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“Rappresentazioni in nero” (recensione del libro)

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Tensione ideale all’universalità, il Fascismo così ha saputo tenere salde in sé le sue anime molteplici ed eterogenee; Benito Mussolini le ha ordinate dandogli un orizzonte che le elevasse in una sintesi verticale. Così inRappresentazioni in nero dieci autori diversi ci raccontano le storie di dieci Uomini (con la ‘U’ maiuscola) diversi, che ben rappresentano il caleidoscopio di anime che fu Fascismo. Questi, per l’intima fedeltà al loro Capo e l’intransigenza del proprio ideale, hanno saputo andare oltre i pruriti di cui l’ortodossia della loro coerenza ideale non poteva non soffrire di fronte ad un ‘fascismo movimento’ minacciato dai compromessi del Regime, che le sanguisughe liberali avevano identificato – pace a loro – come organismo vivo e pulsante contro lo spauracchio bolscevico. Il Fascismo dei carrieristi e dei ‘professorini’, che non potevano sopportare oltre quell’inquietudine di fondo che il fascista, il vero fascista, cova febbrilmente col sacro furore di superare, sempre e comunque, se stesso.

A pieno titolo allora tra le prime Vite di questa raccolta, Roberto Mancini scrive di Pirandello, la cui l’intransigente fedeltà al Capo, manifestata con le stesse parole che avrebbe utilizzato un cavaliere medievale verso il proprio sovrano, fu dimostrata proprio quando il Fascismo ne aveva più bisogno. Egli fu tra i fedeli che risposero allerta «Matteotti»: allora, quando i borghesi inorridivano. Probabilmente nella sua percezione di un Fascismo che rifiutava la cristallizzazione ideologica pe la ricerca continua per il dinamismo che si conferma solo transitoriamente, Mattia Pascal, piuttosto che a portare fiori sulla sua stessa tomba, sarebbe finito ad impugnare una rivoltella, ardito squadrista su di una camionetta.

Forse sottile, ma non inconsistente, il filo che lega Pirandello alle anime fiorentine e viscerali di Pavolini e Berto Ricci – raccontate, per forza, da altri due fiorentini: Luca Lionello rimbotti e Maurizio Rossi. Essi diedero il sangue per il Fascismo, il primo a fianco al suo capo, a Dongo, il secondo in Africa, al fronte. Maestri della penna e del manganello, esponenti di uno squadrismo ‘colto’, che consacrava il fascista come uomo di fede, idee e azione. Dello stesso squadrismo fece parte anche Marcello Gallian – raccontato da Giacinto Reale -, che più discretamente attraversò la storia, per giungere a piazza dei cinquecento in Roma, ove spese gli ultimi suoi giorni in una fiera ed orgogliosa miseria di venditore ambulante di sigarette. Fu anch’egli squadrista della prima ora, ruolo che spasmodicamente vantò anche durante il Ventennio, ed intellettuale. I protagonisti dei suoi romanzi, gli stessi che in Pasolini sono vittime e carnefici del loro destino, rappresentano l’alternativa verace e di popolo ai borghesi forbiti e vigliacchi: quella che preferisce i bordi ai salotti, e le ‘donnacce’ alle signore. Sempre dalla parte degli ultimi, il suo «anarchismo francescano», come venne definito da Paolo Buchignani, fu quello che lo portò ad affermare, dopo una visita al Duce, che il vero Mussolini non c’era più, l’avevano rimpiazzato con un sosia. Proprio questo suo sentire, forse, lo privò di parte di quella fortuna che si era a pieno titolo, per lo meno per il suo ardire, guadagnato sul campo. Fascista del dissenso dunque, che, nostalgico delle vecchie marce, si arruolò volontario in Africa Orientale.

I personaggi che oggi scopriamo e riscopriamo santificarono il loro rapporto col Regime, per certi versi contraddittorio, tramite una concezione avanguardista della cultura e delle arti. Perché etica ed estetica non possono essere scissi, nonostante per anni si sia millantata un’inaccessibilità culturale del Fascismo. Vide la luce una nuova espressione dell’epica, poiché tutto ciò che in quelle anime vibrava era direttamente teso verso l’Assoluto.

È allora calzante il riferimento a Goffrdo Coppola, oggi indebitamente poco noto, nonostante a Dongo il nome in cima alla quella lista infame fosse il suo: precedeva anche Pavolini e Bombacci. Già da giovanissimo seppe distinguersi tra le trincee della Grande Guerra, affermandosi poi come insigne papirologo, libero docente di letteratura greca, proficuo autore di monografie e saggi, tra i quali non solo si trovano Aristofane, Callimaco e Archiloco, ma dobbiamo a lui anche la stesura del noto saggio La politica religiosa di Giuliano l’apostata. Evidentemente era tra i migliori, più di tutte seppe porre al centro del Fascismo l’ideale greco-romano, quale mito effettivamente formatore al di là da ogni retorica. Ricevete infatti il secco «NO» di Bottai alla sua richiesta di partire volontario in Africa: il Regime non poteva permettersi di perdere un’intelligenza tale; il suo fronte sarebbe stato un altro: Rettore all’Università di Bologna durante la RSI, si comportò più da generale che da accademico, perché in tempi di ferro e di sangue viene prima la difesa della Patria. Questo è solo un piccolo assaggio di quel che ci racconta Mario Merlino.

