Riecco i sanbabilini: troppe esistenze bruciate in trincea

SANBILINI

di Antonio Lodetti

(ilgiornale.it) – Perché scrivere un romanzo su quei giovani neofascisti che nei primi anni Settanta segnarono la storia e il costume dal baluardo di piazza San Babila a Milano? Perché parlare di ragazzi coinvolti in una «impressionante sequenza di violenti scontri fisici spesso sanguinosi, conflitti anche armati e aggressioni subite e perpetrate»?.

Forse per inquadrarli, senza troppi sconti, nel loro mondo di sogni e di ferocia, di utopie e di isolamento, di onore e di incoscienza, di ideologia e di sconfinamenti nella delinquenza comune. Forse per tracciarne un profilo disincantato, dato che, al di là delle fredde cronache «mediatiche e inquisitorie», non rimane nulla di loro se non i delitti commessi e le tombe (ma a volte neppure quelle, come accadde per personaggi come Mammarosa, crepato in un conflitto a fuoco con i carabinieri molti anni dopo San Babila, o Pierluigi Pagliai che andò a combattere in Sudamerica, o Umberto Vivirito che morì durante una rapina per autosovvenzione) che ne segnano il ricordo. Ma, obietterà qualcuno, è un ricordo che vale la pena alimentare? Senza dubbio lo è per Maurizio Murelli, sanbabilino della prima ora (oggi tipografo e editore della rivista Orion e di numerose collane di libri), duro e puro del vero e proprio gruppo politico che animò la piazza perché – come lui stesso specifica – in San Babila coesistevano numerosi gruppi diversi tra loro.

Murelli appartiene alla prima generazione, quella «vera» (ché uscì qualche anno fa anche Avene selvatiche, romanzo osannato dalla sinistra e dai politically correct scritto sotto pseudonimo da uno che c’era), ma il suo Indian Summer ’70. C’era una volta San Babila (Aga Editrice, pagg. 387, euro 25, www.orionlibri.net) non vuole piacere al pubblico. È dedicato ai tre personaggi sopra citati, definiti soldati irregolari in una guerra irregolare di cui nessun libro di storia recherà traccia, ed è scritto con una narrazione che l’autore definisce «cruda più che violenta ed effettivamente scorretta, priva di quelle raffinatezze stilistiche che vanno per la maggiore e di cui peraltro non sarebbe capace mancandogli i fondamentali».

Murelli è colto e sempre pronto al dialogo (questo glielo riconoscono anche molti avversari politici), ma viene dalla strada… Protagonista del giovedì nero milanese del 1973, fu condannato a 17 anni e mezzo per il lancio di due bombe in piazza Tricolore che ferirono alcuni agenti. Ha pagato e ora racconta in forma di romanzo all’insegna del «chissenefrega della limacciosa sensibilità dei più»… Una storia di fantasia in cui chi c’era e chi sa può riconoscere facilmente molti agganci con la realtà e i personaggi dell’epoca, anche se Murelli premette che «sbaglierebbe chi tentasse di trovare nella cronaca l’omologo di fatti e persone narrati nel romanzo». Per lui la realtà è uno spunto per usare la propria cultura e la propria psiche, «scardinando l’uscio che separa il cronachistico dall’immaginario».

Così San Babila è uno sfondo che fa da collante ideologico, dopo quarant’anni, alla vita di un gruppo di ultracinquantenni. C’è chi è arrivato (il famoso e ricco notaio), chi cerca ancora l’avventura (il navigatore solitario), chi vive ancora il passato sotto forma di un giudice che ancora oggi gli vieta di vedere il figlio piccolo. Quest’ultimo è Mario, attorno a cui ruota tutta la storia, l’ex sanbabilino che, tra molteplici avventure (tra cui uno scontro multietnico in cui lui si trova paradossalmente dalla parte dei neri contro i razzisti) tutto il vecchio gruppo manderà al diavolo la vita di tutti i giorni per aiutarlo a compiere (o meglio, a non compiere) la sua pazzesca missione. Una vicenda con molti colpi di scena, ma che cura soprattutto le atmosfere e le psicologie. Perché il vero intento di Murelli, a costo di essere un po’ pesante, non sta nelle azioni e nei fatti di cronaca, bensì negli scenari, fisici e mentali.

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