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Escursione Etna 2016 – recensione

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Una fila di nomi. Per ogni nome una croce. Ogni croce sta ad indicare la meta che si vuole raggiungere. Rifugio Galvarina o Etna? Tutti i miei sensi, davanti a quel foglio, mi chiedono, mi pregano, di indicare la più agevole e vicina Galvarina (1800 s.l.m.) anziché il cratere dell’Etna (3300 s.l.m.). La mia “x” si allinea alle altre di altri e tanti sotto la voce Etna. Qualche ora più tardi, quella stessa sera, dal campo udiamo i boati del vulcano e notiamo una colata di lava sul versante ovest.

Finalmente, il giorno seguente, arriva il momento di misurarsi con la scalata dell’Etna. Ormai è un anno che sento racconti ed aneddoti dei ragazzi che ci sono saliti più volte e non vedo l’ora di vedere coi miei occhi le loro emozioni.

Si parte, in un caldo pomeriggio di metà Agosto, alle ore 16, direzione rifugio Galvarina. Le mie convinzioni si trasformano in preoccupazioni. I ragazzi che sono saliti più volte sembrano molto sicuri di sé e sono bene attrezzati, di contro il gruppo calabro, che per una serie di coincidenze, annovera tra le sue fila tre debuttanti della salita tra i quali il sottoscritto, sembra, tra minimalismi ed esagerazioni strumentali, essere uscito direttamente da un film di Fantozzi. Nonostante tutto, partiamo.

La nostra posizione di partenza è situata, all’ingresso del Parco dell’Etna, ad un’ altezza di circa 1100 m.. Fin dai primi minuti si prende confidenza con la salita e si cerca subito di “rompere il fiato”. Seguiamo diversi sentieri, abbastanza agevoli, sui quali la testa del gruppo detta un buon ritmo di camminata. Sulle nostre spalle si fanno sentire i pesanti zaini, che oltre a contenere tutto l’occorrente per la notte che ci aspetta al rifugio, hanno, al loro interno, il rancio che dovrà bastare per tutto il periodo della scalata: due litri di acqua, carote, pomodori, pere, un uovo sodo, un pezzo di formaggio, pane e un biscotto di pasta frolla a testa. Nella società del cibo globalizzato, consumato in quantità demenziali, razionalizzarlo diventa un’altra sfida con se stessi, con la fame biologica e psicologica.

Raggiungiamo, dopo tre soste, il Rifugio Galvarina intorno alle ore 19:30. La piccola baita è occupata per cui ci sistemiamo nel piazzale antistante e ci prepariamo ad affrontare qualche ora di riposo all’aperto prima di proseguire verso il cratere. Il morale dei quasi 30 ragazzi è alto, si mangia qualcosa, si beve un po’ di vino e si ammira il tramonto. Giusto il tempo di entrare nei sacchi a pelo e, la mancanza di luci artificiali, ci svela un cielo nuovo, carico di stelle, lo stesso cielo, però, che la modernità con le sue luci ci sottrae ogni notte. Dal pertugio nel mio sacco vengono fuori solo naso e occhi. Si riposa sotto una pioggia di stelle cadenti.

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Alle ore 3.00, come previsto, suona la sveglia per chi vuole salire sul cratere. Il romanticismo delle ore passate nel sacco a pelo lascia il posto alle scomposte manovre che servono per vestirsi ed evitare il gelo della notte. Si parte. Fin da subito lasciamo il sentiero tracciato, quello agevole e sicuro per i turisti, per addentrarci nella bassa e puntuta vegetazione che caratterizza il monte fino ai 2500 m. circa. La salita è, fin da subito, complicata. Il buio della notte, squarciato dalle nostre torce, mi disorienta. Mi affido totalmente a chi guida il gruppo. Si sale in fila, il passo è costante e la comitiva sale sicura. Essere al centro di quel serpentone mi dà fiducia. Sono grato a chi ho davanti, che mi offre la sua figura da seguire e, allo stesso tempo, mi sento responsabile per coloro che sono dietro di me. La prima sosta è dopo un paio di ore di cammino. Fa molto freddo e mi rendo conto di essere sudato. In molti mi chiedono come stia andando e mi offrono un sorriso rassicurante. Riprendiamo la salita e lo scenario inizia a cambiare: la vegetazione lascia il posto alla pietra lavica ed ai sabbioni nella quale affondano i nostri scarponi, così sfruttiamo, appena ci viene concessa la possibilità, alcune creste di roccia che hanno il compito di bloccare i nostri passi. Inizia a sorgere il sole e la vallata si illumina. Lo scenario è mozzafiato: il vulcano, dal versante ovest, quello che stiamo scalando, proietta il suo cono di ombra che raggiunge molti paesi delle vallate circostanti. La luce ha un effetto rigenerante sul mio morale.