In pochi invece sanno, perché in pochi lo conoscono, che i respiri ‘europei’ del Fascismo li dobbiamo già, in tempi non sospetti, ad Antieuropa di Asvero Gravelli, di cui raconta Rodolfo Sideri. Convinto della missione civilizzatrice nel mondo dell’Italia romana, universale e cattolica ebbe uno scontro, anche fisico, con l’Evola diImperialismo pagano. Con lo stesso Evola si ritrovò poi nel dopo-guerra, a parlare a quei giovani che non si erano ancora arresi. locandina-rappresentazioni-in-nero3-web

Poiché abbiamo accennato al Cattolicesimo, è naturale parlare di Padre Antonio Intreccialagli: carmelitano scalzo con la Emme rossa della Tagliamento sul bavero. Ultimo monaco guerriero, nemico di ogni formazione partigiana, di qualsiasi colore, prese parte attiva col mitra in pugno dapprima in operazioni anti partigiane, per scendere poi in campo anche contro eserciti regolari. La sua audacia in battaglia fu accompagnata da una grande umanità nelle opere di soccorso alle popolazioni colpite dalla guerra. Di questa affascinante figura, che dopo il conflitto fu punto di riferimento spirituale per i suoi vecchi camerati, ma anche per molti giovani che si avvicinavano al mondo dei reduci, ce ne parla Davide Sabatini.

Di Ugo Spirito ci racconta invece Sonia Michelacci, l’unica penna femminile della raccolta. Egli, radicalmente corporativista, ostracizzato dagli ambenti più liberali del fascismo, terrorizzò i liberali ed i conservatori con la sua ‘corporazione proprietaria’. Bene se ne intendono i motivi: per lui, solo eliminando non solo la contrapposizione tra individuo e Stato, ma anche la sua distinzione, si sarebbe potuto sconfiggere il capitalismo superando le istanze marxiste: il lavoratore sarebbe stato il nuovo protagonista del lavoro, titolare di azioni della propria azienda, collocato in una gerarchia fondata sui criteri di responsabilità e competenza. Il concetto ‘proprietà’, nella sua accezione liberale, veniva riconsiderato per quello che è: un concetto giuridico, non un dogma.

Il libro si chiude con Ernesto Daquanno, raccontato da Fabrizio Vincenti. Superfascista, ‘il gregario’, come lo soprannominavano i suoi amici, conobbe Mussolini già nel 1915, all’epoca delle grandi manifestazioni interventiste. Mai si separò poi da lui. Ogni giorno, fino all’ultimo, compì il suo dovere, in maniera costante, impersonale e silenziosa, come un vero servitore dell’Idea sa fare. ‘Il gregario’ – non ‘il burattino’ –, perché all’opportunismo carrieristico preferì sempre il servizio silenzioso: persino quel maledetto 25 luglio 1943 andò al lavoro, perché, nonostante tutto stesse crollando, nessuno l’aveva ancora sciolto dalle consegne. La sua più grande ricompensa, che costò carissimo a lui ed alla famiglia, fu di incontrare la morte portando alle estreme conseguenze la scelta che, se materialmente gli fu ingrata, lo consacrò come martire di fronte agli eterni occhi dello Spirito: «Perché il Fascismo non è l’etichetta d’un saltuario tornaconto… . È invece uno stato d’animo». rappresentazioni-in-nero

Infine Mario Sironi, per ritornare al principio: con lui infatti si apre il libro. Già ‘sansepolcrista’, donò l’arte al Fascismo, di cui definì l’estetica. Viene qui ricordato da Emanuele Casalena, tramite un interessante parallelo con Ezra Pound.

Un lavoro grandioso queste Rappresentazioni, che ci regala ancora bellezza tramite coloro che seppero viverla e che ancor oggi nobilita i giovani cuori che si riferiscono a questi esempi di virtù.

Storie di Uomini, li abbiamo nominati tutti e con infinita gratitudine, per non rendere torto a nessuno, e di fronte alle quali non ci sentiamo di aggiungere altro.

Perché di fronte al loro sangue ed al loro respiro, questo inchiostro – peggio, questi pixel – sono nulla!

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Titolo: Rappresentazioni in nero. Mario Sironi, Luigi Pirandello, Goffredo Coppola, Ugo Spirito, Marcello Gallian, Alessandro Pavolini, Berto Ricci, Asvero Gravelli, Padre Intreccialagli, Ernesto Daquanno

Autore: Emanuele Casalena, Roberto Mancini, Mario M. Merlino, Sonia Michelacci, Giacinto Reale, Luca Lionello Rimbotti, Maurizio rossi, Davide Sabatini, Rodolfo Sideri, Fabrizio Vincenti

Anno: 2017

Pagine: 145

Euro: 16

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