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Nel nome della plebaglia

plebaglia

Nel mondo esistono esseri volgari ed esseri nobili, ed è normale che questi ultimi sentano una forte ripugnanza per il pantano democratico che si è venuto a creare, per il trionfo della plebaglia ovvero di coloro che incapaci di vivere la vita come ascesi, si appiatiscono sull’orizzonte della mediocrità e finiscono con lo sprofondare nel nulla.

di Franco Jappelli

(Il borghese – Marzo 2017) secondo Goffiedo Mameli, – fulgido eroe, ma pessimo poeta — noi italiani “Siamo da secoli calpesti e derisi /perchè non siam popolo/ perchè siam divisi». E dopo più di un secolo e mezzo dall’unità nazionale, per la verità, la situazione non è cambiata molto. Siamo sempre «calpesti e derisi» e i «crucchi” da queste parti fanno – grazie ai Quisling nostrani -il bello e il cattivo tempo.

Continuiamo a non essere popolo, nel senso più completo e nobile del termine, e continuiamo, manco a dirlo ad essere divisi. L’unica differenza è che la divisione, questa volta, non è dovuta alla frammentazione territoriale della penisola in tanti Stati, ma alla profonda spaccatura antropologica che separa in maniera drammatica gli abitanti del Bel Paese. Esiste infatti indubbiamente un popolo italiano», ma esso è purtroppo minoritario rispetto alla «plebe italiana». E popolo e plebe, in questo caso, non sono affatto sinonimi.

Stando al vocabolario della lingua italiana Devoto-Oli, per popolo s’intende «una collettivita etnicamente omogenea che realizza o presuppone anche unità ed autonomia di ordine civile e politico; di contro, per plebe abbiamo la seguente definizione: è la parte peggiore del popolo, la più arretrata ed abbrutiato; quest’ultima definizione discende dall’uso che se ne faceva nell’antica Roma che indicava con siffatto appellativo o quella parte del popolo che, nei priori secoli della Repubblica, non godeva dei diritti dei cittadini che invece erano riservati ai patrizi». Quindi a livello di mera definizione si comprende appieno la differenza sostanziale tra queste due caratteristiche: il popolo incarna una collettivita che ha un fine sociale da portare avanti e si organizza per realizzarlo, mentre la plebe è la parte «di scarto» di tale collettivita, quella parte che vive una esistenza materialistica votata unicamente al soddisfacimento dei sensi.

Il popolo, nell’Italia contemporanea, è l‘italiano medio che tira la carretta tra mille difficolta, i giovani ricercatori costretti a scegliere tra precariato sottopagato e fuga all’estero, gli operai che si ostinano a fare bene il loro lavoro, gli imprenditori che pagano gli stipendi attingendo ai loro conti personali pur di non chiudere bottega, i pensionati ridotti alla fame che non chiedono l’elemosina per conservare la cosa più preziosa che è rimasta loro: la dignita. E tutti coloro, infine, che si ostinano a credere – contro ogni logica – che questo Paese sbrindellato e sull’orlo del fallimento possa ancora essere chiamato Patria.

E la plebe? La plebe, sia pure con sfumature diverse, è composta da tutti gli altri. Dalle allegre famigliole che, morsicate dalla tarantola dell’acquisto compulsivo, affollano il sabato e la domenica i centri commerciali scambiando una turlupinatura per un momento ludico; dai giovani tifosi che gremiscono gli stadi pronti a prenderle e a darle per difendere la squadra del cuore; dagli adolescenti che si fanno il tatuaggio tribale a fil di chiappa; dai tossici rincoglioniti che popolano le periferie degradate e dai giovani bradipi oblomoviani che sorseggiano birra seduti sul rituale muretto.

