Mondo moderno e Uomini della Tradizione

evola 3

di Julius Evola

(aurhelio.it) – “Il proposito è di studiare alcuni degli aspetti, per via dei quali l’epoca attuale si presenta essenzialmente come un’epoca di dissoluzione, affrontando in pari tempo il problema dei comportamenti e delle forme di esistenza che in una situazione siffatta si convengono ad un particolare tipo umano. Questa restrizione deve essere tenuta ben presente. Tutto ciò che diremo non riguarda un uomo qualsiasi dei nostri giorni. Abbiamo invece in vista, un uomo che, pur trovandosi impegnato nel mondo d’oggi, perfino là dove la vita moderna è in massimo grado problematica e parossistica, non appartiene interiormente a tale mondo nè intende cedere ad esso, e in essenza sente di essere di una razza diversa di quella della grandissima parte dei nostri contemporanei. Il posto naturale di quest’uomo, la terra in cui egli non sarebbe uno straniero, è il mondo della Tradizione.

Tradizione: questa espressione qui è usata in significato specifico, da noi precisato in altre occasioni (Rivolta contro il mondo moderno), che diverge da quello comune, mentre si avvicina alle categorie usate da un Reneé Guénon nell’analisi della crisi del mondo moderno. Secondo questa particolare accezione del termine, una civiltà o società è “tradizionale” quando è retta da principi trascendenti ciò che è soltanto umano ed individuale, quando ogni suo dominio è formato e ordinato dall’alto e verso l’alto. Di là dalla varietà delle forme storiche, è esistita una essenziale identità o costanza nel mondo della Tradizione. Di esso altrove abbiamo cercato di precisare i valori e le categorie essenziali; questi costituiscono le basi per ogni civiltà, società e ordinamento dell’esistenza, da dirsi normale in un senso superiore, e retto da un vero significato. Tutto ciò che è venuto a predominare nel mondo moderno rappresenta l’antitesi precisa di ogni tipo tradizionale di civiltà. E le circostanze stanno a mostrarci in modo sempre più evidente che partendo dai valori della Tradizione (ammesso anche che qualcuno sappia ancora riconoscerli e assumerli) è estremamente improbabile che si possa provocare una qualche modificazione di rilievo nello stato attuale generale delle cose, attraverso azioni o reazioni efficaci di un certo raggio. Dopo gli ultimi sconvolgimenti mondiali, a tanto oggi sembra mancare ogni punto di presa sia nelle nazioni che nella stragrande maggioranza degli individui, sia nelle istituzioni e nelle condizioni generali della società che nelle idee, negli interessi e nelle forze predominanti dell’epoca. Purtuttavia esistono alcuni uomini che sono per così dire in piedi fra le rovine e fra la dissoluzione, i quali, più o meno consapevolmente, è a quell’altro mondo che appartengono. Una piccola schiera sembra disposta a battersi anche su posizioni perdute, e quando essa non fletta, quando non scenda a compromessi per la seduzione esercitata da tutto ciò che potrebbe condizionare un qualche loro successo, la sua testimonianza è valida. Per altri, si tratta invece di isolarsi completamente, cosa che però richiede disposizioni interne a anche condizioni materiali privilegiate che ogni giorno si fanno sempre più rare. Comunque, è la seconda delle soluzioni possibili. Aggiungeremo i pochissimi che nel campo intellettuale possono ancora affermare i valori “tradizionali” al di fuori di ogni scopo immediato, tanto da svolgere un’”azione di presenza”, azione certamente utile per impedire che la realtà attuale chiuda non solo materialmente ma anche idealmente ogni orizzonte e non lasci più scorgere nessuna misura diversa da quelle ad essa proprie. Attraverso costoro, possono mantenersi delle distanze: altre dimensioni possibili, altri significati della vita, indicati a chi sia capace di distogliersi, di non guardare soltanto alle cose presenti e vicine. Ciò non risolve però il problema pratico personale, quando non si tratta di coloro cui è dato di isolarsi materialmente, ma di uomini che non possono o non vogliono tagliare i ponti con la vita attuale, che perciò si trovano dinanzi al problema dell’atteggiamento da prendere nell’esistenza, già in ordine a quanto si riferisce alle reazioni e alle relazioni umane più elementari. Ora, questo è appunto il tipo particolare di uomo che si ha in vista. Per lui vale il detto di un grande antesignano: “Il deserto cresce. Guai a colui che cela in sè il deserto!”