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Bagni di folla

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(articolo a cura del Cuib Femminile Raido)

Con l’inizio di settembre, occasione di rientro dalle vacanze e fine delle molteplici forme di svaghi estivi, proponiamo un passo tratto dalle “Epistulae morales ad Lucilium”, del filosofo latino Lucio Anneo Seneca, intitolato “La folla e gli spettacoli immorali”.

Nel breve stralcio di seguito riportato, il filosofo riesce a dar voce ai sentimenti più reconditi dell’animo umano in modo chiaro e lineare. Oggetto di studio è qui la folla che, seppur spesso fonte di innegabile divertimento, può diventare, per chi intende percorrere un cammino di vita tradizionalmente, indi spiritualmente orientato, foriera di intimi turbamenti.

“Mi chiedi che cosa tu debba specialmente evitare. Rispondo: la folla. Non puoi ancora affidarti ad essa senza pericolo. Ti confesserò questa mia debolezza:non torno mai a casa quale ne ero uscito; qualcosa si turba di quell’ordine che avevo posto nel mio spirito, e riappare qualche difetto di cui mi ero liberato. Ciò che capita a coloro che, per essere stati a lungo ammalati, sono così deboli da non potersi più muovere senza danno, capita anche al mio spirito, che si sta rimettendo dopo una lunga malattia. La compagnia della moltitudine è dannosa: c’è sempre qualcuno che ci rende gradevole un vizio o, senza che ne ce ne accorgiamo ce lo trasmette in tutto o in parte. Più sono le persone con cui viviamo, maggiore è il pericolo. Nulla è tanto nocivo ai buoni costumi quanto assistere oziosi a certi spettacoli. Allora, infatti, mediante le attrattive del piacere, i vizi si insinueranno più facilmente. Comprendi ciò che voglio dire? Ritorno più avaro, più ambizioso, più lascivo. Addirittura più crudele e più inumano, proprio perché sono stato in mezzo agli uomini. (…)

Bisogna sottrarre alla folla le anime deboli e poco salde nel bene: è facile cedere ai gusti della maggioranza. Anche Socrate, Catone e Lelio, in mezzo a un popolo di costumi corrotti, avrebbero potuto perdere la loro dirittura morale. Tanto meno noi, proprio ora che stiamo educando il nostro carattere, potremmo resistere all’assalto di tanti vizi. Un solo esempio di dissolutezza e di avarizia può provocare un gran male; un amico dedito ai piaceri a poco a poco ci snerva e ci rende fiacchi; un compagno cattivo attacca la sua ruggine anche all’uomo più candido e schietto. E cosa accadrà a colui che è circondato da una moltitudine corrotta? È spinto o ad imitarla o ad odiarla. Ma occorre che tu eviti l’uno e l’altro estremo: non devi essere simile ai malvagi solo perché sono molti, né ostile ai molti perché sono dissimili da te. Raccogliti in te stesso, per quanto puoi; vivi con quelli che possono renderti migliore e che tu puoi rendere migliori. C’è un vantaggio reciproco, perché gli uomini, mentre insegnano, imparano. L’ambizione di mettere in mostra il tuo ingegno non ti spinga in mezzo alla folla a fare pubbliche letture o conferenze. Te lo consiglierei se tu avessi una merce adatta ai gusti popolari, ma fra questa moltitudine nessuno ti comprenderebbe. Te ne capiterà forse qualcuno, uno o due, e tu dovrai prima formarlo ed educarlo, perché possa comprenderti. “Ma allora” mi dirai “per chi ho appreso tutte queste cose?” Nessun timore di aver faticato invano, se le hai apprese per te.

Ma perché quello che ho imparato non serva solo a me, ti metterò a parte di tre belle sentenze sullo stesso argomento, che mi sono capitate sotto gli occhi. Una di queste sentenze è il tributo che ti debbo per la lettera odierna, le altre due accettale come anticipo. Dice Democrito: “Per me una persona vale come tutto un popolo, e tutto un popolo come una persona”. Bello è anche il motto di quest’altro, chiunque sia stato (infatti ne ignoriamo il nome). Gli era stato chiesto perché mettesse tanto impegno in una disciplina che pochissimi avrebbero compresa; ed egli rispose: “Mi bastano pochi, mi basta uno, mi basta nessuno”. E acuto è questo terzo pensiero che Epicuro espresse in una lettera a un suo compagno di studi: “Ti scrivo questo non per la moltitudine, ma per te; siamo infatti l’un per l’altro un teatro abbastanza grande”.

Questi pensieri, o mio Lucilio, imprimili nell’animo, per disprezzare il piacere che deriva dall’approvazione dei molti. Molti ti lodano; che motivo hai di compiacerti di te stesso, se poni la tua soddisfazione solo nel fatto che la moltitudine riconosce i tuoi meriti? È alle intime soddisfazioni che devi aspirare. Addio.”