[Antonio Medrano] Il senso dell’azione

san-giorgio-e-il-drago-eroe-guerriero-azione( tratto da Heliodromos n.11 )

Nei difficili momenti che stiamo attraversando, urge recuperare questo prezioso tesoro, ignoto alla maggior parte dei nostri contemporanei, rappresentato dalla retta azione. Si impone come problema prioritario ritornare a quei principi grazie ai quali sia possibile che le nostre azioni, di qualunque tipo esse siano, si svolgano come si deve e siano ben fatte.

Di fronte alla deviazione attivistica bisogna recuperare l’autentico senso dell’azione. È solo così che si potrà riportare al nostro mondo l’ordine, la stabilità, la pace e l’armonia di cui ha tanto bisogno. Si tratta, come indica Marco Pallis, di conoscere quali sono le condizioni a cui è soggetta e quali sono i suoi limiti, in modo che, «mentre traiamo il massimo beneficio dalla Via dell’ Azione, ci si possa allo stesso tempo guardare dalla solita allucinazione costituita dall’ aspettarsi da essa determinati benefici che stanno fuori dalla sua portata». Il che risulta ancora più importante, se si tiene conto che, come osserva lo stesso Pallis, l’azione «è attualmente per molti di noi, il principale veicolo di realizzazione»1.

Questo riscatto o recupero del senso genuino dell’azione è ciò che si propone come compito l’opera che il lettore ha fra le mani*. Gli orientamenti contenuti in questo lavoro ci aiuteranno a svelare le dimensioni profonde dell’azione, ignorate dall’attivismo moderno, e ci permetteranno di scoprire il suo vero significato spirituale, fornendo un importante contributo per incanalare la nostra esistenza in sentieri di normalità, di salute e di pace interiore. se mettiamo in pratica nella nostra vita quotidiana questi orientamenti, il nostro comportamento e il nostro modo di fare andranno cambiando in modo radicale, fino a diventare del tutto normali, vale a dire, configurandosi stabilmente alla norma o principio superiore. E allo stesso tempo andrà cambiando il nostro modo di essere, fino ad arrivare a un punto in cui i criteri normativi qui raccolti si convertiranno in parte di ciò che siamo, quasi come una seconda natura che si esprime liberatamene e spontaneamente in tutto ciò che facciamo.

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Recuperare il senso dell’azione vuol dire ricondurre nella nostra vita con fermezza e consistenza il principio della “retta azione”. Abbiamo usato con insistenza nelle pagine precedenti questo concetto che ha un’importanza capitale nell’etica tradizionale, vale a dire, nell’insegnamento che la Sapienza universale ci offre per il corretto inquadramento della nostra esistenza. Ma cos’è esattamente la “retta azione”, quali sono i suoi elementi costitutivi quali i suoi tratti Caratteristici, in cosa consiste il retto operare, quando può dirsi di un atto o di un oggetto che è stato fatto rettamente, come deve essere una azione o una attività affinché possa essere qualificata come “retta”? Vedremo di rispondere in maniera concisa a queste domande nei paragrafi che seguono.

La “retta azione” è quella che si esegue e svolge normalmente – vale a dire, in accordo con la Norma -, che è conforme alla natura umana e all’ordine delle cose, che si realizza in armonia con le leggi divine reggitrici del cosmo e che serve alla costruzione e sviluppo integrale della persona, contribuendo così al conseguimento del suo fine ultimo che è la liberazione e realizzazione spirituale. Solo un’azione che risponda a queste caratteristiche potrà attualizzare tutte le potenzialità implicite nell’agire umano e sviluppare l’enorme forza che racchiude in sé la vocazione attiva dell’uomo. È questa la sola azione che può considerarsi veramente positiva, costruttiva e creativa; l’unica che può generare un’opera conclusa e perfetta, sia in ciò che è realizzato dall’uomo sia nell’uomo stesso (non dimentichiamo che la più importante opera per l’uomo è se stesso: scolpire e intagliare con perfezione il proprio essere è la principale opera d’arte che deve portare a compimento ogni essere umano). Cosicché l’azione retta si pone come fondamento; contenuto e meta ideale di ogni cultura sana e normale.

