Le tre torri: Usa, Cina e Russia

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In attesa di vederlo domani a Roma, pubblichiamo per i nostri lettori una lucida analisi di Andrea Marcigliano sulla situazione politica internazionale.

di Andrea Marcigliano

(www.nododigordio.org) – Ormai è il gioco delle Tre Torri. Negli ultimi venticinque anni la scena geopolitica ha conosciuto metamorfosi vorticose: infatti, dopo il grande gelo della Cold War – che aveva reso per mezzo secolo, il quadro internazionale statico, paralizzato su un bipolarismo fra i due Giganti – dalla caduta del Muro di Berlino in poi abbiamo assistito a mutamenti dalla rapidità, e fluidità, mercuriale. Dopo una breve stagione caratterizzata dall’egemonia statunitense – o dall’illusione di questa – con “Washington gendarme del mondo” secondo la definizione del Segretario di Stato Albright, gli attentati di New York e del Pentagono ci hanno precipitato in una più lunga epoca che Paul Wolfowitz definì come quella delle “Alleanze a geometrie variabili”. Con lo scenario geopolitico in continua trasformazione, i nemici di ieri che, improvvisamente divenivano alleati (e viceversa) e, soprattutto, un continuo moltiplicarsi degli Attori geopolitici, prevalentemente nei singoli quadranti regionali.

Oggi, però, dopo il palese fallimento della politica estera dell’Amministrazione Obama – che, cercando di delegare agli alleati gli oneri ha finito con il rendere tutta la scena internazionale più magmatica e confusa di quanto lo fosse negli otto anni di George W. Bush – ci troviamo agli albori di una nuova stagione. Una stagione che vede sì il perdurare del gioco delle alleanze a geometrie variabili – come dimostra l’intricata questione siriana – ma che al contempo si sta caratterizzando per una nuova forma di tripolarismo.

In buona sostanza, un gioco a tre: Usa, Russia e Cina. I tre, unici, players globali. Le uniche potenze non solo intenzionate, ma anche in grado di giocare una partita a 360° su tutta la carta geopolitica mondiale. E pertanto capaci di divenire poli di attrazione per tutti gli altri attori, dalle potenze regionali ai paesi minori, sino alle nuove coalizioni locali che si stanno affacciando sulla scena.

Capacità di attrazione che, però, non si traduce automaticamente, anzi ben difficilmente potrà tradursi nel costituirsi di tre Blocchi internazionali compatti e coesi. Al contrario, tende a rendere ancora più dinamico ed insicuro il gioco delle alleanze. Con gli attori di secondo piano che, di volta in volta, di scena in scena, finiscono per essere attratti dall’uno o dall’altro dei Tre Colossi, inseguendo particolari e momentanei interessi. Quello che sta avvenendo proprio in questi mesi con la Turchia ne è l’evidente riprova.

Ankara tra Mosca e Washington

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Erdogan a colloquio con Barack Obama

Infatti Ankara appartiene tradizionalmente al blocco degli alleati di Washington. Uno dei pilastri fondamentali, per la sua posizione strategica e per la sua forza militare, di quella che Donald Rumsfeld definì la “Vecchia Nato”. Che, però, è appunto ormai vecchia. E così abbiamo assistito ad un complesso giro di valzer, innescato dalla Guerra Civile in Siria, che ha portato la Turchia a stringere sempre più in rapporti con la Russia, ed Erdogan a farsi promotore con Putin di un Vertice internazionale ad Astana in Kazakhstan per risolvere il conflitto.

Scenario impensabile appena un anno fa, quando Ankara si trovava schierata dalla parte delle forze ribelli che in Siria combattevano contro Assad, sostenuto con forza, aiuti ed impegno della flotta e dell’aviazione, da Mosca. Una tensione che aveva raggiunto il livello critico nell’Autunno del 2015, quando un bombardiere russo, che andava a colpire le posizioni dei ribelli dell’Esercito Siriano Libero, era stato abbattuto da un F-16 di Ankara. Provocando una crisi nei rapporti bilaterali senza precedenti, e portando i due paesi quasi sull’orlo dello scontro diretto.

Musica (probabilmente) per le orecchie dell’Amministrazione Obama, che vedeva allontanarsi lo spettro di una Turchia che giocasse il suo ruolo internazionale svincolata dalle tradizionali alleanze. Come aveva, in buona sostanza, teorizzato l’allora premier turco Davutoglu. Poi, però, sono intervenuti altri fattori determinanti.

Due in particolare: la guerra contro lo Stato Islamico e la Questione Curda. Due problemi strettamente intrecciati fra loro, e che lasciavano intravvedere sullo sfondo quello che, comunque, rappresenta il nodo fondamentale di tutto il problema siriano: il ridisegno degli equilibri di tutto il Medio Oriente. In buona sostanza la revisione dei confini stabiliti, a suo tempo, dagli accordi Sykes-Picot. E così, nel volgere di un solo anno, la situazione si è completamente ribaltata. Anche perché Vladimir Putin ha saputo abilmente sfruttare la crisi nei rapporti fra Ankara e Washington innescata sia dall’appoggio statunitense ai curdi siriani dell’YPG – strettamente legati ai loro confratelli del PKK, il gruppo separatista che sta insanguinando la Turchia con decine di attentati terroristici – sia, soprattutto, dall’ambiguità dimostrata da Obama di fronte al tentato golpe che, a metà luglio scorso, tentò di rovesciare il governo di Erdogan.usa-kurdistan-curdi-medio-oriente-siria

Ambiguità che ha reso sospettosi i turchi, anche perché il “padre nobile” del tentato colpo di Stato, il leader politico religioso Fetullah Gülen, risiede da anni negli USA e sono ben note le sue (ottime) relazioni con ambienti di Langley. E il nuovo Zar di Mosca non solo non ha esitato a condannare sin dal primo momento il tentativo di golpe – senza attendere il divenire degli avvenimenti, come invece hanno per lo più fatto le principali Cancellerie europee, ma sembra abbia addirittura fatto avvisare dalla sua intelligence Erdogan della minaccia incombente, di fatto salvandogli la vita.

Per farla breve, Mosca ed Ankara hanno trovato un accordo sulla Siria – impensabile ed insperabile sino a pochi mesi fa – e insieme si sono fatte promotrici del vertice di Astana. Il primo, serio, tentativo di giungere ad una soluzione negoziata del conflitto, e, di conseguenza, ad un ridisegno degli equilibri medio-orientali tale da soddisfare le esigenze non solo delle due potenze promotrici, ma anche di altri importanti attori coinvolti nella crisi regionale. In particolare l’Iran.