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Bushidô

Bushidô – Inazo Nitobe, 2005, pgg. 201

bushido-inazo-nitobe-samurai-giapponeCon questo libro bisogna fare i conti. Scritto in piena epoca Meiji, in quel 1899 che appartiene ormai non più al secolo passato ma addirittura, paradossalmente, a due secoli fa. Un periodo di tormenti e di cambiamenti per il Giappone, un periodo in cui di colpo la nazione si trovava a dover recuperare nel minor tempo possibile un ritardo durato secoli, e in cui altrettanto di colpo la civiltà occidentale tentava di comprendere in pochi anni il senso di quando maturato in Giappone nel corso di millenni di isolamento.

E’ significativo che quest’opera sia apparsa in inglese, ad opera di uno studioso giapponese che aveva scelto di cavalcare senza compromessi l’onda del cambiamento senza per questo rinnegare il suo passato, quello della sua gente e quello della sua nazione, studiando in America e nelle migliori università tedesche. E’ anche a dire il vero innegabile che gli 100 anni passati dall’uscita di questa opera fondamentale, apparsa per la prima volta in Italia nel 1917 abbiano lasciato qualche segno.

Non poteva essere certamente Bushidô con le sue scarne 130 pagine una enciclopedia o un’opera esaustiva sopra la cultura – marziale e non – del Giappone classico ma occorre considerare l’epoca in cui è andato alle stampe per comprendere le ragioni dello straordinario impatto che ha avuto e dell’enorme contributo che ha dato alla diffusione nel mondo occidentale delle ragioni del vivere giapponese, come chiaramente lascia presagire il titolo quanto mai impegnativo del primo capitolo: Il Bushido come sistema etico. Giustamente questa edizione, preceduta da una lunga introduzione ad opera di Rinaldo Massi, accompagna il testo di Nitobe con una nutrita serie di appendici, che chiariscono ed integrano quanto detto nel testo e costituiscono altrettanti inviti all’approfondimento. Citiamo tra le altre le appendici dedicate al lungo e cavalleresco rapporto conflittuale tra gli eroi Takeda Shingen e Uesugi Kenshin, richiamato anche da Akira Kurosawa nel suo monumentale Kagemusha, in cui peró concede un omaggio allo spettacolo attribuendo ad Oda Nobunaga il compianto per la morte del suo “miglior nemico”.

giappone-guerriero-eroismo-bushi-tradizioneUn episodio che per Nitobe richiama alla mente, e non ci meravigli, la grandezza morale dell’antica Roma, il dolore di Ottaviano e Marco Antonio all’apprendere la morte di Bruto. E poi alcune corrispondenze dal Giappone dal grande inviato speciale Renato Simoni, risalenti al 1912 ed in particolare la toccante testimonianza del suicidio rituale del samurai Nogi, che porta Simoni alla rilessione che segue: Il bushi non ha da aver solo coraggio. E’capace di coraggio anche l’ultimo villano dalle mani callose. Il coraggio del bushi ha quasi da essere meditativo”…”deve essere cosciente, sobrio, proporzionato al rischio, opportuno e modesto”. Ed infine il Rescritto Imperiale per le Forze Armate del 1882 con cui l’imperatore Meiji gettava le basi dell’orgoglioso tentativo nipponico di risollevare la testa di fronte all’invasione, militare e culturale, dall’occidente ed i Consigli ai soldati sul fronte di battaglia emanati poco prima della seconda guerra mondiale, sorprendenti per la loro moderazione quanto, col senno di poi, per il loro scarso impatto sulle forze d’occupazione. (…)

Come di consueto il sapore di questo testo fondamentale, che non deve mancare nella biblioteca di ogni serio praticante di arti marziali e di ogni cultore della tradizione giapponese, verrà dato non attraverso commenti piú o meno centrati, ma con la citazione di alcuni passi che hanno lasciato il segno, per un verso o per l’altro, nel recensore. Mommsen, ponendo a confronto Elleni e Romani, afferma che i primi, quando adoravano il divino, levavano gli occhi al cielo perché la loro preghiera era contemplazione, laddove i secondi si velavano invece il capo, essendo il loro pregare una riflessione. (…)

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