La retta azione riceve molte altre denominazioni, secondo le diverse tradizioni. Così in alcune si parla di “azione giusta” o d’azione “sicura”, mentre in altre si preferiscono espressioni come “azione pura”, “azione buona”, “azione divina”, “azione saggia”, “azione cosmica”, “azione idonea”, “azione diretta” o “azione totale”.”Azione dharma” la chiama la spiritualità indo-aria, sia nel suo ramo indù sia nel ramo buddista, contrapponendola a l’ “azione adharma”, l’azione ingiusta, anormale o scorretta (avendo il prefisso a, che si contrappone alla voce dharma, il significato di “senza”, “privo di” o “contrario a”, con un valore simile a quello che hanno i prefissi a o in nella maggior parte delle lingue europee, così come avviene in parole quali “a-morale”, “im-morale”, “in-giusto” o “ateo”). E in alcune tradizioni estremo-orientali, come lo Zen e il Taoismo, l’azione perfetta, realizzata in conformità con il Tao, riceve il nome un po’ enigmatico di “Non-azione”, Wu-Wei, così malinterpretato dagli interpreti occidentali, che credono di vedere in detto termine un sinonimo di quietismo, abulica passività, o “non far nulla”.

Per quanto detto, risulta evidente che il vero significato della “retta azione” va ben al di là della semplice connotazione moralistica che di solito si suole dare a questa espressione nel mondo attuale. Un fatto che risulta abbastanza palesemente in molte delle denominazioni a cui si è appena fatto cenno, come per esempio, “azione divina”, “azione saggia”, “azione cosmica”. Particolarmente esplicita appare questa proiezione sovra-morale o non-moralista nella voce sanscrita dharma, che, come abbiamo visto, designa l’azione retta, buona, giusta e legittima nelle tradizioni di origine indo-aria.

Recando la parola dharma impliciti i significati di “legge”, “dovere”, “rettitudine” e “ordine cosmico”, l’”azione dharma” sarà quella che è realizzata rettamente, in conformità con l’ordine cosmico e con la propria legge o natura, la quale, come espressione dell’ordine cosmico, impone determinati doveri e una linea concreta di condotta a ogni individuo (è lo sva-dharma, la “propria legge” o il “proprio dovere” che ognuno possiede come qualcosa di personale e non trasferibile). L’”azione dharma” è, pertanto, la perfetta cristallizzazione dell’idea del dovere, intesa nella sua più alta accezione, nel suo senso più profondo e reale: il dovere come partecipazione all’armonia universale e all’ordine divino del cosmo. Come osserva correttamente Renè Guènon nel suo documentato studio sulla tradizione indù, l’idea di “virtù” che racchiude in se il concetto di dharma va ben al di là di qualunque nozione morale: indica che «le azioni di un essere sono conformi alla sua propria natura e, per ciò stesso, all’ordine totale che ha il suo riflesso e la sua immagine nella natura di ciascuno»2.

Possiamo, di conseguenza, concludere che la buona azione è quella che produce buoni risultati, che migliora l’esistenza dell’uomo, che lo èleva e purifica, che nobilita la sua vita, che assicura e incrementa l’ordine e l’armonia o che li ristabilisce là dove sono scomparsi. È azione buona perché sana la vita, allo stesso modo della buona medicina che è quella che cura; è azione con virtù perché  ha la forza necessaria per guarire e rinnovare la vita, così come ha delle virtù quella medicina che restituisce la salute all’ammalato e gli permette di godere una vita più armonica e vigorosa. E se la buona azione può produrre questi buoni frutti che la accompagnano, possedere questa efficacia o virtù speciale che gli è propria e influire in modo positivo sulla vita, è perché si attiene alle leggi cosmiche, perché tiene molto in considerazione il ritmo dell’ordine universale, allo stesso modo in cui la buona medicina è tale perché cerca di utilizzare le forze che operano nell’ordine naturale, perché accorda i suoi procedimenti all’andamento del cosmo e perché tiene sempre presente l’interrelazione esistente tra il macrocosmo e il microcosmo.

