”: com’è il caso più eclatante nella realtà mafiosa. Là dove esistevano culti dedicati alla manifestazione guerriera del divino, sopravvivono solo i residui briganteschi di un’umanità degradata e priva del sia pur minimo senso comunitario. Una “condizione ideale”, quindi, per dedicarsi totalmente e senza indugio a un serio processo di ascesi e ricostruzione interiore, non avendo a questo punto più niente da perdere, e perché più buio di mezzanotte non si può fare!

Fra gli antichi miti ricevuti in eredità, c’è n’è uno che ci conforta e ci sottrae alla più nera disperazione: quello dell’Imperatore Federico, che aspetterebbe sul Monte Etna il tempo propizio per ridestarsi dal sonno apparente dell’oscuramento ciclico, per tornare e restaurare il Santo Regno, rimettendo ogni cosa al suo posto e ristabilendo l’Ordine. Perché, tornando all’epoca di San Bernardo – quando l’accesso alla Via era, a differenza di oggi, aperto a molti –, così come avvenne per il monachesimo sul piano religioso ed il feudalesimo su quello politico, alla caduta dell’Impero romano, quello che oggi si può e si deve fare, è consolidare le “piccole fraternità” esistenti, anche di sole tre o quattro persone, con cui sarà possibile seguire un percorso di crescita coerente e positivo, e con cui riunirsi al fuoco delle poche certezze che ci derivano dalla dottrina tradizionale; con la consapevolezza che chi non pacifica e purifica se stesso non potrà farlo sugli altri. Sapendo in ogni caso che quel fuoco sarà sempre in grado di illuminare la notte più nera e indicare la retta via ai dispersi viandanti solitari.

(1) R. Guénon, San Bernardo (Con una nota introduttiva di Silvano Panunzio), Il Cinabro, Catania 1990; da cui prendiamo tutte le successive citazioni.

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