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Ezra Pound | La moda dell’utopia

pound Questo scritto di Ezra Pound, tratto da Oro e lavoro (Tipografia Moderna, Rapallo, 1944), è la miglior dimostrazione che “l’economia dei poeti” è sempre e comunque da preferirsi a qualunque “poesia degli economisti”! Il racconto di Pound ci indica una via, molto meno utopistica e irreale di quanto potrebbe sembrare a prima vista, che non andrebbe sottovalutata da quanti non vogliono opporsi solo a parole alla demonìa dell’economia e alle perversità del mondo moderno.

Il dieci settembre scorso passai lungo la Via Salaria oltre Fara Sabina e dopo un certo tempo entrai nella repubblica dell’Utopia, un paese placido giacente fuori dalla geografia presente. (1) Trovando gli abitanti piuttosto allegri, io domandai la causa della loro serenità e mi fu risposto che essa era dovuta alle loro leggi e al sistema d’istruzione ricevuta fin dai primi anni di scuola.

Dicono (e in questo sono d’accordo con Aristotele e altri saggi dell’antichità, orientali e occidentali) che le nostre conoscenze generali derivano dalle conoscenze particolari, e che il pensiero s’impernia sulle definizioni delle parole.

Per insegnare ai piccoli ad osservare i particolari si fa una specie di giuoco, tenendo nella mano chiusa un numero di piccoli oggetti, come per esempio tre chicchi di orzo, un soldino, un bottoncino azzurro, un grano di caffè, ovvero un chicco d’orzo, tre bottoni diversi ecc. poi si apre la mano un istante, e rinchiudendola subito, si domanda al bambino cosa abbia veduto. Poi per i ragazzi si fanno cose più complicate, e finalmente ognuno sa come vengono fatte le proprie scarpe o il cappello. E mi fu detto che, definendo le parole, questa gente è arrivata a definire la loro terminologia economica, col risultato che diverse iniquità della borsa e della finanza sono scomparse dal paese perché nessuno ci si lascia più abbindolare.

poundE attribuiscono la loro prosperità ad un semplice modo di raccogliere le tasse o, meglio, la loro unica tassa, che cade sulla moneta stessa. Perché su ogni biglietto del valore di cento, sono costretti ad affiggere una marca del valore di uno, il primo giorno d’ogni mese. E il governo, pagando le sue spese con moneta nuova, non ha mai bisogno di imporre imposte, e nessuno può tesorizzare questa moneta perché dopo cento mesi essa non avrebbe alcun valore. E così è risolto il problema della circolazione. E così la moneta, non godendo poteri di durabilità maggiori di quelli posseduti da generi come le patate, le messi e i tessuti, il popolo è arrivato a giudicare i valori della vita in modo più sano. Non adora la moneta come un dio, e non lecca le scarpe dei panciuti della borsa e dei sifilitici del mercato. E, naturalmente, non sono minacciati d’inflazione monetaria, e non sono costretti a fare delle guerre a piacer degli usurai. Di fatto questa professione, o attività criminale, è estinta nel paese dell’Utopia, dove nessuno ha obbligo di lavorare più di cinque ore al giorno, perché molte attività burocratiche sono eliminate dal sistema di vita. Il commercio ha poche restrizioni. Scambiano i loro tessuti di lana e di seta contro arachidi e caffè dalla loro Africa, e i loro bovini sono così numerosi che il problema dei concimi si risolve quasi da sé. Ma hanno una legge molto severa che esclude ogni surrogato da tutta la loro repubblica.

Il popolo s’educa quasi ridendo, e senza professori superflui. Dicono che è impossibile eliminare libri idioti, ma che ne è facile distribuire l’antidoto, e questo fanno con un regolamento molto semplice. Ogni libraio è costretto a tenere in vendita i libri migliori; ed alcuni di valore eccelso, egli deve tenerli esposti in vetrina per qualche mese dell’anno. E così potendo conoscere i libri migliori, poco a poco le porcherie della «Nouvelle Revue Française» e quelle selezionate dal «London Times» sono sparite dalle tavole delle signorine (maschi e femmine) più sciocche.

Stimano la perizia nelle opere agricole come nella mia gioventù io stimai la perizia nel tennis o nel calcio. Di fatto fanno la gara dell’aratro, per saper chi può fare il solco con maggior precisione. Per questo mi sentii troppo vecchio, ricordando un giovane amico, preso anch’egli da questa passione arcaica, che mi scrisse del suo primo jugero: «pareva come se un maiale fosse passato sradicando».

Dopo aver ricevuto la spiegazione tanto semplice della felicità di questo popolo, io m’addormentai sotto le stelle sabine, meditando sugli effetti stupendi di queste modificazioni, in apparenza così piccine, e meravigliandomi della distanza trascorsa fra il mondo del Novecento e quello della serenità.

Sopra il portone del loro Campidoglio si legge:

IL TESORO D’UNA NAZIONE È LA SUA ONESTÀ.

Ezra Pound

 

Note

(1) Avevo scritto: «Utopia, un paese placido giacente ottant’anni a Est di Fara Sabina». Per la chiarezza e semplicità ho così cambiato. Ma per la traduzione inglese ho restaurato la prima metafora.