Figli senza storia

bambini
L’essere umano è ormai considerato un agglomerato di cellule che agiscono all’interno di strutture  ben definite, governato da reazioni chimiche più o meno automatiche. La stessa nascita di un figlio non può essere il risultato di un fatto occasionale o di un avventura, ma deve essere una scelta voluta e consapevole, un impegno dinanzi ai propri avi e non semplicemente lo sfogo di piacere dettato dai propri istinti. Nella trasmissione della vita dai genitori ai figli è connaturata l’idea stessa di Tradizione, un’eredità non solo di tipo biologico, fisico o psichico bendi d’ordine spirituale e trascendente.

di Adriano Segatori

(tratto da Il Borghese – Ottobre 2016) – Presi dal furore contabile e dalla paura dell’invecchiamento, i detentori del potere decidono di alzare la testa e si inventano quel patetico progetto chiamato Fertility Day. A parte l’inutile inglesismo, il concetto è aberrante sia nei presupposti dell’iniziativa, sia nell’espressione concettuale e sia nei fondamenti motivazionali. Ma lasciamo perdere gli specifici punti della questione, e arriviamo subito alla base della distorsione, a quel difetto originario, a quella anomalia ontologica che è il materialismo.

Il materialismo è quella dottrina filosofica che riduce l’uomo e le sue espressioni esistenziali a criteri di funzionalità e di procedure. Niente, per il materialismo, è al di fuori «di atomi e di vuoto», per dirla con Democrito, per cui la tripartizione corpo-psiche-spirito si contrae al primo assunto, negando le altre due prospettive. La conseguenza dell’involuzione dello spirito a materia è la meccanizzazione della vita e della natura, la spiegazione esteriore dei fenomeni e la loro altrettanto superficiale soluzione.

Quindi, se tutto è calcolo e quantità, l’incommensurabile e la qualità in che posizione si pongono rispetto alla realtà condivisa?

Di certo al di fuori, al di là e al di sopra della razionalità. La ragione, quella dea assurta ad un ruolo improprio dall’immane disastro che è stato la rivoluzione francese, e che è stata sponsorizzata dall’altra aberrazione che porta il nome di illuminismo (volutamente i termini in minuscolo), non può pretendere di impadronirsi di tutti gli spazi dell’uomo e della natura, perché inadatta e fuorviante a rispondere alle domande fondamentali dell’essere umano. La vita, la morte, il destino, la memoria comunitaria, l’eredità storica ed altre essenziali variabili sono impermeabili a qualsivoglia teorizzazione razionale. Esse affondano nelle radici del singolo, nel suo inconscio individuale e collettivo, nello stesso inconscio etnico, secondo una incisiva e felice definizione di Georges Devereux, antropologo e psicoanalista ungherese. Il mondo terreno, concreto e più o meno comprensibile e partecipato, riflette nel basso e nel piccolo quel mondo immaginale che è costituito dalle idee senza parole, da complessi di esperienza transpersonale, da quel dispositivo complesso e formativo che si chiama simbolo. È proprio il simbolico che è stato espulso dal panorama interpretativo e dalla prassi esecutiva dell’attualità positivista e materialista.

Con la morte commercializzata del nostro tempo, dove la sua fine è delegata ai tanatocrati, ai tecnici dell’ espianto e dell’impianto e ai patetici chiacchieroni sul «fine-vita», così con la vita, demandata all’impresa tecnocratica dei creatori di laboratorio e data in pasto ai vari rivendicatori della genitorialità di omo, di trans e di altri ameni miscugli, la fine del simbolico ha determinato «un profondo smarrimento dell’uomo, un disorientamento dovuto alla perdita religiosa e simbolica della morte e della vita , e alla perdita del contatto con le potenze numinose» che governano l’esistenza del singolo e della natura. È con questo strumento, con il simbolico, che si deve affrontare il problema della natalità, non certo con i patetici volantini spermatozoici di un tanto fatiscente quanto invasivo Ministero della Salute.

I bambini, prima di essere concepiti, sono immaginati in uno spazio e in tempo simbolico in cui, il passato genitoriale, fatto di memorie, di miti, di retaggi individuali si condensa nella coppia e si attiva per dare forma al desiderio della nascita. Questo passato, poi, nell’impegno materno e paterno della quotidianità, nelle rinunce dei reciproci e condivisi personalismi, nel sacrificio fruttuoso dell’egoismo di proprietà e di padronanza sul figlio, si fa fondamento di un destino che sarà lasciato al libero perseguimento dell’erede. È questa la trasmissione, il passaggio del testimone.

È, invece, con la distorta mentalità liberal-borghese che si attivano i programmi sulla natalità. Giovani che devono nascere per essere buttati nel mondo scadente e precario del lavoro, per pagare le pensioni anche per quelli che le hanno arraffate senza impegno, per coprire i buchi statistici dell’invecchiamento e della mortalità. Figli nati ad ogni costo e per chiunque, senza una narrazione personale da raccontare né un futuro da progettare. Figli che vengono programmati in base ai bisogni indotti del singolo componente della coppia, e al massimo come dimostrazione di funzionamento ormonal-genitale.

 Ma i figli sono altro. Sono sangue di un eredità familiare; sono trasmissione simbolica di un nome; sono il pegno offerto al futuro della Nazione. I figli non sono un ragionamento, ma una vocazione trascendente. balilla_adunata

Scrive Claudio Bonvecchio: «Nel “sacro” nome della ragione si contesta dovunque il “diritto del sangue e della famiglia”, cercando, con la violenza e con la convinzione di sostituire ad esso quello del denaro». Perché la famiglia e i figli entrano d’ufficio nell’ordine del simbolico, molto prima di finire nelle sgrinfie del contratto e nelle procedure dell’anagrafe. È l’ideologia destabilizzante derivata dai cascami del ’68 ad introdurre la nozione di «felicità» intesa in senso materiale. Prima, al massimo, si indicava il concetto di serenità, direttamente proporzionale al dovere svolto e al diritto conseguente. Oggi si mira al benessere, un criterio tanto vago quanto frustrante. Un tempo la natura definiva la funzione genitoriale e quella degli eredi di sangue.

Oggi il problema demografico è stato dato in appalto a psicologi, sociologi e tecnici della pubblicità. Gli uomini e le donne facevano figli perché così era dato, e i figli sostenevano da grandi i genitori, perché anche questo era dato. Ora, nella disgregazione molecolare dell’individuo, ognuno privilegia il proprio interesse e, tutti insieme, quello del mercato e della economia.

Parlare, perciò, di demografia come fosse una questione biotecnologica, statistica e di finanza familiare ha soltanto l’obiettivo di portare il discorso al binario morto della chiacchiera. O si inizia un’opera approfondita di rianimazione del senso comunitario e di sacralizzazione del destino (nulla a che vedere con le religiosità della decadenza) o tutto finirà in una sterilizzazione morale e psichica, ben peggiore di quella bassamente materiale. L’edonismo individualista e l’ipertrofia sentimentalista devono essere ridimensionati.

Come sottolinea Éric Zemmour: «La famiglia non era affatto concepita nella notte dei tempi come il luogo privilegiato dell’amore e della felicità privati, ma come un’istituzione matrice che consisteva di fondare un popolo, una società, una nazione». È da questi tre paradigmi che bisogna partire per un progetto demografico: il resto è un nulla demagogico e perdente.