Articoli, Tradizione

Codreanu e la democrazia

(a cura della Redazione di AT)

(29/09/2017) – Conosciamo bene l’insegnamento proposto da molti grandi testimoni della Tradizione, come Evola e Guénon, circa il carattere sovversivo ed innaturale della cd. “democrazia” che, nell’illusoria riduzione dell’essere umano alla sola sfera quantitativa, conduce all’annullamento di ogni gerarchia e diversificazione fondata sulla qualità, causando un livellamento orizzontale inevitabilmente indirizzato verso il basso, poiché, per citare Guénon, se non è possibile dare alla maggior parte degli individui le qualità che non hanno, non resta che soffocare negli altri le qualità che superano il livello comune: il superiore non può derivare dall’inferiore, come la qualità non può derivare dalla quantità ed il più non può derivare dal meno.

È interessante verificare come tali osservazioni, in senso strettamente pratico-operativo, siano state del pari elaborate con molta attenzione dal Capitano Corneliu Codreanu, che pur non partendo da principi dottrinari sapienziali come nel caso di Evola o Guénon, giunge comunque a descrivere con rara e cristallina chiarezza l’innaturalità e la dannosità della democrazia, falsa barzelletta con cui si circuiscono i popoli illudendoli di poter realmente governare, per poterli invece più facilmente asservire, destabilizzare ed “indirizzare” verso le vie desiderate da chi realmente, dietro le quinte, detiene il vero potere, nel senso deteriore del termine.

Riproponiamo dunque in forma di sintetica l’analisi di Codreanu tratta da “Per i Legionari. Guardia di Ferro” (VII capitolo). Buona lettura.

Se la folla non può comprendere, o comprende solo a fatica alcune leggi immediatamente necessarie alla sua vita, come si può immaginare che la folla, che in regime democratico deve guidare se stessa, possa comprendere le più difficili leggi naturali, possa intuire le più astratte e meno accessibili norme di condotta umana, norme che trascendono la sua vita, la necessità della sua vita, che non si applicano direttamente ad essa, ma che si applicano ad un’entità ad essa superiore: la nazione?

Se per fare il pane occorre che qualcuno sia specializzato, se per fare le scarpe, per fare gli aratri, per dedicarsi all’agricoltura, per guidare un tramvai, occorre specializzazione: per la più difficile direzione, quella d’una nazione, non occorre allora una specializzazione? Non occorrono particolari qualità?

Conclusione: un popolo non si guida da solo, ma per mezzo di una sua élite, cioè per mezzo di quella categoria di uomini nati dal suo seno che hanno particolari attitudini e qualificazioni.

Chi elegge questa élite? La folla?

Per qualunque «idea» o per qualunque candidato al governo si possono procurare uomini, si possono guadagnar voti. Ma questo non dipende dalla cognizione che il popolo ha di quelle «idee», «leggi» o «uomini», ma da tutt’altra cosa, dalla maestria degli uomini nel catturare la benevolenza della folla.

La folla è capricciosissima, instabile nelle opinioni. (…) Il suo criterio nella scelta è: «Proviamone anche degli altri!». Quindi la scelta viene operata non secondo studio e conoscenze, ma a caso e affidandosi alla fortuna.

(…) La verità non dipende né dalla maggioranza, né dalla minoranza, essa ha le sue leggi e trionfa, come s’è visto, contro tutte le maggioranze, anche schiaccianti.

Il ritrovamento della verità non può essere affidato alle maggioranze, così come in geometria il teorema di Pitagora non deve essere sottoposto al voto della folla, perché questa ne riconosca la verità o la neghi; e come il chimico, se vuol ottenere dell’ammoniaca non deve rivolgersi alla folla per decidere secondo il suo voto le quantità necessarie d’azoto e d’idrogeno, e un agronomo che ha studiato per anni l’agricoltura e le sue leggi, non deve ricorrere al voto di una folla per convincersi, dal risultato della votazione, del loro valore.

(…) Cosicché la democrazia, basata sul principio dell’elezione, eleggendosi essa la propria élite, commette un errore fondamentale dal quale deriva l’intero stato d’infelicità, di squilibrio e di miseria dei paesi. Ci troviamo qui a un punto cruciale: perché da questo errore insito nella concezione democratica derivano, potremmo dire, tutti gli altri errori.

Le folle essendo chiamate a eleggere la loro élite, non soltanto non sono in grado di scoprirla e di eleggerla, ma per di più eleggono, tranne poche eccezioni, tutto quello che v’è di peggiore in seno a una nazione.

Quindi, non soltanto la democrazia allontana da sé l’élite nazionale, ma la sostituisce con quanto v’è di peggiore nella nazione. La democrazia eleggerà degli uomini senza nessun genere di scrupolo, e quindi senza morale, quelli che pagheranno meglio, per conseguenza quelli forniti di maggior potere di corruzione: prestigiatori, ciarlatani, demagoghi, che riusciranno meglio al concorso di prestidigitazione, di ciarlataneria, di demagogia, durante il periodo elettorale. Fra loro si insinueranno alcuni uomini onesti, persino degli uomini politici in buona fede: saranno gli schiavi dei primi.

La vera élite d’una nazione sarà sconfitta, ricacciata, perché rifiuterà di concorrere con questi mezzi: si ritirerà e starà nascosta.

(…) qualunque élite nel mondo, deve avere a proprio fondamento il principio della selezione sociale. Si deve cioè selezionare dal corpo della nazione, ossia dalla grande massa del contadinato e dei lavoratori, indissolubilmente legata alla terra e al paese, una categoria di uomini con speciali qualità che saranno successivamente anche coltivate e migliorate. Essa diventa l’élite nazionale, ed essa sola deve guidare la nazione”.