Avventure e disavventure della magia

ermetismo-sapienza

Pseudo-teurghi, incantatori e praticoni. Oggi come ieri, solo venditori di fumo.

Avventure e disavventure della magia, da Giuliano il teurgo a Julius Evola, mag(r)o nato.

di Alessandro Giuli

(www.ilfoglio.it) – Anni fa, con un amico giovane ma mezzo sordo, mi misi a declamare pomposo le parole che un insigne orientalista aveva usato per descrivere le qualità profonde di Julius Evola (1898-1974) – quell’Evola lì? Sì, lui -: “Evola era un grande mago, un mago naturale”. E l’amico, annuendo: “Sì sì, magrissimo!”. Longilineo senz’altro, ho concluso, sicuro d’essermi meritato quella risposta.

Non ho cambiato idea, su Evola e la sua dote di spietrificare la realtà, fluidificarla, farne magma – dalla stessa radice di magia e maestro: mag, che rinvia alla grandezza in senso ontologico, prima che temporale o fisico, da cui anche Maiores – e rimodellarla secondo i canoni della natura rerum. Un teurgo alla maniera degli antichi, Evola? Forse, sebbene in fatto di teurgia bisogna mantenere severe riserve, lì dove si manifesta puntuale lo scarto tra la possenza della teoria e gli sfarfallamenti della pratica, fra sedicenti sciamani alle prese con “il fiore dell’intuire”, pupille o pupilli medianici, magnetizzatori improvvisati e visioni farlocche se non peggio (sfaldamenti evasionistici, avrebbe detto Evola, che pure di queste cose trattò nei suoi scritti esoterici e parlò a voce con pochi intimi e operativi).

Ho da poco riletto, per esempio, gli Oracoli caldaici di Giuliano il Teurgo, ora ripubblicati da Bompiani. È un testo che può rapire la fantasia e incatenarla all’avventatezza, ma è anche denso di sapienti e remoti echi che in età tarda vennero sistematizzati in varie e spesso spurie versioni. L’introduzione dello specialista Angelo Tonelli ha qualcosa di realmente ispirato, e si chiude così: “In realtà, per i teurghi, l’uomo può essere superiore al dio in virtù della propria consapevole sofferenza, che gli consente di riconoscere il limite della propria natura, e di tentare una dilatazione cosmica della sua anima e del suo noùs, attraverso l’identificazione mistica con il noetòn. Animato da questa speranza, può dominare la forza divina che ha dentro di sé… in armonia con le leggi impalpabili del cosmo”. Gran finale: “Divino è il mondo, nella sua radice. Divino è il teurgo, e illuminata la sua carne”.

Che vi dicevo? Terminata la lettura, saltellando su internet mi è capitato di vedere una foto che ritrae un signore attempato e biancheggiante, avvolto da una specie di mantello dorato che sembra una coperta termica di quelle con cui vengono soccorsi i feriti o i migranti intirizziti dopo lo sbarco, dava l’idea di un gianduiotto mezzo scartato e mezzo no. Secondo l’autore dello scatto si tratta di Tonelli che legge alcuni passi degli Oracoli. Non voglio crederci. Però, a vedere quella foto, a leggere la didascalia, mi è venuto in mente il volto glaciale di Evola, quasi a dirmi: teurghi contemporanei a beneficio di telefonini e telecamere… pfui… Allora mi sono anche ricordato di una frase letta da poco in un notevole libro accademico (Giancarlo Rinaldi, “Pagani e cristiani. La storia di un conflitto”, Carocci editore). È un passo epistolare, giudicato apocrifo, attribuito dalla Historia Augusta all’imperatore Adriano e che rende bene la diffidenza d’un Vir romano di fronte ai sedicenti teurghi, la maggior parte dei quali cincischiano con ascendenze egizie: “Quell’Egitto che tu mi lodavi a me ha dato l’impressione di una terra di gente leggera, indecisa e pronta a mutar partito a ogni occasione. Laggiù gli adoratori di Serapide sono cristiani, e quelli che si dicono vescovi di Cristo sono devoti di Serapide. Non c’è capo di sinagoga giudea, samaritano o sacerdote cristiano che non sia anche astrologo, aruspice o praticone. Lo stesso patriarca, testé arrivato in Egitto, per accontentare tutti è costretto ad adorare ora Serapide ora Cristo. Si tratta di gente incostante, insolente e irrequieta, anche se vive in un ambiente ricco e produttivo… l’unico loro dio, però, è il denaro…”.