Articoli, In memoriam

Ricordando Rutilio Sermonti

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dal profilo Facebook di Mario Consoli

Rifugio Amandola, 14 Giugno 2017

Siamo di fronte a una giovane quercia che l’anno scorso è stata messa a dimora qui in ricordo di Rutilio Sermonti.
È bello dopo un anno ritrovarsi qui a ricordare Rutilio, assieme a tanti amici e camerati, assieme al figlio e alla nipote, che porta in grembo la pronipote. È una circostanza carica di significati, che si proiettano verso il futuro.
La quercia è ancora piccola. Ma ha superato l’inverno, ha attecchito e crescerà. Le quercie possono vivere anche migliaia di anni. Sono gli alberi più longevi.
Questa è figlia della grande quercia che si trova a Nettuno, al Campo della Memoria.
È un legame pieno di importanza, un filo di valori che ci lega tutti, profondamente, e suscita in noi sentimenti intensi e commoventi.
Giuseppe Sermonti, il fratello di Rutilio, nel libro «Fior da Fiore» ha scritto:
«La quercia (quercus robur) è l’albero degli alberi, la sede di Zeus, il supporto del cielo e il veritiero asse del mondo.
Il nome latino robur ha la stessa radice di robustus, ma non la quercia è robusta, bensì la robustezza è querciosa.
Con le sue branche nodose brune e massicce la quercia ci affronta come gigante selvaggio e ci incute rispetto e reverenza».
È proprio con rispetto e reverenza, e tanto affetto, che ancora oggi, qui, vogliamo ricordare quel gigante selvaggio che, come la quercia, fu Rutilio Sermonti.
Tra le tante menzogne che sono state diffuse negli ultimi decenni – ma ancora, nei secoli che ci hanno preceduto – regna sovrana quella dell’egualitarismo. Quella che Rutilio chiamava «il dogma dell’uguaglianza».
Gli uomini non sono tutti uguali.
Ci sono i buoni e i cattivi. I coraggiosi e i pavidi. Gli intelligenti e gli sciocchi. Gli onesti e i corrotti. I coerenti e gli opportunisti.
Ci sono poi i facitori di storia, quelli che sanno guidare i popoli, che promulgano le leggi destinate a durare, che edificano città, bonificano le terre, infondono un destino alle nazioni.
Quando questi uomini non ci sono, come oggi, se ne sente molto la mancanza e si vive un’epoca grigia e un’esistenza triste.
E poi ci sono gli uomini-roccia, quelli che sanno rimanere se stessi, conservare il proprio bagaglio di valori e idee, qualsiasi cosa accada.
Sono quelli che indicano la strada agli altri, quelli che collegano le generazioni alle successive, quelli che fissano l’azimut e lo sanno indicare.
Ci sono sempre gli uomini-roccia, non sono particolarmente numerosi, ma sono una costante nella vita dei popoli. Sono i mattoni che consentono le costruzioni dei facitori di storia. Ma il loro valore risulta più evidente, più riconoscibile, e anche più eroico, perché molto più raro, nei periodi di decadenza e di sconfitta.
È bello, esaltante, glorificante – può risultare persino facile – sacrificarsi, battersi, financo mettere in gioco la propria vita, quando si combatte per una vittoria che sembra a portata di mano, quando si è insieme ad altri, a molti altri, e quando ti applaudono per quello che sei, per quello che fai.
Ma quanto, invece, è duro, difficile, al limite della sostenibilità, rimanere uomini-roccia quando si è stati costretti a bere la cicuta della sconfitta, quando chi era con te è caduto o, molto peggio, ha tradito, quando sei stato cacciato dall’arengo, quando sei stato criminalizzato, ghettizzato, quando ti sembra che nessuno ascolti più la tua voce.
Solitudine, emarginazione, impopolarità e senso d’impotenza. Sono sensazioni che possono fiaccare, annientarti più della stessa sconfitta.
È per questo che gli uomini-roccia, gli uomini come Rutilio Sermonti, in quelle circostanze, in un’epoca come quella di oggi, diventano eccezioni, e risultano molto più preziosi.
E quindi dobbiamo tener vivo il ricordo, come si mantiene accesa la fiamma sacra in un tempio; dobbiamo parlare delle sue idee, riferirle, diffonderle; dobbiamo esaltare, e vivere, i suoi valori.
Si tratta di un dovere che nasce come esigenza affettiva, ma diviene poi impegno morale e militanza politica.
E allora l’uomo-roccia si proietta, come un ponte, verso le generazioni future. Il domani torna ad essere carico di attese e possibilità. Il domani torna ad essere l’obbiettivo della nostra conquista.
E allora, il leone Rutilio continua a ruggire!

Termino, leggendo una pagina che ritengo particolarmente attuale e significativa, e che mi è capitato spesso di citare, dell’intervista che Gianfranco Della Rossa, dieci anni fa fece a Sermonti.
Alla domanda «Ne possiamo uscire?» Rutilio rispose:
«Il mio convincimento è che ne possiamo uscire, e che, non io, ma tu, e magari i tuoi figli, ne usciranno.
E tale mia previsione non sorge da facoltà divinatorie che certo non possiedo, ma solo dall’attenta osservazione del modernismo, che contiene in sé il seme della propria distruzione.
I segni di un tale suo destino metafisico sono fondamentalmente tre:
Il primo è che il sistema modernista, capitalista e tecnocratico è incompatibile con l’autentica natura umana, che è costretto a distorcere e violentare, e, come diceva la saggezza dei nostri padri, naturam expellas furca: tamen usque recurret».
È una citazione di Orazio: «Anche se caccerai la natura con la forca, essa tuttavia ritornerà sempre».
«Il secondo è che il sistema medesimo, basato sull’economia sovrana, è, anche economicamente, fatto di assurdi e contraddizioni insanabili. Per esempio, tende a ridurre al massimo il costo del lavoro umano, ma, d’altro canto, ha bisogno, per sopravvivere, di alti consumi, condizionati da un alto potere d’acquisto delle masse, che non hanno di regola altro cespite che il lavoro.
In altri termini, può sopravvivere solo all’impossibile condizione che gli uomini siano poveri come lavoratori e ricchi come consumatori.
Il terzo è che il suo necessario aumento continuo di pressione sulle risorse della Terra, senza alcun riguardo per gli equilibri naturali, presuppone che esse siano illimitate, mentre non lo sono affatto.
E mi sembra ce ne sia abbastanza per concludere che, se c’è un destino segnato, è quello della plutocrazia.
Questo, però, è tutt’altro che un invito a sedersi sulla sponda del fiume e attendere che passi il cadavere del nemico nostro e della civiltà.
Anche perché, più tempo passa, più si lascia campo libero a Mammona, più il momento del grande crollo sarà tremendo, doloroso, e probabilmente sanguinoso, e più scadente sarà divenuta la qualità delle genti che dovranno superarlo.
Per questo dobbiamo sentire l’orgoglio dell’impegno assunto di fronte alla Tradizione e, senza perderci in bizantinismi, riprendere la marcia con rinnovato impegno.
Non c’è tempo da perdere».