L'(anti)social business

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(a cura della Comunità Militante Furor)

In questi ultimi anni assistiamo all’intensificarsi costante di arrivi di migranti dai paesi africani e del medio oriente. Inoltre ci siamo trovati innanzi ad alcuni fenomeni naturali, come terremoti e alluvioni, che hanno colpito e colpiscono ampie zone dell’Italia. Voi vi chiederete, cos’hanno in comune immigrazione e terremoti? L’assistenza. Migliaia di persone e organizzazioni che si muovono per portare assistenza. Questo mondo viene identificato con il nome di “non profit”, che si occupa di queste e altre circostanze in cui sono richiesti beni e servizi che lo stato non è più in grado di erogare o che il privato trova sconveniente produrre. Il “non profit” sta a metà strada, si nutre di contributi e della forza, operativa e cognitiva, dei volontari.

La nostra analisi di questo mondo vuole cogliere gli aspetti generali e non nutrirsi di singoli episodi di ruberie o malgoverno che lasciamo volentieri ai sempre agitati Salvini e Boldrini del bel paese. Quello che ci stupisce è che la nuova riforma del terzo settore sia passata sottotraccia. Il dibattito si è fermato ad un livello prettamente accademico e non ha mai fatto capolino tra i commenti dei “giornalisti” italiani. Ah già… i Salvini e i Boldrini.

Proviamo noi a fare un po’ di chiarezza.

Negli ultimi decenni abbiamo assistito all’arretramento dello stato rispetto alle politiche sociali in favore di un welfare mix che avvicinasse al terzo settore sempre più soggetti privati. Quando lo stato fa un passo indietro, però, i pescecani ne fanno due avanti. Così, nel Maggio scorso, il governo ha dato avvio alla riforma del terzo settore.

I nuovi interventi legislativi mirano all’ibridazione delle aziende “no profit” avvicinandole, sempre di più, a modelli e organizzazioni orientati al profitto. Le imprese sociali e le associazioni avranno la facoltà (negata finora dal d.lgs 155/2006) di distribuire utili, nominare nei propri consigli di amministrazione imprese private e amministrazioni pubbliche e, ancora, ricorrere al capitale di rischio attraverso il crowdfunding.

Intendiamoci, la possibilità di fare utili per le aziende “non profit” esisteva già prima della riforma. Le organizzazioni del terzo settore potevano avere degli utili nelle rendicontazioni annuali purché questi fossero reinvestiti nell’ottica di far sopravvivere e sviluppare le stesse. Lo scenario post-riforma apre invece alla divisione degli utili, in favore di coloro che sono pronti (di certo non pochi) ad investire in questo tipo di imprese.

Si passa da un modello dove si ricerca l’allineamento tra economicità (intesa come la ricerca di un equilibrio economico)- sopravvivenza- sviluppo ad uno che pretende coerenza tra profitto- sopravvivenza- sviluppo- lucro.

Questo tipo di approccio rischia seriamente di avviare un processo di “disumanizzazione” del terzo settore che basa la sua esistenza sulla partecipazione volontaria, altruistica e gratuita di milioni di italiani. La potenziale possibilità di generare profitti da distribuire apre la strada ad una diversa gestione delle organizzazioni “non profit”. Da un approccio qualitativo, basato sul lavoro e sulle capacità relazionali della persona (volontario), si passa ad un approccio quantitativo, basato sulla mera produzione di beni o servizi che ha per scopo il lucro.

Con questo breve pensiero intendiamo far notare, ancora una volta, come siano gli interessi economici a guidare la smania riformatrice dei governi che si susseguono. La legge non è altro che un misto di diritto e interessi utilitaristici e politici. La giustizia non c’entra nulla.