In evidenza, Pillole Cinematografiche

[Pillole cinematografiche] L’apatia della società

Sedicesima puntata di “Pillole cinematografiche”, rubrica settimanale che raccoglie frammenti ritagliati dalle pellicole più disparate, le quali estraniate dal contesto, possano servire da spunto e riflessione per il nostro percorso militante.
La pillola di oggi è tratta dal film del 1995 “Seven”, diretto da David Fincher.
In più occasioni abbiamo affermato che nascere e crescere sani in un epoca come la nostra è un problema di non facile soluzione, che richiede coraggio e soprattutto intelligenza. Sin da bambini la nostra strada è segnata: a scuola insegnano false verità, a casa con la televisione e il computer creano dei piccoli mostri, la famiglia (quando c’è) è una combriccola di amici priva di un qualsiasi orientamento superiore e gerarchico. Crescere in un deserto dall’aria soffocante e dalle oasi sempre più rare, senza che ci si chieda il senso della vita (per molti fallimentare) è una bella sfida a cui sono chiamati gli uomini d’oggi.
Tuttavia perchè questa sfida possa essere vinta, è necessario non essere degli assuefatti, persone che per una sorta di noia interiore, hanno nel disimpegno la loro parola d’ordine. Un disimpegno che, lungi dal rappresentare una scelta consapevole, è il prodotto di una superficialità di fronte alle cose, di un credere in modo incondizionato a ciò che la società propina attraverso i suoi veicoli.
Per queste persone assuefatte, gli interessi prevalgono sui valori, dimostrando che l’importante nella vita è assicurarsi una buona condizione economica ed avere una donna, conducendo un esistenza dai giorni completamente identici e priva di senso. Queste persone sono caratterizzate da una specie di lassismo spirituale, incapaci di intendere il sacrificio. La loro settimana scorre monotona, si lavora, qualche sera si esce con la propria compagna, alla domenica gita fuori porta o partita allo stadio. Raramente si interessano di politica o di cultura, approfondiscono di rado un argomento, magari ripetenno parole vuote ascoltate in televisione. Nei confronti dell’altro sesso vivono un sentimento totalizzante ed incontrollato. L’amore, oltre al futuro professionale, è la loro ragione di vita e nel momento in cui viene a mancare si sentono vuoti e completamente abbattuti. La routine quotidiana li porta a considerare la vacanza estiva o la serata con gli amici una sorta di sfogo e di liberazione da tutti i freni inibitori, dimostrando di essere il prototipo del perfetto uomo moderno: edonista e materialista, sentimentale ed egoista.
Dall’assenza di riferimenti superiori, quali appunto i valori, alla mancanza di punti di riferimento terreni, l’epoca in cui viviamo dimostra di essere palesemente priva di sostegni, determinando un inevitabile stato di insicurezza nell’uomo.
Tuttavia basterebbe saper cercare e soprattutto aver la voglia di farlo, per capire che niente è perduto e che di reali alternative ce ne sono. Quello che conta è reagire, costruendo la reazione attraverso una serie di piccoli passi essenziali ma particolarmente complessi. Essere una persona prima di tutto che sa quello che vuole e che dice no alle nefandezze di questo mondo. Concretizzare nella vita di tutti i giorni i valori in cui si crede, con la consapevolezza di dover procedere a piccoli passi per un cammino arduo e faticoso.
Vivere l’onore, la lealtà, il coraggio, l’amore, il sacrificio in una realtà ostile e opposta come quella attuale, è la più grande prova di resistenza e reazione.
La giornata va vissuta nei suoi apparenti insignificanti istanti, dimostrando il coraggio, la lealtà, l’incapacità di tradire, la superiorità ad ogni meschino egoismo e ad ogni basso interesse. Costruire un Uomo è l’obiettivo da porsi oggi, attraverso un etica del dovere che rifiuta i sofismi di ogni genere e che ama la concretezza e la coerenza.
Le energie vanno dosate e ben impiegate, lo slancio e l’entusiamo verificati attraverso azioni di lungo periodo: “L’eroismo più grande è la tenuta nel tempo” diceva il Capitano Codreanu.
L’importante non è ribellarsi, ma sapersi liberare.