Homunculus

homunculus

Questo homunculus si sente a volte così inferiore al suo desiderio che si considera egli stesso, a dispetto di ogni intensità di coscienza, come un topo piuttosto che come un uomo, – un topo dotato di un’intensa coscienza, ma pur sempre un topo.

Vediamo adesso questo topo quando deve agire. Supponiamo per esempio che sia offeso (lo è quasi sempre); vuole vendicarsi. Forse è più capace di risentimento che non “l’uomo della natura e della verità”. Perché “l’uomo della natura e della verità”, per sciocchezza naturale, considera la vendetta come una cosa giusta, mentre il topo a causa della sua intensa coscienza, nega questa giustizia. Si arriva, infine, all’atto della vendetta. Il miserabile topo, dopo il suo primo desiderio, ha già avuto il tempo, con i suoi dubbi e le sue riflessioni, di accrescere, di esasperare il proprio desiderio. Ostacola la domanda primitiva con tante altre domande insolubili, che, malgrado lui, affonda in una melma fatale, una melma maleodorante composta da dubbi, da agitazioni personali e da tutto il disprezzo che di primo impulso sputano su di lui gli uomini, i quali ridono a gola spiegata. Evidentemente, non gli resta altro che fare, con una piccola zampa, un gesto sprezzante, che fuggire vergognosamente nel suo buco con un sorriso artificiale al quale egli stesso non crede. Là, nel suo sotterraneo, brutto ed infetto, il nostro topo offeso e deriso si nasconde subito nella sua cattiveria fredda, avvelenata, eterna.

Fëdor M. Dostoevskij