. Infatti, all’esterno egli non trova più alcun appoggio. Gli ordinamenti e le istituzioni che in una civiltà e società tradizionali gli avrebbero permesso di realizzare se stesso integralmente, di organizzare in modo chiaro e univoco la propria esistenza, di difendere e di applicare nel proprio ambiente in modo creativo i valori principali da lui interiormente riconosciuti, sono inesistenti. Così non è il caso di continuare a proporre a costui linee di azione che, adeguate e normative in ogni civiltà normale, tradizionale, non saprebbero più esserlo in una civiltà anormale, in un ambiente sociale, psichico, intellettuale e materiale del tutto diverso, in un clima di generale dissolvenza, nel regime di forme di un disordine malamente raffrenato e, comunque, prive di ogni superiore legittimità. Da qui, i problemi specifici che intendiamo trattare in questa sede. In via preliminare, un punto importante da chiarire riguarda l’atteggiamento da assumere di fronte alle “sopravvivenze”. Specie nell’aria occidentale europea sussistono consuetudini, istituti, forme del costume del mondo di ieri, cioè del mondo borghese, che dimostrano ancora una certa persistenza. Di fatto, quando oggi si parla di crisi, i più hanno in vista appunto il mondo borghese: sono le basi della civiltà e della società borghese a subire questa crisi, ad essere colpite dalla dissoluzione. Non è il mondo che noi abbiamo chiamato della Tradizione. Socialmente, politicamente e culturalmente, sta sfasciandosi il sistema che aveva preso forma a partire dalla rivoluzione del Terzo Stato e dalla prima rivoluzione industriale, anche se ad esso erano spesso commisti alcuni resti di un ordine più antico, però ormai svigoriti nel loro contenuto vitale originario. Che rapporto ha e può avere il tipo umano, che noi qui intendiamo prendere in considerazione, con tale mondo? Questa questione è essenziale, da essa dipendono evidentemente anche il senso da attribuirsi ai fenomeni di crisi e di dissoluzione oggi appariscenti e l’atteggiamento da assumere sia di fronte ad essi che a quanto da tali fenomeni non è stato ancora definitivamente minato o distrutto. La risposta a detta questione non può essere che negativa. Il tipo umano che qui abbiamo in vista non ha nulla a che fare col mondo borghese. Egli deve considerare tutto ciò che è borghese come qualcosa di recente e di antitradizionale, di nato esso stesso da processi a carattere negativo e sovvertitore. In molti casi, nei fenomeni attuali di crisi va effettivamente vista una specie di nemesi o di azione di rimbalzo: son proprio le forze che a suo tempo furono messe in opera contro la precedente civiltà tradizionale europea a ritorcersi contro coloro che le avevano evocate, scalzandoli a loro volta e potando più oltre, verso una fase ulteriore più spinta, il processo di sgretolamento. Ad esempio, nel campo economico-sociale ciò appare in termini chiarissimi, per le evidenti relazioni che intercorrono fra la rivoluzione borghese del Terzo Stato e i successivi movimenti socialisti e marxisti, fra democrazia e liberalismo da un lato, socialismo dall’altro. I primi hanno fatto semplici spianatori di via ai secondi, e questi in un secondo tempo, dopo aver lasciato che assolvessero tale funzione, mirano solo a eliminarli. Così stando le cose, una soluzione è senz’altro da scartare: quella di chi volesse appoggiarsi a quanto sopravvive del mondo borghese, difenderlo e servirsene come base contro le correnti più spinte della dissoluzione e del sovvertimento, eventualmente dopo aver cercato di animare o rafforzare questi resti con alcuni valori più alti, tradizionali. Anzitutto, considerando la situazione generale quale ogni giorno sempre più sin precisa dopo quegli avvenimenti cruciali, che sono stati le due ultime guerre mondiali e le loro ripercussioni, prendere un tale orientamento significherebbe illudersi, quanto alle possibilità materiali esistenti. Le trasformazioni già avvenute sono troppo profonde per essere reversibili. le forze passate allo stato libero, o in via di passare allo stato libero, non sono tali da poter venire ricondotte entro le strutture del mondo di ieri. Inoltre, proprio per il fatto che solo a coteste strutture ci si sa riferire nei tentativi di reazione, ma che sono prive di ogni superiore legittimità, ha dato particolar vigore e mordente alle forze sovvvertitrici. 