Finalmente raggiungiamo quota 3000 m., ci fermiamo sulle “terrazze” dell’Etna. Sono letteralmente sfinito. So che ancora mancano solo qualche centinaio di metri di dislivello per raggiungere il cratere. La tentazione di mollare è fortissima. Gambe e testa mi dicono di fermarmi, che non vale la pena continuare, per cosa poi… Decido, nonostante tutto, di volere arrivare in cima.

etna-escursione-campoIl versante su cui vogliamo proseguire è occupato da una colata di roccia. Ci accorgiamo che è la lava, ormai solida, che avevamo osservato dal campo la sera prima. Cambiamo itinerario e attacchiamo il cratere qualche centinaio di metro più in là. Siamo nel bel mezzo del “deserto vulcanico”. I nostri passi sprofondano nella sabbia, le creste di roccia che ci aiutavano nella salita sono svanite. Alzo la testa verso la cima e inizio a distinguere nitidamente le bocche dalla quale fuoriescono, in modo costante, i fumi che provengono dalle viscere del vulcano. Oramai ci siamo, non si sale più. Ora giriamo attorno a delle rocce di un’altezza variabile tra i 2 e i 4 metri, dalle quali, a tratti, fuoriesce del fumo. Una curva, un’altra curva e davanti ai nostri occhi, sulla nostra destra, ecco allargarsi il cratere: è enorme, ha una forma circolare, sul suo perimetro si alzano delle rocce che spesso vanno oltre i 20 metri e tutto attorno si levano verso il cielo delle imponenti nuvole di fumo. Mi viene subito in mente un’immagine che avevo visto anni prima su un testo al liceo che ritraeva uno dei gironi dell’Inferno Dantesco. Siamo tutti felici. Ora non avverto la fatica. Mi rendo conto di essere davanti a qualcosa di eccezionale solo dopo avere osservato le reazioni dei siciliani del gruppo: sono estasiati, ripetono continuamente che è pericoloso stare in quel luogo ma non riescono a staccare il loro sguardo da quello spettacolo. Cerco i ragazzi del gruppo calabro, ci siamo tutti. Siamo esattamente tra il cratere e la colata di lava. Da un lato abbiamo la bocca di fuoco in tumulto, dall’altro il nostro sguardo domina la vallata per chilometri fino a raggiungere la linea dell’orizzonte.

Iniziamo a rientrare. Ci lanciamo sui sabbioni che si prestano a discese degne di uno slalom gigante. Sciogliamo muscoli e testa. Ritroviamo la puntuta vegetazione, questa volta, però, vediamo dove mettiamo i piedi. Costeggiamo uno dei versanti del monte “Pacchio” (chiamato così in dialetto siciliano per la sua forma che ricorda una vagina…), il sole è alto e l’aria torna ad una temperatura estiva, ora siamo di nuovo sudati, stanchi ed euforici. Praticamente una sorta di rinascita a pensarci bene. Alla Galvarina, i ragazzi rimasti lì per la notte, ci rifocillano con quello che non hanno consumato: un po’ di acqua, un mezzo biscotto e qualche ortaggio. Non so come ringraziarli. Riprendiamo a camminare facendo a ritroso i sentieri attraversati il giorno prima. Quest’ultimo tratto misura all’incirca undici chilometri. Si avverte molto la stanchezza ma non mancano sorrisi e buon umore. Il gruppo si sfilaccia ma si ritrova subito alle pause per un po’ di riposo. Ci siamo quasi.

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A poche decine di metri dal campo facciamo un’altra sosta per aspettare la coda del gruppo. Si rientra tutti insieme. Abbiamo vinto l’ennesima battaglia di una guerra che si combatte per tutto il corso della vita. Le piaghe provocate dagli scarponi come i dolori del braccio che regge lo scudo, stanchi e spossati come un esercito che rientra da terre nemiche. La nostra guerra, lo sappiamo bene, la combattiamo con noi stessi, contro il nostro Io, tutti i giorni. Raggiungere la vetta è misurarsi, è avere una visione verticale. Una battaglia costante contro quella parte di noi moderna e piccolo- borghese. Non esiste prestazione atletica o misurazione dello sforzo fisico. La scalata è soprattutto strumento di perfezionamento spirituale che ci permette di conoscere i nostri limiti e quelle parti profonde dell’Io che nella vita quotidiana ci rallentano ed ostacolano nel nostro percorso: cercare di restare uomini in piedi in mezzo a queste rovine.