Razzismo (di stato): quando gli immigrati si devono omologare ai costumi ‘occidentali’

Kirpan-coltello-sikh
Parlare di difesa etnica non va bene, di “grande sostituzione” nemmeno. Figurarsi se si può arrivare a dire che gli uomini sono, naturalmente, creati diversi (e sta in questo il loro valore… ma tant’è…). Però, se è un tribunale a dirlo, allora, si può essere “razzisti”: ma solo in nome dell’adeguamento ai valori occidentali.
Infatti, la Cassazione si è recentemente pronunciata contro un indiano sikh reo di portare con sé il suo coltello tradizionale (Kirpan), elemento religioso e simbolico (non offensivo). Nessuno sconto: l’immigrato deve adeguarsi ai valori locali.
Ma la Cassazione nulla dice su cosa siano questi “valori”. Essi appaiono come delle scatole vuote dove, ogni giorno, potrà finire qualunque cosa, smentendo rapidamente le convenzioni del giorno prima. Molto presto nel concetto occidentale di “valori” potrebbero finire pedofilia, eutanasia, cannibalismo ecc e chi avrà la forza di resistere alla suprema decisione di un tribunale di ultima istanza? Non c’è assoluto, non c’è Verità nella parola “valori” per come è intesa oggi in Occidente ed in Italia. Dunque, fra il trionfo di uno stato che impone con la legge l’adeguamento a dei non-valori e l’immigrato che indossa i propri simboli religiosi per riallacciarsi ad una visione spirituale della vita, non abbiamo dubbi: per una volta, stiamo con l’immigrato.

(www.repubblica.it) 16/05/2017 – Cassazione: “Migranti devono conformarsi a nostri valori”.

Condannato un indiano Sikh che voleva circolare con un coltello ‘sacro’ secondo i precetti della sua religione: “Non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori porti alla violazione di quelli della società ospitante”. Cei: “Decisione equilibrata, ma politica non strumentalizzi”

Gli immigrati che hanno scelto di vivere nel mondo occidentale hanno ‘l’obbligo’ di conformarsi ai valori della società nella quale hanno deciso ‘di stabilirsi’, ben sapendo che ‘sono diversi’ dai loro. A stabilirlo è la Cassazione, che ha condannando un indiano Sikh che voleva circolare con un coltello ‘sacro’ secondo i precetti della sua religione. “Non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori, seppure leciti secondo le leggi vigenti nel paese di provenienza, porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante”.

Nessuna deroga a sicurezza. Secondo la Cassazione, “in una società multietnica la convivenza tra soggetti di etnia diversa richiede necessariamente l’identificazione di un nucleo comune in cui immigrati e società di accoglienza si debbono riconoscere. Se l’integrazione non impone l’abbandono della cultura di origine, in consonanza con la previsione dell’art. 2 della Costituzione che valorizza il pluralismo sociale, il limite invalicabile è costituito dal rispetto dei diritti umani e della civiltà giuridica della società ospitante”.

Il caso. I supremi giudici hanno respinto il ricorso di un indiano sikh condannato a duemila euro di ammenda dal Tribunale di Mantova, nel 2015, perché il 6 marzo del 2013 era stato sorpreso a Goito (Mn), dove c’è una grande comunità sikh, mentre usciva di casa armato di un coltello lungo quasi venti centimetri. L’indiano aveva sostenuto che il coltello (kirpan), come il turbante “era un simbolo della religione e il porto costituiva adempimento del dovere religioso”. Per questo aveva chiesto alla Cassazione di non essere multato e la sua richiesta era stata condivisa dalla Procura della Suprema Corte che, evidentemente ritenendo tale comportamento giustificato dalla diversità culturale, aveva chiesto l’annullamento senza rinvio della sentenza di condanna.

Ad avviso della Prima sezione penale della Suprema Corte, invece, “è essenziale l’obbligo per l’immigrato di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale, in cui ha
liberamente scelto di inserirsi, e di verificare preventivamente la compatibilità dei propri comportamenti con i principi che la regolano e quindi della liceità di essi in relazione all’ordinamento giuridico che la disciplina”.

Il verdetto aggiunge che “la decisione di stabilirsi in una società in cui è noto, e si ha la consapevolezza, che i valori di riferimento sono diversi da quella di provenienza, ne impone il rispetto”.