guerra-guerriero-azione-lotta-tradizione-vaso-antica-grecia-iliadeParticolarmente espressiva, al fine di evitare il malinteso moralista, risulta l’espressione right action, impiegata in inglese per tradurre l’idea della “retta azione”, soprattutto se prendiamo in considerazione la contrapposizione con la sua espressione antonima wrong action. Osserviamo che il primo aggettivo, right, significa corretto, esatto, giusto, equo, veritiero, favorevole, come si deve, opportuno e diritto (più di “diritto”, come sostantivo, nel senso di “giustizia”, la parola right, come aggettivo, significa “diritto” come equivalente di “dritto” e come contrario di “storto”, e anche di “destro” come opposto a “sinistro” o “mancino”, left). Al contrario, il secondo qualificativo, wrong, contiene indistintamente le accezioni di ingiusto, inesatto, contorto, scorretto, erroneo, equivoco, cattivo e perverso. Così, per esempio, the right answer è “la risposta opportuna” o la “risposta esatta”, the right place, “il luogo adeguato”, mentre invece a wrong answer è “una cattiva risposta” o “una risposta errata”, e a wrong way, “una cattiva strada” o “una strada equivoca”. Da tutto questo si deduce che l’espressione right action contiene, pertanto, impliciti i significati di azione buona, giusta, retta, destra, dritta, senza contorcimenti né sviamenti. È l’azione esatta, appropriata, corretta, sicura o veritiera, opportuna, adatta alla circostanza, eseguita come si deve, la quale si accorda alla norma. E la wrong action è proprio tutto il contrario: quella che si accorda alla norma, che non adempie alle condizioni richieste, malamente orientata e che segue strade equivoche, e che, per ciò stesso, non dà né può dare nulla di positivo, arrecando di conseguenza effetti nefasti per quanti la compiono e per quanti la subiscono.

Siamo abituati a pensare riguardo al retto operare in termini di giusto e ingiusto, buono e cattivo, accettabile e riprovevole. Poniamo così il problema sul piano di una dicotomia che contiene una sfumatura moralistica. Ci sono tradizioni orientali, invece, che ricorrono a una terminologia molto diversa per precisare i contorni e la natura dell’azione normale. È il caso del Buddismo, che, al posto dell’antinomia right-wrong che prima analizzavamo, preferisce ricorrere al binomio kausala-akausala(kusala-akusala, in lingua pali), il quale ha il vantaggio di non suggerire così istintivamente e in una maniera tanto esclusiva le connessioni morali che evocano le espressioni similari o alternative d’uso più generalizzato in Occidente. Questo binomio può tradursi con “purità-impurità”, “perizia-imperizia”, “abilità-incompetenza” o “destrezza-ottusità”, skilfulness-unskilfulness in inglese. Cercando di sviscerare le profonde sfumature di tale lessico, un autore buddista occidentale commenta a tal proposito che le skillful actions, le azioni idonee o accorte, sono espressione di uno stato mentale skillful e conducono a loro volta a stati mentali ugualmente skillful, idonei o accorti; vale a dire, a “stati mentali caratterizzati dalla compassione, tranquillità, allegria e trasparenza”. Per cui, contribuiscono all’autentico sviluppo umano e, in particolare, all’incremento del samadht (la concentrazione) e del prajna(la sapienza). Con le azioni unskillful, ottuse o inadatte, avviene tutto il contrario: derivano stati mentali inadatti, impuri e ottusi, unskillful e akausalya – stati caratterizzati dal rancore o dall’indifferenza, apprensione, afflizione, avidità, sensualità, inganno, oscurità e ignoranza – , e accentuano questi stessi stati mentalli nell’autore dell’azione. È facile dedurre quale risultato si ottiene nell’uno e nell’altro caso: mentre le azioni idonee, appropriate e virtuose (skillful, kausalya) beneficiano il singolo e gli altri, le azioni inadatte, ottuse e poco accorte (unskillful, akausalya), danneggiano e arrecano sofferenza tanto all’autore dell’azione quando a coloro che lo circondano e che con lui convivono3.