Poi c ‘è il gruppo più numeroso: quello dei nichilisti inconsapevoli che si lasciano vivere senza uno scopo che non sia quello del consumo. Neanche loro sanno cosa vogliono, perchè lo desiderano tutto e subito. Sono quelli che accettano di incolonnarsi in file chilometriche per acquistare a rate l’ultimo modello di iphone venduto in falsa promozione e che affrontano ogni sacrificio pur di esibire uno stile all’ultima moda. Sono gli aficionados dei programmi della tv spazzatura che vivono in un universo fittizio popolato di personaggi taroccati e fasulli che vengono tuttavia presi a modello dalle menti pia deboli. E la plebe, ovviamente, è idiota per definizione.

La regina incontrastata di questo tipo di televisione è Maria De Filippi. La signora Costanzo, in materia, a un’autorita indiscussa. Con Amici fa credere agli adolescenti che nella vita tutti possono vivere cantando e ballando, anche gli stonati e gli sciancati. Con Uomini e donne illude le anime romantiche che ognuno a diritto a vivere una grande storia d’ amore. E con C’e posta per te, infine, riesce a far piangere  mezza Italia riuscendo a far riappacificare coppie disgregate e a far ritrovare ai figli padri che le avevano abbandonati per fuggire con una ballerina cubana. Visto lo sguardo ebete della prole non è comunque da escludere che i genitori non avessero poi tutti i torti. Anche Barbara D’Urso, conduttrice delle trasmissioni pomeridiane di Canale 5 ha la lacrima facile. La sua specializzazione e il gossip. Ama mostrare in tv le attrici di seconda e terza fila che hanno appena partorito e si appassiona alle liti tra i personaggi dello spettacolo e i loro familiari.

Eventi, questi, che una persona di normale intelligenza ritiene del tutto ininfluenti sui destini del mondo. Ma la plebe, giova ripeterlo, non brilla certo per intelligenza. Del resto, a definire molto «limitati» – per usare un eufemismo – gli spettatori di queste trasmissioni a stato proprio colui che ha creato la televisione commerciale in Italia: sua emittenza Silvio Berlusconi. «Uno studio corrente», rivela che anni fa l’ ex cavaliere, «dice che la media del pubblico italiano rappresenta l’evoluzione mentale di un ragazzo che fa la seconda media e che non sta nemmeno seduto nei priori banchi».

 Aveva dunque visto giusto, gia nei lontani anni Cinquanta, il celebre giurista americano Lee Loevinger quando sosteneva che «La televisione e la letteratura degli illetterati, la cultura del plebeo, il benessere del povero, il privilegio del diseredato, il club esclusivo delle masse escluse». La plebe, affermava Giovenale, vuole esclusivamente vanem et circenses», ovvero cibo e divertimenti gratis. E da quei lontani tempi nulla sembra essere mutato. Il pane, bene o male, oggi come oggi, si rimedia e ai circenses ci pensa la tv. Per i sostenitori del pensiero unico neoliberista e mondialista una situazione ideale. Una massa informe di individui, scollegati tra loro, e privi di ogni sentire comunitario e identitario, semplici monadi dedite al consumo, a infatti quanto di meglio essi possano desiderare. Il problema a che questo stato di cose a quanto di più innaturale possa esistere al mondo.

Gia Aristotele aveva sentenziato, nella Politica che i diritti dello Stato vengono prima di quelli dell’individuo e che la natura dell’uomo, da lui definito «animale politico» era quella di vivere in una comunità. Una tesi, questa, che oggi viene avversata dai fautori della «societa aperta» teorizzata da Karl Popper e da quelli della «societa liquida» ipotizzata da Zygmunt Bauman. A questo pensiero ultraliberista si stanno oggi opponendo i populismi. E qualcosa, fortunatamente, sta cambiando anche sul fronte della battaglia culturale. Trovano, infatti, sempre più credito le teorie di Aleksandr Dugin, ascoltato consigliere di Putin, che propone di superare il dissidio tra destra e sinistra hegelliane unendole nella lotta alla società aperta e riscoprendo il ruolo centrale dello Stato. In Italia, poi, stanno trovando sempre più credito le tesi «comunitariste» di filosofi di origine marxista come Costanzo Preve e Diego Fusaro oggi convertiti al populismo.

Ma sara sufficiente questo benefico fiorire di «eresie» contrarie al pensiero unico a cambiare le cose?