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Azione Impersonale

Azione impersonale: fare ciò che va fatto, ciò che è giusto fare, indipendentemente da vittoria o sconfitta. E’ questa l’unica vera azione.

(a cura della Redazione di AT.com) – 27/09/2017 – Il “wei wu wei”, letteralmente “agire senza agire”, è un concetto cardine della tradizione taoista sviluppato dal maestro Lao-Tze nel suo testo sapienziale “Tao te ching”; più in generale, è un principio fondamentale che è possibile ritrovare in tutte le civiltà facenti capo al mondo della Tradizione.

Come spesso accade, anche questo concetto è stato grossolanamente frainteso, semplificato e banalizzato dall’esegesi moderna, che per lo più lo traduce come “inazione”, generando fraintendimenti e confusioni interpretative d’ogni sorta.

La sostanza del principio è stata spiegata da Julius Evola in varie sue opere, tra cui il noto commentario proprio al “Tao te ching”. In “Cavalcare la tigre” troviamo la celebre massima: “agire senza guardare ai frutti, senza che sia determinante la prospettiva del successo o dell’insuccesso, della vittoria o della sconfitta, del guadagno o della perdita, e nemmeno quella del piacere e del dolore, dell’approvazione e della disapprovazione altrui”.

L’ “agire senza agire” è l’azione impersonale per antonomasia, è l’agire senza desiderio: fare ciò che deve esser fatto, eseguire il proprio dovere senza guardare egoisticamente al proprio tornaconto, sganciando quindi l’azione dai frutti soggettivi della medesima. Agire semplicemente perché è giusto (iustum, cioè “secondo ius”, secondo diritto, cioè conformemente alla legge umana come derivata, in origine, dall’impronta divina del fas), facendo dono di sé in modo oggettivo. Si esprime così una forma di azione che non è frutto di un’iniziativa, comunque condizionata, che prenda forma dalla mera libertà individuale; si tratta invece di un agire che viene definito dal principio superiore, l’“essere” in sé, che pur permanendo intatto nella propria immutabilità, si manifesta nel soggetto agente, costruendone la legge interiore e guidandone l’azione dall’inizio alla fine.

L’azione impersonale era tipica delle comunità organiche tradizionali, in quanto in esse era sconosciuta qualunque impronta individualistica ed era impensabile concepire il singolo quale entità slegata dalla propria comunità e dal destino del proprio corpus di appartenenza. Oggi, invece, nelle società laicizzate ed atomistiche, che esaltano l’individuo quale monade autosufficiente in un contesto peraltro de-spiritualizzato, l’azione si presenta per lo più, al di là di lodevoli eccezioni, come fortemente egoistica ed esibizionistica, finalizzata al soddisfacimento del proprio piacere o al raggiungimento del proprio tornaconto personale.

Riuscire, pertanto, a ritrovare nella vita odierna il senso dell’azione impersonale e disinteressata necessita di uno sforzo notevole e continuo, di un difficile lavoro su se stessi volto a cancellare le scorie dell’individualismo, dell’egoismo, dell’amor proprio, dell’orgoglio interessato, della falsa modestia, dell’ipocrisia, dell’esibizionismo più o meno consapevole.

“Il guerriero, così come il cavaliere, ha diritto all’azione, ma non ai suoi frutti”, si legge nella Bhagavad Gita. Ma è interessante notare come anche in ambito cristiano si trovi un chiaro riferimento all’azione impersonale, più precisamente in un passo del Vangelo di Luca (17, 7-10):

“Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola? Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimboccami la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu? Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”.

Quando si citano i vangeli c.d. “canonici”, è sempre necessario premettere che l’esegesi piattamente letterale e spesso molto romanzata ne ha svilito i contenuti simbolici ed interni che ancora rimangono, sia pure nel testo conosciuto (a sua volta probabilmente rimaneggiato e modificato in alcuni passaggi, forse a carattere gnostico-metafisico), conformemente d’altronde al doppio piano di lettura (esoterico/interno – essoterico/esterno) che ogni scrittura sacra regolare possiede.

Ebbene questo passo, dal tenore piuttosto duro (e decisamente in contrasto – come peraltro altri passi – con certe tesi circa l’origine dell’egualitarismo democratico e persino del comunismo dal cristianesimo), si conclude con la stentorea frase “Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”. Al fine di evidenziare la coincidenza concettuale con quanto sopra esposto, occorre chiarire il significato reale dell’aggettivo reso in italiano col termine “inutile”. L’espressione evangelica originale in greco è “douloi (‘servi’) acr(e)ioi (‘in-utili’) esmen (‘siamo’)”. Nell’aggettivo acreios/acrios troviamo un “alfa privativo” applicato ad un aggettivo, creios, la cui radice si ricollega a sostantivi, come creia o creos, che indicano concetti quali: vantaggio, premio, utilità, guadagno, soddisfazione, indennità, risarcimento. Quindi: non dobbiamo avere alcun guadagno, siamo “senza utile”, poiché abbiamo fatto semplicemente quanto dovevamo fare. Non abbiamo diritto a nessuna ricompensa aggiuntiva, a nessun premio, a nessun vantaggio personale in più per quanto fatto. Il concetto si ricollega esattamente a quello dell’azione impersonale.