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Le fredde raffiche dell’ascesi

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(Articolo tratto da Raido – Contributi per il Fronte della Tradizione n. 34 – Solstizio d’Inverno 2007)

Lungo la strada, alle 6 del mattino, ci sono gli ultimi “leoni” della notte che tornano ancora rincoglioniti dalle discoteche o da una notte allo sbando.

C’è chi, invece, si è appena svegliato ed è pronto a una nuova domenica in salita: si va sugli Appenini, a scoprire una nuova vetta. Ci si scalda in questa fredda mattina d’ottobre lungo la strada, parlando e conoscendo meglio chi ti sta accanto. Non vedendo l’ora di pestare con gli scarponi le prime foglie secche di questo inizio d’autunno.

Arrivi sul posto, tempo di metterti la giacca più pesante, acclimatarti e preparare le ultime cose, e si parte.

Mille e cento metri di dislivello, un freddo cane… ma importa poco: il paesaggio è bellissimo, la neve si confonde con la nebbia, gli alberi imbiancati contrastano coi colori autunnali creando una scena d’altri tempi. I piedi pestano il terreno viscido, il fiato si spezza coi primi passi, il sentiero inizialmente largo, che sai che presto si stringerà, è il paradigma di ogni cammino in salita, al cui principio si e’ in tanti e alla cui vetta arriveranno solo in pochi.

La salita pompa il sangue e scalda il corpo, le gocce di sudore si scambiano con i leggeri fiocchi di neve che si sciolgono addosso, l’attrezzatura che pensavi pesante risulta pian piano più leggera. L’ascesa è intensa fin dall’inizio, dove il bosco ti accompagna lungo il sentiero; lo stesso bosco che sta lì a ricordarti che, per fortuna, non solo i grandi palazzi delle nostre grigie città fanno ombra al sole.

Il silenzio dei monti ti fa dimenticare i frastuoni cittadini e il naturale suono della natura ti sembra quasi strano, abituato come sei agli impercettibili rumori della città.

La vegetazione, sali, e comincia a scarseggiare, e l’apertura della radura coincide con le fredde, decise e forti raffiche di vento gelido, che ti colpiscono nei piccoli punti del corpo rimasti scoperti: li senti congelarsi e poi divenire bollenti, di quel bollore che senti quando il gelo è troppo forte. Le mani hanno difficoltà a muoversi, le sopracciglia diventano bianche di neve e gli occhi lacrimano senza che alcun pensiero triste t’abbia colpito: la mente, i ricordi e i pensieri che normalmente ci assalgono si rarefanno, tutto diventa incredibilmente più semplice: subentra quello strano senso di euforia e paura, perchè si fa difficoltà a vedere ad appena cinque metri di distanza. Il freddo si fa sentire ogni metro di più, gli occhi fanno fatica a stare aperti, la foschia e la neve non aiutano l’ascesa, il sentiero si distingue ormai con difficoltà.

Per evitare di perderci ci si avvicina, la fila si serra, il passo diventa unico, le parole sempre più rare, l’attenzione e la tensione diventano di colpo più alte. Ed il rischio anche diventa più alto. Camminiamo da tre ore, alla vetta mancano solo cento metri: circa venti minuti di cammino. Tra i dieci che siamo non tutti siamo attrezzati al meglio.

Nonostante manchino pochi minuti al alla vetta, si decide di scendere, meglio evitare possibili problemi: fare gli spavaldi e sfidare una montagna non è quello che cerchiamo.

Lei rimane lì, e nessuno di noi ha fretta. Arriverà il nostro momento.

Un ultimo sguardo, un ultimo sorriso difficile da tirare, e salutiamo il gigante bianco.

Solo per poco, chè torneremo. E non è una sfida.

Mi chiedo:

A chi giova l’alpinismo
se non ci rende
migliori?
Migliori non soltanto
nel momento della
lotta,
della conquista,
nell’emozione
della difficoltà superata,
della vetta raggiunta,
ma migliori nella vita,
nel nostro camminare
e lottare di ogni giorno,
nel superamento
delle difficoltà di ogni
momento, soprattutto
nel superamento di noi
stessi, per avere occhi
che ci facciano vedere
che non siamo soli,
e che prima di noi ci
sono gli altri.
da “Quella Montagna che
sta dentro”

di Tommaso Magalotti