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Un uomo vale quanto la sua parola. E tu, quanto vali?

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(a cura della Redazione di AT)

Tra gli antichi popoli indoeuropei niente era più contaminante e grave della menzogna. Ce lo ricorda Julius Evola in più di una sua opera. Questo perché il mentire contamina, altera e crea una discrepanza tra ciò che si è, e ciò che si fa. Ed offende ad un tempo tanto la comunità di appartenenza, vissuta in tali tempi come appartenenza non meramente “sociale”, ma soprattutto etica, di sangue e di suolo, e il singolo che mente. Non aveva importanza che si mentisse su piccole cose: era l’atteggiamento interiore che contava. Mentire non è nobile, non si attaglia ad un “nobile figlio”, come gli arya si consideravano. La menzogna è doppiezza è sintomo di una non chiara mente, di uno stato di alterazione interiore: e non stupisce che una delle sue manifestazioni più tipiche, il dire una cosa e farne un’altra, il mancare alla parola data, fosse una delle maggiori onte all’onore in tale visione del mondo e dell’individuo.

Pare ora evidente come nei tempi attuali il “canone” sia decisamente opposto: non solo la menzogna è diventata “modus vivendi”, ma anche e soprattutto “forma mentis” individuale, laddove la prima menzogna è quella che sosteniamo verso noi stessi, fingendo di essere ciò che non siamo. Il tutto per le finalità disumanizzanti dell’attuale sistema di vita. Lasceremo da parte il compromesso e l’adattamento, il cui fetido tanfo ammorba il panorama odierno e le narici di chi, invece, per sua natura aspira a ben altri “profumi”, a ben altre altezze.

Più specificamente si può osservare come sia divenuta consuetudine la mancanza di coerenza tra pensiero e azione, tra “dire” e “fare”, tant’è che la fedeltà alla parola data, ad un giuramento, ad un impegno, non sono più sentiti come normativamente vincolanti, quantomeno su di un piano etico, come ancora era il caso della società dei nostri nonni. Oggi è la regola dare un appuntamento e non presentarsi adducendo all’ultimo una scusa; affermare che si compirà un azione (anche la più banale come fare un favore ad un amico) e poi non compierla, adducendo i più svariati impegni; giurare amore eterno o eterna dedizione, e poi venire a mancare nel momento del bisogno, laddove veramente si misurano la caratura e il valore del singolo, per motivi meramente egoici, ammantati che siano da sentimento o “passione”; si esterna un interesse per qualcuno o qualcosa, e questo muta nell’arco di un giorno, a testimonianza del pietoso stato confusionale in cui versa l’universo interiore dell’uomo e della donna odierni.

Dal politico al comune cittadino, dal capitano di industria alla massaia, si è perso il gusto e il senso di essere “integri” e coerenti, ossia di agire come si parla, e si ritiene “noioso” chi ancora ricorda il valore di una simile condotta. Come abbiamo detto, il danno principale non è tanto, e non solo, quello alle relazioni interpersonali e sociali, che pure è evidente e drammatico, quanto il danno interiore, la scissione profonda che si viene a creare nell’intimo: scissione che si aggiunge alle svariate forme di lesione della personalità operata dalle forze demoniche scatenate nell’età oscura. Ci troviamo quindi innanzi uomini e donne timorosi, ambigui, sfuggenti a qualsiasi impegno e a qualsiasi responsabilità, indecisi su tutto, ma soprattutto incoscienti della loro identità: è l’uomo “sfuggente” di cui parla Evola ne “L’arco e la clava”.

A forza di menzogne e di sotterfugi con gli altri, ma in primis con sé stessi, ci si trova un giorno a non sapere più chi siamo veramente: a togliere la maschera che il teatrino della vita odierna ci costringe a portare, e a trovarvi sotto, come nel tetro racconto di Edgar A. Poe “la morte rossa”, solo uno sconfinato e inquietante nulla.

Gemini