[Antonio Medrano] L’Azione Tradizionale #2

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di Antonio Medrano

Il movimento rivoluzionario-tradizionale*

1)    Concepisco un movimento rivoluzionario d’ispirazione tradizionale come una realtà:
– che si accresce come qualcosa di vivente, d’organico: più un corpo, un organismo che una «organizzazione». Qualcosa di molto articolato (forse più di una pluralità di corpi o di organismi che un organismo unico) e anche qualcosa di ricco e dalle possibilità inesauribili;
– dall’orizzonte vasto e dalla visione integrale (che comprende tutti gli aspetti e i piani della vita);
–    poggiato sulla Contemplazione, sulla Verità fatta vita (il Logos);
–    orientato preferenzialmente verso l’Azione (politica e culturale);
–    strutturato sulla base di relazioni personali, viventi e gerarchizzate, di fraternità e di lealtà (struttura di tipo feudale).

2) Non deve collegarsi in modo esclusivo ad una particolare forma tradizionale. Ciò equivarrebbe a precludersi delle possibilità, a limitarsi in senso depauperante e sterilizzante. Per forza di cose una simile attitudine sboccherebbe in posizioni esclusiviste, parziali o superficiali.

3)    Le sue caratteristiche dovranno essere l’Unità e la Universalità:

–    Unità: fondata sulla coscienza della partecipazione ad una stessa realtà fondamentale.
Unità nella diversità e diversità nella unità. Unità nel principio centrale ispiratore, nel nucleo essenziale; diversità nelle forme di espressione. L’unità deve essere costituita attorno all’idea di Tradizione.

–    Universalità: apertura a tutto ciò che è tradizionale. La norma ispiratrice deve essere
quella formulata da Schuon: «Tutto ciò che è tradizionale è nostro». O, formulata diversamente: «niente di ciò che è tradizionale ci è estraneo» (benché questa dichiarazione, logicamente, ammette, ed anche esige, delle sfumature in ogni caso particolare). Dal punto di vista cristiano si potrebbe dire con San Giustino: «Tutto ciò che essi (Platone, gli stoici, i poeti, gli scrittori) hanno insegnato di buono appartiene a noi cristiani», «Il Cristo è il primogenito di Dio, il suo Verbo, del quale tutti gli uomini partecipano (…). Quelli che hanno vissuto secondo il Verbo sono cristiani, anche se passano per atei (…)». L’importante è di ben stabilire il criterio: quel criterio che deve determinare le «affinità elettive», che deve definire l’ortodossia, che deve dire ciò che è accettabile e ciò che è da rigettare, dove si trova l’amico e dove il nemico. E questo criterio è chiaro: la Tradizione universale.
L’attitudine potrebbe definirsi come «tolleranza intransigente»: tolleranza (che è comprensione e partecipazione) per tutto ciò che ha valore universale e tradizionale; intransigenza per tutto ciò che è antitradizionale e prodotto della sovversione moderna.

4) Il movimento tradizionalista-rivoluzionario deve essere animato da un profondo desiderio di integrazione, da una vera vocazione unitaria e universale. In questo movimento si debbono intendere e parlare differenti lingue, tutte quelle, tanto dell’Occidente quanto dell’Oriente, che sono assimilabili dall’uomo occidentale. Esso deve essere un movimento integratore al di là delle frontiere e delle differenze di mentalità: al di sopra anche dei limiti delle diverse formule tradizionali (rispettandole tutte): un movimento integratore di uomini e correnti tradizionali dell’Occidente, e di questo stesso Occidente con la vitalità spirituale dell’Oriente. Una vocazione integratrice che non ha nulla a che vedere con un qualunque «sincretismo» amorfo e antitradizionale.

5) I membri che fanno parte di questa di questa èlite tradizionalista-rivoluzionaria debbono avere un legame effettivo con una tradizione determinata – unico mezzo per sviluppare la propria vita in un quadro sicuro e preciso. Ciascuno deve trovare il posto più appropriato alla propria vocazione e natura, ciò che esige la propria capacità e qualificazione. Questo è il terreno in cui giocano un ruolo primario la libertà e la decisione personale.

san Michele Raffaele

6) Per riassumere, un movimento rinnovatore è legittimato da:
– la referenza, come organizzazione, alla Tradizione universale (referenza non solo verbale e concettuale, ma reale, vivente effettiva);
-il collegamento personale dei suoi membri a una forma tradizionale (via tramite la quale perviene alla propria realizzazione e trasformazione personale, la qual cosa non mancherà di avere una incidenza sulla comunità di cui si fa parte).

