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Fiorenza e il suo giuramento di Fedeltà

Fiorenza

“Gli uomini vanno sempre giudicati dal loro cuore e non dal colore che portano addosso”, è solita ripetere Fiorenza Ferrini, una della 10mila “ausiliarie” del Saf, il servizio ausiliario femminile fascista che nel 1944 scelsero di partire per sostenere la Repubblica di Mussolini.
Fiorenza, giovane combattente, nonostante l’età anagrafica, ha vissuto con la fede nel cuore e il basco in testa. Oggi ha 94 anni ha deciso che terminerà la sua avventura terrena nella casa che fu del Duce.
Una vita intera per l’onore d’Italia.

(www.corrieredelveneto.corriere.it)- 28.07.2017- «Nella mia vita sono sempre stata coerente. E oggi, se Dio vorrà, non farò altro che esserlo per l’ennesima volta… ». Fiorenza venerdì farà quello che ha fatto per gli ultimi 17 anni. Andrà a San Martino in Strada, frazione di Forlì. Entrerà in quella casa di cui lei custodisce la memoria. Non potrà, come faceva ogni mattina presto fino a qualche mese fa, girare tra le caprette, le galline e i pavoni che piacevano tanto a Rachele. E non potrà neanche dormire nella stanza in cui dormiva Rachele, come ha fatto da sempre. Ma avrà una camera al pian terreno e potrà guardare il parco. Fiorenza ha 94 anni. E oggi in quella che qualcuno definisce a sproposito «villa», ma che in realtà ha le fattezze di un casolare di campagna ristrutturato, ci andrà con un’ambulanza. Partirà dall’ospedale di Negrar (Verona), Fiorenza. E a «villa» Carpena ci andrà sapendo che non tornerà più.

Perché lì Fiorenza ha deciso di andare a morirci. «Tutto quello che ho fatto nella mia vita è legato a quella casa, ma soprattutto a chi ci ha abitato…». La prima casa di Benito e Rachele Mussolini e dei loro cinque figli. Quella villa Carpena che dal Duemila è diventata il «museo Mussolini». Andrà nella casa di fronte, Fiorenza. La villa è una sorta di mausoleo, in cui non vive nessuno. Ma per Fiorenza è da sempre il luogo della memoria. Perché Fiorenza Ferrini è stata, è e sarà sempre un’«ausiliaria ». Una delle 10 mila ragazze che aderirono al Saf, il servizio ausiliario femminile fascista. Era minorenne, quando decise di andare a sostenere il duce. E per oltre ottant’anni si è fatta scivolare addosso i giudizi della storia. Come adesso sta facendo con la morte. Ha deciso che la sua Samarcanda sarà a San Martino in Strada, Fiorenza. E da buona toscana di nascita e veronese d’adozione, non sa cosa voglia dire mollare. O rinunciare.

Qualche giorno fa ha telefonato a Forlì. Si è fatta il trasferimento del medico di base. Ha chiamato i proprietari della «villa- museo», Adele e Domenico Morosini e ha chiesto se poteva tornare. «Mi hanno detto che non c’era problema, ma non potrò dormire nella stanza di Rachele. Mi allestiranno una camera al piano terra.. ». Il corpo di Fiorenza è un caleidoscopio di flebo e drenaggi. I suoi occhi e la sua mente sono limpidi. Lo erano quando decise di diventare ausiliaria con suo padre, famiglia fascista, che glielo voleva impedire e lei fece lo sciopero della fame. Lo erano quando non volle fare la segretaria o l’attendente e venne mandata ad aiutare le truppe. Lo erano quando il 25 aprile trovò chiusi i portoni della chiesa e venne aiutata da un partigiano democristiano. «Piazzale Loreto fu un orrore e tra di noi superstiti ci dicemmo che avremo raccontato ciò che è stato, nel bene e nel male». Ci fu la fuga in Inghilterra, la tisi che le portò via un polmone e poi il ritorno, a Verona. Fiorenza le porte che le venivano sbattute in faccia perché era una fascista le fece diventare dei ponti aperti. Da sola studiò dattilografia, lavorò in fiera e venne assunta come segretaria alla casa di cura Chierego-Perbellini. Trentacinque anni a far di conto, Fiorenza. E a non sbagliarne neanche uno. E nel framezzo a vendere qualche libro a medici e pazienti. Per finanziare «la villa» di Forlì, ma soprattutto quella «Piccola Caprera » dove si ritrovava con le «colleghe».

«Siamo rimaste in poche. Molte vennero uccise e per evitare che ci prendessero i partigiani distruggemmo i documenti. Poi ci siamo rimesse in contatto, ma non eravamo molte…». Un libro Fiorenza ha sempre portato con sé. Quello che, racconta Mimma Perbellini che con lei ha passato una vita, riuscì a piazzare anche a un noto medico veronese partigiano. Racconta tutte le opere fatte da Mussolini nel Ventennio. Quel libro che fino a qualche mese fa Fiorenza dava a chi arrivava a villa Carpena. «Perché il duce ha fatto tantissime cose buone. Poi è andata come è andata…». È andata che, nonostante la Storia, Fiorenza non ha mai smesso il suo basco da ausiliaria. «Me lo faccio portare a Forlì». E non si è mai tolta, tranne in questi giorni di ospedale, la medaglia che riporta il simbolo del Saf.

La fascista salvata da un partigiano, non ha mai fatto distinzioni politiche. «Gli uomini vanno sempre giudicati dal loro cuore e non dal colore che portano addosso». Ha sempre scelto e non si è mai fatta scegliere dalla vita, Fiorenza. Lo farà anche venerdì quando con l’ambulanza andrà a San Martino in Strada, frazione di Forlì. A villa Carpena, ha raccontato Fiorenza a Emma Moriconi, «tramando la storia, quella vera, perché io l’ho vissuta in prima persona. Racconto di un uomo (il duce, ndr) che ho amato oltre ogni umana comprensione, un uomo per il quale ho pianto quando veniva insultato, morto, appeso per i piedi. Racconto di una giovinezza trascorsa senza paura, con la fede nel cuore e il basco in testa. E dico a tutti che non me sono mai pentita. E racconto anche di quel partigiano che mi salvò la vita. Perché gli uomini non si dividono in rossi e neri, ma in buoni e cattivi». Fiorenza il suo ideale – per altri giusto o sbagliato – lo ha coltivato fino alla fine. E con un’ambulanza che venerdì la porterà in quella «villa» che è un museo, manterrà fino alla morte il patto che siglò il 29 aprile di 72 anni fa.