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“Madama Butterfly” di Giacomo Puccini (Teatro dell’Opera di Roma – Terme di Caracalla – 29.07.2016) – recensione

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(a cura della redazione di AT.com)

Il 29 luglio scorso la Redazione di Azione Tradizionale ha assistito ad una pregevole realizzazione della Madama Butterfly di Giacomo Puccini con il magico sfondo delle Terme di Caracalla, settantanove anni dopo la decisione del Regime Fascista, comunicata dall’allora Governatore di Roma Piero Colonna, di realizzare un teatro all’aperto all’interno del suggestivo complesso archeologico.

L’opera, strutturata in tre atti, ha inizio con il matrimonio tra la giapponese Cio-Cio-San, ex-geisha di umili origini, e il tenente di marina americana Pinkerton, il quale, attraversato il Pacifico per affari, la irretisce e infine la prende in sposa, per poi ripartire per l’America millantando un pronto ritorno in Giappone. Questi, una volta negli Stati Uniti, sposa invece una donna «americana», perseguendo senza scrupoli il proprio progetto iniziale, che non aveva giammai contemplato un futuro insieme alla sposa nipponica.

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Lo spregiudicato marinaio – professione a cui evidentemente Puccini vuole associare per antonomasia le sue promesse vane – con l’aiuto di Sharpless, console degli Stati Uniti a Nagasaki, dove è ambientata l’opera, sa che in Giappone i contratti immobiliari e i matrimoni possono essere rescissi unilateralmente, in quanto fondati innanzi tutto su un solido sentimento etico e su un forte rispetto della parola data, sconosciuti all’americano (Pinkerton: «La comperai [la casa] per novecentonovantanove anni, con facoltà, ogni mese, di rescindere i patti. Sono in questo paese elastici del par, case e contratti». Sharpless: «E l’uomo esperto ne profitta». Pinkerton: «Certo … Dovunque al mondo lo Yankee vagabondo si gode e traffica sprezzando rischi. Affonda l’áncora alla ventura … finché una raffica scompigli nave e ormeggi, alberatura … Vinto si tuffa, la sorte racciuffa. Il suo talento fa in ogni dove. Così mi sposo all’uso giapponese per novecentonovantanove anni. Salvo a prosciogliermi ogni mese … Bevo … al giorno in cui mi sposerò con vere nozze a una vera sposa… americana»).

Dopo tre anni Cio-Cio-San – che ha assunto il nuovo nome occidentale Butterfly – è ancora in attesa del ritorno del suo sposo, insieme al suo bambino, frutto del falso amore di Pinkerton. Ha costruito tutta la sua vita attorno ad un uomo che l’ha ingannata, ma nonostante ciò continua ad attendere fiduciosa il ritorno del marito («già legata è la mia fede»). Vi è di più. La giovane sposa non ha perso solo il suo amato, ma anche la sua famiglia e la possibilità di ricoprire un ruolo dignitoso all’interno della società, in quanto ormai ibrido fuori luogo per il Giappone: ha rinnegato la propria tradizione per abbracciare quella dell’occidentale Pinkerton ed è stata quindi a sua volta rinnegata dai suoi parenti – capeggiati dallo zio Bonzo – per essersi convertita.

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A questo punto della storia, Puccini scrive una delle sue arie più belle, «Un bel dì vedremo», in cui Butterfly immagina il giorno in cui il suo sposo tornerà. Ne intravede ogni momento, quasi si trattasse di attimi reali e tangibili, dove l’illusione è tramutata in realtà grazie alla magia della fede. Ella non solo spera, ma crede fermamente nel ritorno del suo sposo, poiché, nonostante tutto, «con sicura fede», lo aspetta. A tutti gli altri, ai miscredenti che cercano invano di ricondurla alla ‘illusione’ della realtà, lascia la loro misera «paura».

Butterfly dimostra fino alla fine di essere una giovane donna dal cuore puro: il suo Amore è così forte che ella arriverà persino ad acconsentire a far crescere il proprio amato bambino nelle braccia della nuova moglie americana del suo sposo fedifrago. Pinkerton, infatti, torna sì in Giappone, ma accompagnato dalla nuova sposa Kate e con l’unica intenzione di prendere suo figlio, portarlo negli Stati Uniti ed educarlo secondo gli usi occidentali. Butterfly, compresa la realtà delle cose, a malincuore decide di consegnare loro il suo unico figlio e, tramite il rituale suicidio giapponese, si toglie la vita.

madama-butterfly-puccini-donna-usaSarebbe molto semplicistico vedere in Butterfly niente più che una ragazzina ingenua, esageratamente romantica, forse anche un po’ sciocca, tanto che l’autore fu più volte accusato di misoginia propria di una mentalità piccolo borghese dei primi del Novecento. Eppure, a ben guardare, Butterfly sembra piuttosto incarnare i più alti e nobili valori propri della Donna della Tradizione, tipici della civiltà giapponese prima della compiuta occidentalizzazione del Paese del Sol Levante. La dedizione e la fedeltà incondizionata, l’entusiasmo e la fede cieca, fanno di questo personaggio un esempio senza tempo, che smuove i cuori e risveglia le coscienze oggi come allora. Tutto questo viene contrapposto all’infamia e alla falsità dell’approfittatore americano – prototipo dell’occidentale moderno – che sfrutta, quasi con derisione, la lealtà, la fiducia e la fedeltà, virtù tipiche della civiltà giapponese. È quindi al personaggio di Pinkerton che, a nostro avviso, sono rivolti il dissenso e a tratti il disprezzo dell’autore, messi ancor più in risalto dalle tante virtù che quest’ultimo attribuisce parallelamente al personaggio di Butterfly, da quelle estetiche, quali l’elegante bellezza, a quelle interiori, di cui si è detto.

A posteriori, l’opera appare la sinistra metafora della storia cui sarebbe andato incontro il popolo giapponese, ammaliato e con promesse convertito all’occidente, snaturato, sfruttato e infine tradito proprio a Nagasaki, lì dove, circa quaranta anni dopo l’uscita del libretto d’opera di Puccini (1904), sarebbe stato compiuto dagli USA il più abominevole degli stupri conosciuto dall’uomo (1945).