Possiamo quindi ridurre l’antitesi tra retta azione e azione scorretta – a cui va necessariamente ascritta anche la posizione attivistica – isolando quattro punti chiave che vengono a riassumere quanto finora si è detto. Mentre la prima è vera attività, autentica azione, nel vero senso della parola, quest’ultima è falsa attività, azione distorta, falsata, degradata, e spuria, troppo inerte, costrittiva, passiva e reattiva piuttosto che veramente attiva. Mentre la prima è attività intelligente, prudente, misurata, sagace e idonea, logica e razionale, la seconda è in fondo, un’azione inconsapevole, ottusa, informe, irrazionale, confusa, stolta, insensata o dissennata. Mentre l’azione retta è un’azione pura, limpida, chiara e trasparente, obiettiva e spassionata, libera e liberatrice, equilibrata e armoniosa, seminatrice di pace, l’azione scorretta è un’azione impura, oscura, adulterata, sudicia e sporca, agitata e confusa, macchiata da tutta una serie di elementi spuri, imbrattata di ogni tipo di difetti e tare, contaminata dalle tendenze malsane che germinano dall’io e, pertanto, è un’azione squilibrata, generatrice di tensione e conflitto, servile, schiava e asservitrice, alienata e alienante, violenta e violentatrice. Il che vuol dire che un’azione concreta potrà essere catalogata come corretta o scorretta a seconda se riflette in essa l’uno o l’altro dei due gruppi di caratteristiche menzionate. Là dove, per esempio, ci imbattiamo in un’azione propria o altrui che è servile, passiva, passionale, violenta, inconsapevole, schiavizzante e alienante, in maggiore o minor misura, potremo concludere quasi sicuramente che ci troviamo di fronte a un’azione che non è fatta come si deve. E dato che la nostra condotta, il nostro comportamento e il nostro modo di agire rispondono in tutto a tale tipologia, credo che varrebbe la pena che di tanto in tanto ci si soffermasse a riflettere su questo problema.

Affinché l’azione sia retta e saggia, affinché sia adatta e opportuna, affinché abbia un valore spirituale, affinché sia ciò che deve essere e raggiunga la sua massima efficacia, affinché contribuisca a costruire la realtà umana invece di demolirla e minarla sia internamente quando esternamente, affinché liberi l’uomo e lo innalzi invece di incatenarlo e degradarlo, l’azione, di qualunque tipo esso sia, deve possedere i seguenti requisiti: 1. Subordinazione alla verità, all’intelligenza, alla dottrina, alla sapienza e alla contemplazione; 2. Disinteresse e distacco, assenza di desiderio egoistico o di motivazione egocentrica; 3. Senso sacrificale, esistenza rituale e consacrata, offerta alla Divinità dell’opera o azione che si realizza; 4. Concentrazione nel presente, consegna totale all’azione attuale, esistenza del “qui e ora”, senza fratture né distrazioni di alcun tipo; 5. Vocazione di totalità e unità, senso ecologico integrale, proiezione cosmica e universale.

Sia ben chiaro che si tratta di cinque elementi che sottolineano solo al fine di una maggiore chiarezza nell’esposizione, dato che sono intimamente connessi e formano in realtà una unità indissolubile 

NOTE

1 M.Pallis, the active life, in “the Way and the mountain”(London:P.Owen, 1961) p.36

2 R.Guènon, Etudessur l’Hinduisme (Paris Ed. Traditonnelles, 1983)

3I. Wray, Buddhism and Psychoterapy: A Buddhist Perspective, in “Beyond Terapy”, ed; da Guy Claxon (London, Wisdom Pubblications, 1986) pp.166 e segg.