Chi sono (davvero) gli elmetti bianchi?

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Ogni volta che i mezzi di comunicazione di massa ricordano all’opinione pubblica (nutrendoli delle loro menzogne) che in Siria, da 6 anni, c’è una guerra. E tra i falsi miti dati in pasto al popolino, quello degli ‘Elmetti Bianchi’, la solita ong legata a doppio filo a Usa&Uk. Ma chi sono davvero gli Elmetti Bianchi? Per scoprirlo, vi proponiamo un articolo di qualche mese fa e ‘Gli Occhi della Guerra’.

(www.occhidellaguerra.it) – In questi mesi si fa un gran parlare degli elmetti bianchi. Sono stati loro, lo scorso agosto, a salvare il piccolo Omran Daqneesh dalle macerie di Aleppo. Un’azione senza dubbio nobile che ha giustamente fatto il giro del mondo. Anche perché gli elmetti bianchi si trovano ogni giorno in prima linea per cercare di salvare vite mettendo a repentaglio la propria. Questo è il loro compito. Un compito rischioso e nobile per il quale sono stati candidati al Nobel per la pace. Fin qui tanto di cappello, quindi.

Ma, approfondendo un po’ di più la storia degli elmetti bianchi e del loro fondatore, si scopre ben altro. L’ideatore di questa Ong è infatti James Le Mesurier, ex ufficiale dell’esercito inglese, consulente del ministero degli Esteri e del Commonwealth. Ha iniziato a lavorare in Siria nel 2011, proprio in concomitanza con le primavere arabe, come ha raccontato lo scorso 5 ottobre a Il Foglio: “Ho lavorato in zone di conflitto in tutto il Medio Oriente, e l’approccio standard dei governi che vogliono stabilizzare degli Stati falliti o fragili di solito segue due linee guida; la democratizzazione e il buon governo e il rafforzamento del settore della sicurezza. (…)  Ho speso tutta la mia carriera a lavorare sull’una o sull’altra”. Le vicende di Le Mesurier ricordano quelle di un altro ufficiale, questa volta americano, Robert L. Helvey. Anche lui attivo in aree di crisi, “specialista nell’azione clandestina”, ha dedicato parte della sua vita a “democraticizzare” Stati e a “renderli più sicuri”. Helvey, infatti, “compare più volte in giro per il mondo, in luoghi dove si preparano rivolte e rivoluzioni, dalla Birmania alla Cina, dalla Serbia alla Thailandia” (Alfredo Macchi, Rivoluzioni S.p.a, p. 47). Entrambi ex ufficiali ed entrambi sostenuti dall’America per operare in aree di crisi.

Finanziati dagli Usa (ma con riserva)

A partire dal 2013, l’Usaid (United States Agency for International Development) ha finanziato gli elmetti bianchi con aiuti pari a 23 milioni di dollari. Il braccio destro del responsabile siriano dei “white helmets” è Zouheir Albounni, un impiegato dell’Usaid, come scrive Business Insider. L’organizzazione è sostenuta anche da Regno Unito, Giappone, Danimarca e Germania. Ma come è possibile che gli elmetti bianchi possano essere super partes se vengono foraggiati da governi attivi – chi in un modo e chi nell’altro – nel conflitto siriano? È semplicemente impossibile. Gli elmetti bianchi, inoltre, agiscono solamente nelle zone controllate dai ribelli ed è per questo scorretto chiamarli “protezione civile siriana”. Ma non solo. Nella sezione “Broken promises” del loro sito, i “white helmets” ricordano che l’Onu ha giurato più volte di intervenire in Siria contro Assad, senza però mantenere mai la promessa. Promessa che deve essere rispettata “usando la forza per proteggere i civili”. Facendo guerra al governo siriano, insomma.

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Ciò che colpisce, nella storia degli elmetti bianchi, è il ruolo ambiguo degli Stati Uniti, loro grandi finanziatori. Lo scorso aprile gli Usa hanno vietato l’ingresso a Raed Saleh, responsabile dei “white helmets” in Siria. Non appena Saleh è arrivato all’aeroporto di Washington, le autorità americane gli hanno comunicato che il “suo visto era stato annullato”. Il motivo?Sconosciuto. Pochi giorni dopo, il portavoce della Casa Bianca, Mark Toner, è stato incalzato dai giornalisti: “Comandate questi gruppi, continuerete a supportarli, eppure avete revocato il visto al loro leader. Non ha alcun senso”, ha detto un giornalista. Il portavoce non è riuscito a dare una risposta convincente. Ha balbettato: “Non possiamo parlare di ogni singolo caso di visto”. E poi, cambiando totalmente registro, dopo aver elogiato gli elmetti bianchi, ha detto: “Abbiamo dato loro 23 milioni di dollari”.