7) Esigenza di base: il rispetto, l’interesse e la comprensione per le altre tradizioni. Ognuno, se deve avere la propria lingua, dovrebbe comprendere e, se possibile, potersi esprimere in altre lingue, la qual cosa vuol dire conoscerle e apprezzarle nel loro giusto valore. Per poter comprendere qualcuno che parla in modo diverso da noi, bisogna conoscerne la lingua. Conditio sine qua non affinché ciò sia possibile: che ciascuno penetri nelle dimensioni più profonde della propria tradizione, laddove essa coincide con le altre. Non è possibile o è estremamente problematica una intesa o una azione parallela, per esempio, con un mussulmano o un cristiano ancorato agli aspetti più superficiali – certamente rispettabili, ma insufficienti e limitati – del proprio credo. La conoscenza in profondità delle altre tradizioni – altri modi di espressione del Logos eterno – aiuta la conoscenza della propria, e viceversa.

8 ) Un movimento tradizionalista-rivoluzionario dovrà forzatamente assumere, nell’Europa del XX secolo delle forme complesse, elastiche, sottili, molto diversificate (tutto il contrario di una setta o di qualunque tipo di organizzazione di tipo moderno). Bisognerebbe concepirlo come una «federazione» (benché tale termine sia totalmente inadeguato per la sua connotazione contrattuale e inorganica tipicamente moderna) o una sintesi organica di cellule minori dotate di piena autonomia, ciascuna d’essa occupandosi di un settore determinato. Questa «sintesi organica» sarà realizzata dall’alto (partecipazione a una stessa verità) e deve essere continuamente attualizzata attraverso la comunicazione vivente e personale. Questa struttura non sarà che l’applicazione del principio ispiratore dell’Impero e lo schema sarà applicabile su scala internazionale e intertradizionale.

9) Il suo fine, la sua missione: la trasformazione e il rinnovamento del mondo, e, più concretamente, la normalizzazione della cultura occidentale, cosa che non è possibile se non attraverso la restaurazione della Tradizione (contro il disordine e la crisi del mondo moderno). Ciò suppone una profonda rivoluzione nei due sensi dell’espressione: alterazione radicale nel corso delle cose e delle condizioni di vita degli individui e dei popoli da una parte; e il ritorno alle origini, ritorno al punto di partenza (revolvere, ritornare). Una rivoluzione realizzata per mezzo di vie e di  procedimenti tradizionali e non per mezzo di tecniche moderne.
Sul piano politico l’obbiettivo – lontano, ma non meno reale e possibile – è la restaurazione dell’Impero, come organismo sacrale che garantisce la esistenza tradizionale e come forma suprema di unità dell’Europa e di tutti i popoli dell’Occidente.

10) L’azione da sviluppare: può prendere diverse forme. Tutto dipende dalla vocazione, preparazione e capacità di ognuno. L’importante è che l’azione che si sviluppa sia accompagnata dall’inevitabile contropartita interiore. Il criterio di base deve essere il seguente: in un mondo di oscurità, illuminare; in un mondo di confusione, chiarificare e discriminare (non aumentare ancor di più la confusione, né lasciarsi coinvolgere in essa); in un mondo caotico e disordinato, apportare ordine e la vera organizzazione. L’azione deve essere d’ordine, fondamentalmente, sottile e di lunga portata e non bisogna cercare effetti immediati, né esterni e quantificabili. L’azione deve consistere, innanzitutto, nella presenza, nell’esempio vivente, nella manifestazione di sé stessi in ogni istante (il Wu-Wei, il «non agire» della tradizione estremo-orientale); e, secondariamente, ma simultaneamente, la diffusione di idee, di principi, di simboli di un modo di essere e di vivere la vita. Cioè, come si vede, è «predicare nel deserto» (perché la civiltà attuale è certamente un deserto spirituale, e, per la sua distruzione della natura, essa prende la strada del deserto fisico); ma si tratta di predicare, prima di farlo con i concetti o le parole, con l’azione, con la vita, con il Verbo fatto carne. Non bisogna preoccuparsi tanto di raccogliere, di ottenere dei risultati esteriori (proselitismo «lotta per il potere», etc.) quanto di seminare, di creare ovunque possibilità di resurrezione e di vita.
L’azione deve essere, d’altra parte, allo stesso modo che la strutturazione del movimento, adattata alle possibilità reali – non solo le possibilità dell’istante presente, quelle che vede l’occhio superficiale, ma le più profonde, le possibilità future di trasformazione – e alle condizioni di ogni luogo e momento. Bisogna, dunque, profittare delle opportunità che offre la Provvidenza.

Da Contributi per il fronte della Tradizione – Heliodromos n°18, Gennaio – Febbraio 1983

Nota:

*Il testo qui proposto è una risposta di Antonio Mediano ad una domanda postagli da Georges Gondinet durante una riunione del  Cercle des Amis de TOTALITE. La domanda era la seguente: «E’ necessario che una organizzazione di tipo “politico” (una organizzazione che scelga la via dell’azione) si ricolleghi ad una forma tradizionale (Islam, Cristianesimo, etc.) o il semplice riferimento alla Tradizione, all’Idea, basta di per sé a legittimarla?».