D’altra parte, per tal via si andrebbe incontro ad un equivoco tanto inammissibile idealmente quanto pericoloso tatticamente. Come si è detto, i valori tradizionali – quelli che noi chiamiamo valori tradizionali – non sono i valori borghesi, sono all’antitesi dei valori borghesi. Così riconoscere una validità alle anzidette sopravvivenze, associarle in un qualsiasi modo ai valori tradizionali, avallarle con questi ultimi ai fini dinanzi accennati, significherebbe o dimostrare una scarsa comprensione per gli stessi valori tradizionali, oppure menomarli e scendere a forme deprecabili e rischiose di compromesso. Diciamo rischiose, perché col collegare come che sia le idee tradizionali con le forme residuali della civiltà borghese le si esporrebbe all’attacco, sotto vari riguardi inevitabile, legittimo e necessario, mosso dall’epoca contro questa civiltà. E’ verso l’opposta soluzione che è dunque d’uopo orientarsi, anche se con ciò le cose si faranno assai più difficili e si andrà incontro ad un’altra specie di rischio. E’ bene recidere ogni legame con tutto ciò che, a più o meno breve scadenza, è destinato a finire. Il problema sarà, allora, di mantenere una direzione essenziale senza appoggiarsi a nessuna forma data o tramandata, includendo in esse anche forme autenticamente tradizionali, ma storiche, del passato. A tale riguardo la continuità non potrà essere mantenuta che su di un piano, per così dire, essenziale, appunto come un intimo orientamento dell’essere, presso alla massima libertà esterna. L’appoggio che potrà continuare a dare la Tradizione non si riferisce alle strutture positive, regolari e riconosciute di una qualche civiltà già da essa formata, ma soprattutto a quella dottrina che, per così dire, ne conteneva i principi allo stato preformale superiore e anteriore alle particolari formulazioni storiche e che nel passato non era di pertinenza delle masse, ma aveva il carattere in una “dottrina interna”. Per il resto, data l’impossibilità di agire positivamente nel senso di un ritorno reale e generale al sistema normale, tradizionale, data l’impossibilità di formare organicamente e unitariamente tutta la propria esistenza nel clima della società , della cultura e del costume moderni, resta da vedere in che termini si possano accettare in pieno situazioni di dissoluzione senza esserne toccati interiormente. In più, si potrà considerare ciò che nell’attuale fase può venir scelto, separato dal resto e assunto come forma libera di un comportamento che, esteriormente, non sia “anacronistico”, che sappia anzi misurarsi con quanto nel campo del pensiero e del modo di vivere contemporaneo vi è di più spinto, ma restando all’interno, determinato e comandato da uno spirito completamente diverso. La formula: “Portarsi non là dove ci si difende, ma là dove si attacca”, che qualcuno ha proposto, potrà venire adottata dal gruppo degli uomini differenziati, epigoni della Tradizione, su cui qui verte il discorso. Potrebbe , cioè, essere persino opportuno contribuire a quel che già vacilla ed appartiene al mondo di ieri, cada, anziché cercare di puntellarlo e di prolungarvi artificialmente l’esistenza. E’ una tattica possibile, utile ad impedire che la crisi finale sia l’opera delle forze opposte e che di esse si abbia a subire l’iniziativa. Il rischio di un simile comportamento è evidentissimo: non è detto chi avrà l’ultima parola. Ma non vi è nulla, nell’epoca attuale, che non sia rischioso. Per chi si tiene in piedi, questo è forse l’unico vantaggio che essa presenta. Le idee fondamentali da raccogliere da quanto si è detto fin qui, si possono dunque riassumere nel modo seguente. Il significato della crisi e delle dissoluzioni, oggi da tanti deprecate, deve essere preciso indicando l’oggetto reale e diretto dei processi distruttivi: la civiltà e la società borghese. Misurate con i valori tradizionali, queste hanno però già avuto il senso di una prima negazione di un mondo a loro anteriore e superiore. Ne segue che la crisi del mondo moderno potrebbe eventualmente rappresentare, hegelianamente, una “negazione della negazione”, epperò significare, per un lato, un fenomeno a suo modo positivo. L’alternativa è che questa “negazione della negazione” sbocchi nel nulla – nel nulla che prorompe da forme molteplici del caos, della disperazione, della ribellione e della “contestazione” caratterizzanti non poche correnti delle ultime generazioni, o in quell’altro nulla che mal si cela dietro il sistema organizzato della civiltà materiale – ovvero che essa, per gli uomini qui in discorso, crei un nuovo spazio libero, il quale potrebbe eventualmente essere la premessa per una successiva azione formatrice