La risposta di John Kirby, del Dipartimento di Stato, è stata invece più sibillina: “Il sistema del governo Usa prevede il continuo vaglio ed implica che i registri dei viaggiatori vengano controllati ogni volta sulla base delle informazioni disponibili. Anche se non possiamo confermare eventuali azioni specifiche in questo caso, abbiamo la capacità, non appena arrivano nuove informazioni, di coordinarci immediatamente con i nostri partner”. Una domanda sorge quindi spontanea: quali sono le informazioni che hanno portato alla cancellazione del visto a Saleh?

Come nasce un brand

Come abbiamo già scritto altrove, il governo di Sua Maestà è attivo nel curare la propaganda dei ribelli siriani. L’immagine degli elmetti bianchi è invece strettamente legata ad una società inglese di nome “Purpose”, il cui motto è “We create brands”. Tim Dixon, responsabile europeo di “Purpose”, è infatti il cofondatore di “The Syria campaign“, volano mediatico degli elmetti bianchi. Tra i fondatori di “The Syria campaign” ci sono la Fondazione Rockefeller e la Fondazione Asfari. Come è noto, Ayman Asfari ha più volte detto che Assad se ne deve andare dalla Siria. Come è possibile avere donatori simili quando, in bella mostra del sito “The Syria campaign”, campeggia la scritta “siamo fieramente indipendenti e non accettiamo fondi da governi o da parti coinvolte nel conflitto siriano”?

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Ma non c’è solamente “The Syria Campaign”. Esiste anche un altro sito, legato a doppio filo a “Purpose”, che si occupa degli elmetti bianchi: “Avaaz”. Uno dei suoi cofondatori è infatti Jeremy Heimans, cofondatore anche di “Purpose”. Secondo il Guardian, Avaaz è il  network di attivisti più influente al mondo. Tra i suoi fondatori c’è anche  Eli Parisier, “Advisory Board Member” di Open Society, fondazione di George Soros. Ma non solo: con “Avaaz” ha collaborato anche Pedro Abramovay, direttore generale per l’America Latina di Open Society. In passato, Avaaz è stata considerata un’emanazione diretta di Soros. Falso o vero che sia, quel che è certo è che ci sono forti legami tra le due iniziative.

Armati?

Come ricorda Le Mesurier, all’inizio delle attività in Siria, “distribuivamo un sacco di equipaggiamento… e mi ricordo che loro ci ringraziavano per i computer portatili e per gli strumenti di comunicazione che li aiutavano a connettersi a internet”. Già, perché gli elmetti bianchi hanno solamente compiti difensivi e mai offensivi. Eppure basta cercare “white helmets” su YouTube per rendersi conto che, troppo spesso, i soccorritori impugnano armi e si trovano in compagnia di gruppi radicali, come per esempio Al Nusra.

Non solo. Sul web è disponibile anche un filmato in cui si vede l’esecuzione di un uomo siriano da parte di un gruppo ribelle molto probabilmente legato ad Al Qaida. Sembra un filmato dell’Isis, anche se realizzato con tecniche di bassissima qualità. Il boia proclama la condanna poi spara alla vittima. Pochi secondi dopo arrivano gli elmetti bianchi per raccogliere il corpo del defunto. E vanno via così, come se niente fosse.

Ossannati dai media

Tutti i media, in parte anche giustamente, non fanno che parlar bene degli elmetti bianchi.Il Guardian, per esempio, ha lanciato una campagna per sostenere la loro volata al Nobel; il Foglio dello scorso 5 ottobre ha invece dedicato una pagina intera al fondatore dei “white helmets” mentre il Time ha riservato loro una copertina. Netflix si è spinto più in là, realizzando  una serie tv.

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La didascalia sotto il titolo è epica: “Mentre raid aerei bersagliano quotidianamente obiettivi civili in Siria, un gruppo di indomabili soccorritori rischia la vita per salvare le vittime dalle macerie”. L’immagine scelta da Netflix è hollywoodiana. Un elmetto bianco guarda verso il cielo dove vola un elicottero. Attorno a lui solo macerie e colonne di fumo. Come non commuoversi?

Il peso mediatico degli elmetti bianchi è elevatissimo. A marzo 2015, per esempio, il Washington Post ha pubblicato un appello scritto dal leader siriano dei white helmets in cui si chiedeva la fine dei bombardamenti con le micidiali barrel bombs. Come? Imponendo una no-fly zone. Esattamente quello che chiedono da anni gli Stati Uniti e i loro alleati. Una via che, se venisse seguita, aiuterebbe solamente i ribelli.

La cosa che colpisce di più delle vicende degli elmetti bianchi è la totale sintonia con coloro che – politici, governi o fondazioni – hanno fatto il possibile per destabilizzare e smembrare la Siria. Ma è davvero questo ciò di cui il popolo siriano ha bisogno?